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Memorie di Luce sul Cadore

Memorie di Luce è un progetto che nasce grazie alla collaborazione tra territori ed enti che li rappresentano,  il Cadore e la sua Magnifica Comunità con i Comuni di Zoppè, San Vito, Santo Stefano ed il Comune di Senigallia con il suo Musinf. Tre mostre, un laboratorio stenopeico ed un concerto, hanno animato l’estate cadorina, i protagonisti: Michelangelo Guzzonato, Massimo Marchini, Alberto Polonara, Paolo Tarsi, oltre alle immagini dell’Archivio fotografico Danieli. A corredo documentativo del tutto, i due cataloghi editi da @rtLine per la nuova Collana Editoriale Territori Sensibili [sfoglia]. Senigallia con l’intensa attività del Museo Comunale, costantemente rivolta a sviluppare la sua storica scuola ed a tessere fattivi rapporti collaborativi, si conferma così la Città della Fotografia con iniziative rivolte alla documentazione della ricerca artistica contemporanea.

Presentazione della Mostra a Senigallia

Presentazione della Mostra a Senigallia

Il progetto ha alcune motivazioni in apparenza semplici: osservare oggi i luoghi della montagna dolomitica, renderli liberi soggetti nelle immagini dei nostri fotografi, raccontare alcuni brani di storia utilizzando materiali e documenti della memoria. Complice di tutto ciò l’antica amicizia con Paolo Simonetti architetto, uomo di montagna, ma soprattutto zoppedino doc. Durante una delle camminate attorno il paese, con lo sguardo rivolto alla magnificità del Monte Pelmo ed il contributo dei numerosi ricordi di trascorsi artistici comuni, nasce l’idea appena abbozzata con i suoi possibili sviluppi e l’immediato via ai lavori.

L’altra fondamentale complicità si è realizzata con una persona preparata e sensibile, abile amministratore pubblico, il Sindaco e Presidente della Magnifica Comunità di Cadore Renzo Bortolot. Le iniziative si sono articolate come scrive in catalogo lo stesso Presidente, in un percorso che attraversa l’intero Cadore – dal Comelico all’Oltremonti, passando per la Val Boite – e che ha avuto come filo conduttore l’osservazione fotografica in tempi e con tecniche diverse del bellissimo paesaggio Dolomitico, Patrimonio Unesco. Una possibilità anche per approfondire e completare la storia della fotografia in Cadore – a partire dai fratelli Riva di Calalzo che già dal 1857 al 1859 furono a Vienna ad apprendere l’arte fotografica, ma soprattutto dai numerosi e poco conosciuti archivi degli storici fotografi locali come Enrico e Luciano Danieli.

Interno Mostra Osservare Stenopeico

Interno Mostra Osservare Stenopeico

San Vito di Cadore è stata la sede scelta per il racconto fotografico “Cattedrali di Pietra” [sfoglia] di Michelangelo Guzzonato, l’autore accompagna l’osservatore attraverso un reale percorso in quota, si comprendono i grandi spazi e la sensazione del limite che le Dolomiti offrono a chi le percorre. L’imponenza delle forme e gli infiniti particolari sono resi in modo perfetto nella scelta delle inquadrature, Il bianco e nero come sigla poetica caratterizza il lavoro di Guzzonato che diviene composizione grafica come a sviluppare una ricerca del tutto personale, nella tradizione che ha segnato negli anni la scuola di fotografia di Senigallia. La sequenza fotografica è stata una felice scoperta anche per Carlo Emanuele Bugatti che dirige con maestria il Museo d’Arte Moderna e della Fotografia della città adriatica, nel suo intervento in catalogo ricorda come anche Alejandra Matiz Presidente della Fondazione dedicata al noto fotografo, rimase favorevolmente colpita da queste immagini, sottolineandone le particolari qualità e curando l’acquisizione della serie per gli archivi della stessa Fondazione.

La mostra “I Danieli Fotografi in Santo Stefano di Cadore” fornisce l’indispensabile materiale per una corretta riflessione storica del territorio, presentando una importante rassegna di immagini ricostruttiva di una identità sociale, economica e culturale dell’intera Val Comelico. Due generazioni di fotografi, Ieronino Enrico Danieli iniziò la sua formazione professionale negli studi fotografici in Germania dove nacque nel 1916, fu un pioniere dell’immagine turistica, attraverso le sue foto panoramiche delle montagne e dei paesi, trasferite in numerose edizioni in bianco e nero prima e poi a colori, divenne artefice della comunicazione pubblicitaria di Santo Stefano e dell’intero Comelico. Il fotografo cadorino collaborò con il Gazzettino e L’Amico del Popolo documentando articoli e corrispondenze, importante il suo lavoro durante l’occupazione tedesca nel secondo conflitto mondiale. Il primogenito Luciano seguì le orme paterne, il suo lavoro documenta la crescita dei luoghi e degli edifici storici religiosi e civili fornendo di essi una lettura personale e creativa, utilizzò in prevalenza il Bianco e nero.

Con Osservare Stenopeico, iniziativa realizzata a Zoppè di Cadore, si è voluta fornire una lettura laboratoriale del fare fotografia oggi, il termine Stenopeico dal greco stenòs (stretto) opaios (foro), ci consegna già una iniziale chiave di lettura. L’utilizzo della Camera Obscura o Camera Ottica diviene poi indispensabile per il fissaggio permanente dell’immagine oltre la semplice osservazione e possibile riproduzione grafica, corrispondente alla nascita della fotografia come la intendiamo oggi. L’operazione diviene utile a sperimentare il principio ottico che sta alla base non solo della fotografia, ma anche ad indagare il modo in cui osserviamo ciò che ci circonda. Massimo Marchini scrive in catalogo che la fotografia è stata inventata perché c’era l’esigenza che lo fosse; infatti se ripercorriamo tutte le vicende precedenti l’invenzione di Daguerre (1839 circa) possiamo notare come la grande moltitudine degli artisti rinascimentali (e prima di loro altri, addietro  fino al V secolo a. c. con il filosofo cinese Mo-Ti) che usavano lo Stenoscopio e la Camera Obscura, si fossero posti il problema di come rendere stabili quelle immagini perfette che si formavano capovolte ed invertite nella parte opposta allo stenoscopio. Dovremmo attendere le intuizioni di alcuni scienziati che verso la fine del XVIII secolo, con i loro esperimenti, si accorsero di alcune sostanze, tra le quali i Sali d’argento, sensibili alla luce. Una lunga ed articolata storia,  ma all’inizio  osservare ciò che ci interessa attraverso un foro, indipendentemente dall’utilizzo, è l’origine di quello che abbiamo sempre definito inquadratura dell’immagine.

Mostra Osservare Stenopeico

Mostra Osservare Stenopeico

Si introduce così un percorso che diviene scelta, riflessione, studio, prefiguriamo ciò che forse realizzeremo oppure sarà la nostra immaginazione a realizzarle quelle immagini e dobbiamo anche considerare il caso che è sempre presente. L’esperienza diretta e la storia ci forniscono innumerevoli esempi di capolavori assoluti o di pensieri rimasti tali, ma l’unicità del momento è per tutti, l’importante è esserne consapevoli. Il laboratorio stenopeico che si è realizzato a Zoppè di Cadore ad opera di Massimo Marchini e Alberto Polonara ha avvicinato alle origini del fare fotografia chi, camminando per le vie del paese, ha incontrato le varie camere obscure poste ad osservazione dello scorcio particolare o dell’intero magnifico paesaggio montano. Gli stessi strumenti ottici progettati e costruiti con sapiente artigianalità da Paolo Simonetti, sono stati collocati con la partecipazione degli abitanti e la collaborazione di esperti ebanisti come Merino Matiuzzi, divenendo installazione artistica partecipata ed una sorta di consapevole osservazione collettiva. Il laboratorio aperto alla partecipazione di tutti, ha prodotto numerose immagini a sviluppo immediato con pellicola Fuji, le conseguenti stampe digitali  in bianco e nero e a colori curate con grande esperienza e professione da Alberto Polonara, hanno consentito di saggiare le infinite possibilità pratiche esistenti nella realizzazione di una immagine riprodotta tra tecnica e tecnologia oggi. Le fotografie ottenute con internegativi e stampa Van Dyke a contatto, hanno rappresentato poi una vera e propria performance all’interno dell’attività laboratoriale realizzata.

Laboratorio Stenopeico

Laboratorio Stenopeico

Ripresa Stenopeica

Ripresa Stenopeica

Laboratorio Stenopeico

Laboratorio Stenopeico

 

 

 

 

 

 

 

 

L’esposizione curata sempre dall’Architetto Simonetti, ricostruisce l’evento con le immagini originali dei maestri Marchini e Polonara, quelle realizzate dal numeroso pubblico e l’integrazione di tavole informative sulla storia e le tecniche stenopeiche, oltre all’esposizione di alcune antiche macchine messe a disposizione dagli archivi di alcuni storici fotografi locali. Nella nostra esperienza quotidiana la sensibilizzazione visiva si completa sempre con quella sonora, agli stimoli dell’immagine uniamo e manteniamo ben memorizzati i suoni legati alle varie occasioni. Partendo da questa riflessione è stato invitato il maestro Paolo Tarsi a dedicare una sua composizione musicale all’’evento, nasce così “Music of darkness and light“, omaggio concertistico eseguito dal vivo dall’autore all’apertura dei laboratori ed in registrazione, diffuso successivamente nello spazio espositivo all’interno della stanza ottica appositamente allestita e dalla quale è stato possibile ammirare in modo suggestivo, parte del magnifico paesaggio montano attorno Zoppè. L’estate 2016 in Cadore ha avuto come protagonista assoluta la fotografia, la sua storia, le tecniche ed il fare contemporaneo, ma la protagonista, neanche tanto nascosta, è stata la creatività, un potenziale da esprimere con alcune possibilità realizzative.

L’esperienza e le immagini che rimarranno in memoria o fisicamente negli archivi, speriamo possano rappresentare una traccia per ipotetici futuri progetti di lettura consapevole, dedicati ad un frammento di territorio del nostro bellissimo paese, dove è ancora possibile vivere momenti di assoluta unicità.

Pellicola a sviluppo immediato con Stenopeica

Pellicola a sviluppo immediato con Stenopeica

Pellicola a sviluppo-immediato su macchina stenopeica

Pellicola a sviluppo-immediato su macchina stenopeica

Ultime notizie dai Piccoli Musei d’Italia

Il dibattito sui Musei in Italia è oggi contrassegnato da un doppio binario:

– da un lato quello di pensare che si possano fare proposte valide contemporaneamente per tutti i musei, senza distinguere i Piccoli dai Grandi. Proposte dunque indifferenziate: “se vanno bene per i Grandi andranno bene anche per i Piccoli”. Un ragionamento che non ha senso, e che non richiede spiegazioni o approfondimenti teorici particolari, perché non c’è curatore di un Piccolo Museo che non sappia bene che lui non ha in mano una “Galleria degli Uffizi in miniatura”, ma sta gestendo tutta un’altra cosa;

– dall’altro lato quella di invitare i Piccoli a diventare Grandi in termini dimensionali, una contraddizione in termini, che porterebbe i piccoli a scomparire.

Il risultato di questa situazione è che i Piccoli Musei non emergono, e in moltissimi casi vivono in una situazione “liminale”,  mentre finiscono al centro del dibattito proposte “irricevibili”, come quella di Poli museali nei quali i piccoli si annullano, o proposte come quelle che – con la scusa della razionalizzazione – invitano a chiudere i piccoli musei, rinunciando in tal modo alla possibilità di gestire i tesori custoditi nei Piccoli Musei, generando valore per il territorio e occupazione.

 Oggi il mio compito è allora quello di ricordare perché siamo nati, perché è importante salvare e anzi valorizzare ognuna delle 10 mila storie del nostro Paese, custodite e divulgate da ognuno dei piccoli musei italiani; e fare in modo, in futuro, che non si debba perdere neppure una di quelle storie.

  1. Un piccolo museo non è una versione rimpicciolita di uno grande, ma un concetto diverso di museo.

Gli aspetti caratteristici di un Piccolo Museo sono:

a) dimensione: spazi e risorse limitate,

b) radicamento: stretto legame con il territorio e la comunità locale,

c) racconto: capacità di offrire una esperienza originale della cultura locale, più coinvolgente  (“oltre la visita”),

Dunque la definizione di “piccolo museo” non identifica solo una categoria dimensionale, non è solo questione di metri quadrati, ma indica una modalità di gestione che richiede un cultura gestionale particolare e competenze specifiche, come quella di essere “porta di ingresso ad un territorio e alla sua storia”, narratore di luoghi, così da essere in grado di offrire esperienze originali; come è unica e ogni volta diversa, l’esperienza di immergersi nella cultura di un luogo.

  1. L’attuale scenario è dunque segnato da un peccato originale che riguarda le norme relative ai musei che ancora oggi non distinguono tra piccoli e grandi musei. Detto in altre parole sarebbe come se, in altri settori, non si distinguesse tra artigiani e industrie. Questa situazione ha generato norme per musei “ideali” che non esistono, standard impossibili da rispettare da parte dei PM e che finiscono per escludere i PM da tante opportunità, compresi i finanziamenti. Più precisamente le norme attuali sono INADEGUATE, perché il ruolo della risorsa umana non è centrale, il legame con la comunità locale è assente…, sono INCOMPLETE, ad esempio resta esclusa una funzione di base dei musei, strategica per i PM, quella dell’accoglienza, e SBAGLIATE, perché non distinguendo i grandi musei dai piccoli finiscono per penalizzare i Piccoli Musei con richieste impossibili.
  2. In un Piccolo Museo la Risorsa Umana e l’Accoglienza sono centrali. L’identità di un PM dipende dalle persone che ci lavorano. Chi dà vita ad un museo sono le persone, chi accoglie sono le persone, chi anima, chi fa tornare i visitatori, chi divulga …, sono le persone. Ma nelle normative si confonde l’accoglienza con il ricevimento.
  3. In  questa situazione non si sa neppure quanti siano esattamente oggi i PM in Italia.
  4. Anzi in questa situazione i PM non sono spinti ad “emergere” e a migliorare, ma a chiudere.
  5. Senza norme semplici e percorsi specifici per i Piccoli Musei non solo i PM faranno fatica a migliorare e riqualificarsi, ma fanno fatica ad aprire, ad accreditarsi – e in questo caso ad uscire dal non-luogo nel quale rischiano di trovarsi, e a restare aperti
  6. E ora tocchiamo la questione degli Standard. Fino ad oggi l’attenzione è stata incentrata prevalentemente sui requisiti che rappresentano le pre-condizioni per essere museo più che i requisiti che rappresentano le le condizioni, perché “acquisire, conservare, esporre le opere” è la precondizione per essere un museo, ma le funzioni di un museo riguardano anche l’utilizzo che si fa di questi beni, le relazioni con i visitatori, con il territorio, con la comunità locale, con i gestori, … E’ su queste funzioni che occorre spostare di più l’attenzione. Come è noto gli standard utilizzati in Italia sono stati ripresi acriticamente dalle esperienze internazionali, ma il nostro Paese ha un leadership nella cultura, e tocca a noi pensare a nuovi standard quando quelli in uso non sono adeguati a rappresentare la nostra realtà, che si caratterizza proprio per una presenza predominante dei Piccoli Musei. In altre parole non si scrivono le regole, gli standard, senza prima aver delineato una identità chiara, altrimenti saranno gli standard a diventare l’identità. Così i piccoli musei non vanno valutati in base al numero dei visitatori o agli orari di apertura, ma in base alle specificità che li caratterizzano, e alle loro esigenze funzionali: il rapporto con la comunità locale, il rapporto con il territorio, la capacità di essere più accoglienti, e di offrire esperienze che immergano il visitatore nella cultura del luogo….
  7. Gran parte della cultura gestionale pensata su misura dei grandi musei, difficilmente si adatta alla realtà dei PM. Così pure il marketing e la comunicazione, che non possono essere quelli dei grandi musei, “in scala ridotta”!
  8. I grandi musei in Italia sono poche centinaia, i PM sono oltre 10 mila, va da sé che se i PM decidono di muoversi assieme non c’è storia, come ha mostrato anche l’ultima edizione di #Museumweek. Naturalmente ci si può muovere assieme, Piccoli e Grandi, e sarebbe auspicabile, a patto che si riconosca la propria identità, altrimenti nell’incontro con l’altro ci si annulla. Che è quello che accade oggi ai PM.

Per questo i Piccoli Musei non vogliono crescere in dimensione, vogliono crescere in considerazione.

prof. Giancarlo Dall’Ara – Presidente dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei

info: www.piccolimusei.com

 

Homeward Bound – Sulla strada di casa

“Homeward Bound – Sulla strada di casa” è un film sperimentale appena uscito nelle sale italiane, la sua trama costruisce un progetto sociale realizzato a costo zero con alcuni ragazzi adolescenti che vivono presso l’Hotel House di Porto Recanati, un enorme e isolato grattacielo/ghetto (16 piani, 480 appartamenti) dove vivono circa 2000 persone provenienti da più di 40 paesi differenti.Di questi circa 450 sono minori. Più del 90% della popolazione residente è di nazionalità straniera.

Poster Homeward BoundSotto la guida dei registi Giorgio Cingolani e Claudio Gaetani i protagonisti del film hanno compiuto un percorso formativo attraverso la partecipazione ad un laboratorio di cinema gratuito (iniziato a novembre del 2013 per più di 30 incontri ufficiali) svolto da docenti e professionisti del settore in cui hanno affinato le loro competenze cinematografiche e hanno messo a punto il loro progetto di realizzazione. Alla fine di questo lavoro sono stati elaborati una serie di racconti che hanno dato vita ad un lungometraggio che ha già avuto numerosi riconoscimenti in diversi festival nazionali.

Un lavoro sperimentale girato in condizioni abbastanza complesse con riprese fatte nell’arco di un anno, che racconta le storie di questi adolescenti tra realtà e finzione: le storie, le narrazioni in varie forme drammaturgiche e i racconti che costruiscono la trama del film sono legati intimamente alle esperienze dei ragazzi che attraverso il film raccontano se stessi e la loro ricerca difficile e frammentata di un’identità.

Un film necessario, di questi tempi.

Maggiori info su film e proiezioni: www.giorgiocingolani.com

Croazia e Italia: Percorsi d’Arte del Rinascimento

Per chi è alla ricerca di spunti per un tour d’arte verso luoghi e città che hanno caratterizzato la cultura adriatica tra le rispettive sponde proponiamo di seguito un affascinante percorso attraverso opere e protagonisti zaratini che per la qualità dell’operato artistico furono fondamentali per l’evoluzione del Rinascimento, della storia e della cultura della nostra civiltà: Giorgio di Matteo, Luciano Laurana e Francesco Laurana.

Giorgio di Matteo [video] (Juraj Matejev Dalmatinac – Zara primi del ’400 – Sebenico, 10 novembre 1475), fu artefice di notevoli opere scultoree in Adriatico che presentano caratteri d’immediatezza espressiva e libertà creativa nell’amalgamare stili diversi che vanno dal gotico internazionale ai motivi offerti dai monumenti classici della sua terra d’origine.

Tra le tante e prestigiose opere, dal 1441 al 1473 lo scultore contribuì con il nome di Dalmaticus alla realizzazione di un capolavoro, divenuto oggi patrimonio dell’umanità ricevendo l’incarico di protomagister per la Cattedrale di San Giacomo a Sebenico. Trasferendoci sulla sponda italiana possiamo invece ammirare ad Ancona i portali di San Francesco alle Scale e della sconsacrata Chiesa di Sant’Agostino entrambi ricchi di fregi, statue e volti scolpiti e la facciata della Loggia dei Mercanti in cui spiccano numerosi elementi scultorei tardogotici  e rinascimentali misti a influssi  veneziani.

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Opere di Giorgio di Matteo il Dalmata

Un altro dalmata che merita di essere annoverato per il suo grande impatto sull’architettura umanistica e rinascimentale è Luciano Laurana [video] (Vrana o Zara c.a 1420 – Pesaro 1479). Magnifico “ingegnero” al quale Federico da Montefeltro diede la prima patente di architetto della storia Luciano approdò al servizio delle più importanti corti italiane dell’epoca mettendo in opera nelle sue fabbriche e nell’edificazione del Palazzo Ducale di Urbino la poetica di un nuovo linguaggio urbanistico sull’esempio di Leon Battista Alberti che ancora oggi nel mondo è fondamento di un’estetica dai caratteri ideali e soluzioni formali innovative.

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Opere di Luciano Laurana

Dopo aver ammirato la facciata con i famosi torricini ed essere accolti a palazzo dalla mirabile creazione del Cortile d’Onore,  dirigetevi alla scoperta dei vari ambienti progettati dal Laurana divenuti oggi sede della Galleria Nazionale delle Marche per ammirare tra tante e notevoli opere d’arte la tavola della Città Ideale attribuita già nella seconda metà del sec.  XVI al grande architetto dalmata. Tra le altre opere in cui risulta evidente il contributo di Laurana segnaliamo la Rocca Roveresca di Senigallia, la Rocca Costanza di Pesaro e Castel Nuovo a Napoli.

Come Luciano, originario del borgo e Castello della Vrana, fu Francesco Laurana [video] (Vrana/Zara c.a 1425 – marsiglia o Avignone primi mesi del 1502) nelle cui mirabili e raffinate opere scultoree emergerà quello spirito rinascimentale da grande artista che segnando un’epoca divenne un modello di riferimento per le future generazioni. La prima grande opera in cui si attesta la presenza di Francesco Laurana fu la grande fabbrica di Castel Nuovo a Napoli per la realizzazione di un Arco Trionfale in marmo commissionato da Alfonso d’Aragona da inserire come facciata tra le due torri di guardia appena erette e rivestite. Dal 1453 sotto la supervisione di Guillermo Sagrera da Maiorca Francesco Laurana scolpì diverse parti dell’Arco e in particolare i rilievi raffiguranti il trionfo regale,  l’Ambasceria tunisina e i trombettieri a cavallo,  la Giustizia posta tra i Colossi dell’arcata superiore, insieme ad altri artisti tra cui  Pietro di Martino da Milano, Paolo Romano da Sezze, Domenico Gagini, Isaia da Pisa, Antonio da Chelino, Pere Johan, Andrea dell’Aquila. Sempre a Napoli negli anni successivi Francesco realizzerà alcune Madonne di gusto gotico e classicheggiante tra cui una Madonna col Bambino eseguita in marmo rosa, la cosiddetta Madonna del Passero entrambe collocate al Museo Civico di Castelnuovo e un’altra la Madonna con Bambino per la Chiesa di Santa Maria Materdomini (oggi al Museo di Capodimonte).

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Opere di Francesco Laurana

Verso la fine del 1467 lo scultore dalmata si trasferisce in Sicilia dove a partire dal maggio 1468 aprì a Palermo una bottega insieme allo scultore lombardo Pietro de Bonitate. A questo periodo risalgono diverse Madonne quali quella di Castelvetrano, Salemi, Palazzolo Acreide, Caltabellotta, la Madonna Libera Inferni conservata nella Cattedrale di Palermo e la Madonna della Neve il suo capolavoro datato al 1471 e firmato per la Chiesa del Crocifisso di Noto influenzato da poetiche franco-fiamminghe di Antonello da Messina. A Palermo troviamo altri lavori prestigiosi come quello per il Portale della Cappella dei Mastrantonio nella Chiesa di San Francesco d’Assisi e il suo primo Busto di giovane donna che ornava la Tomba di Eleonora d’Aragona contessa di Caltabellotta nel Convento di S. Maria del Bosco a Calatamauro oggi conservato nella Galleria Regionale di Palazzo Abatellis.

Tra la fine del 1471 e l’inizio del 1472 Laurana lasciò la Sicilia per ritornare nella capitale del Regno Aragonese dove rimarrà fino al 1475. Dopo i lavori attribuiti in Puglia della Vergine con bambino, nella lunetta del portale della Chiesa Madre a Santeramo in Colle e il Busto del Duca Francesco II del Balzo, collocato nella Chiesa di San Domenico di Andria, a Napoli eseguirà la serie di busti regali che gli daranno fama e notorietà tra cui il  Busto di Battista Sforza, Duchessa di Urbino, conservato oggi al Museo Bargello di Firenze.