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EUGENIO MICCINI: La Voce dei Poeti

Nel 2005 la Mediateca delle Marche pubblicò per i suoi Quaderni, un volume dal titolo significativo : I SEMINARI DI CARTACANTA  Dalla Carta al Web, www.Percorsidell’Arte.Lab. Il libro raccoglie saggi e trascrizioni di interventi realizzati durante i seminari del 2003 e del 2004. Uno di questi interventi lo abbiamo voluto pubblicare in forma integrale, si tratta del contributo di Eugenio Miccini (1925-2007) uno dei grandi protagonisti della ricerca poetica ed artistica italiana. Sono trascorsi 13 anni, eppure le sue parole risultano così attuali, la sua colta analisi così lucida. Pensiamo che questa nostra scelta contribuisca ad una riflessione collettiva oggi indispensabile, buona lettura.
La redazione
EUGENIO MICCINI
La Voce dei Poeti
Come diceva Picasso : “io non cerco, io trovo“. La parola “invenzione” dal suo etimo latino, significa trovare. Quindi noi poeti visivi abbiamo trovato che la comunicazione bassa, anche ai tempi di Dante, era il volgare. Lui scriveva in italiano e per convincere i dotti ha dovuto scrivere un trattato in latino, il De Vulgari Eloquentia. Oggi la gente è alfabetizzata ad un altro tipo di linguaggio che ibrida due forme espressive, due codici espressivi, la parola e l’immagine. Wittgenstein scriveva che la parola è la rappresentazione logica delle cose, della realtà. Purtroppo anche il grande Wittgenstein si sbagliava ed è stato corretto proprio da Roland Barthes quando dice che le parole hanno abbandonato le cose.
Tra l’universo della cosiddetta realtà e l’universo simbolico, c’è ormai un divario incolmabile, per cui i poeti che erano “in situazione“, hanno sentito che la loro voce non serviva più a nulla, perchè non aveva un utente. Quindi la poesia si è trovata a parlare di sè, non più a parlare “del” mondo, ma a parlare “nelmondo. Si è innamorata di sè, proprio nel momento in cui nel secolo trascorso c’era una ridondanza delle comunicazioni così dette sociali, con la grande invadenza dei mass-media, della pubblicità, di tutta la struttura mercantile della civiltà dei consumi.
Faccio un passo indietro. Qualche anno fa la Biennale di Venezia organizzò un convegno intitolato “Lo scambio tra le arti nel novecento“, in ritardo di ben 40 anni rispetto ai due convegni che facemmo a Firenze su “Arte e tecnologia” e su “Arte e comunicazione“, studiando le interazioni tra codici espressivi diversi in ogni campo della cultura. Pensate al potere logico della parola che costituisce un linguaggio temporale, avvicinatela all’immagine che invece è un linguaggio ambiguo, spaziale, cercate di creare un sinergismo tra la parola e l’immagine. Questo l’ha fatto la pubblicità, non l’hanno fatto gli artisti. Il nostro volgare era proprio un rispecchiamento, anzi allora si chiamava un risarcimento estetico di tutto quello che la civiltà contemporanea andava producendo, dilapidando, disperdendo. In fondo anche la Pop Art, nonostante fosse un’apologia negativa della società dei consumi, le immagini le ha trovate e non solo, ma un tecnico specializzato della serigrafia diceva che anche Warhol ha sbagliato scientemente tutte le serigrafie, perchè non erano “ben a registro” come si dice in termine tecnico. Ho per altro insegnato in Accademie di Belle Arti nelle quali le discipline cartografiche, non comprendevano la serigrafia.
Il novecento ha prodotto tanti capolavori, ma non esiste un catalogo di quelli serigrafici.

Eugenio Miccini, Senza titolo (serie Poesia trovata), 1987.

 

Tornando al convegno di Venezia sullo scambio tra le arti del novecento, Umberto Eco dichiarò che lo scambio tra i linguaggi nella letteratura era una forma retorica che si chiamava ipotiposi, ho scritto un libro sulla retorica della fotografia e conosco bene le immagini della ipotiposi. Non concordai e dissi che l’ipotiposi è l’allusione di un linguaggio ad un altro linguaggio, ma sempre all’interno della letteratura. Mentre noi della poesia visiva non abbiamo usato un linguaggio che alludesse ad un altro linguaggio, abbiamo usato due codici diversi:
l’immagine e la parola.
Un giorno ricevetti una lettera da uno degli americani, Lawrence Ferlinghetti. C’era stata la commemorazione di Francesca Bertini regina del cinema muto, avevo scritto su una tela emulsionata tratta da un fotogramma di un film con la Bertini ” la poesia è morta, viva la poesia“, come usavano dire i francesi quando moriva il re ” morto il re, viva il re”. Ferlinghetti mi chiese il permesso di mettere questa frase in un suo libro intitolato “Il poeta“, acconsentii.
In che senso la poesia come la intendevamo noi era morta? C’è un bel saggio di Jan Mukarosvky, che dice che ogni invenzione stilistica, ogni innovazione estetica, rompe la tradizione, la infrange, con un lento processo creativo che costituisce la storia della cultura, però a sua volta crea anch’essa un modello che bisogna evitare. Sarebbe quella rivoluzione permanente di cui parlava Trotskij, quando non bastava conquistare il potere, bisognava mantenerselo vivo in maniera sempre critica. Quindi il rischio di noi artisti o poeti, non so bene cosa siamo, potrebbe essere quello di riscrivere le cose già scritte, di ridipingere le cose già dipinte, per cui l’arte genererebbe l’arte. Allora un mio antico allievo che faceva poesia visiva, Achille Bonito Oliva, ha inventato un concetto che lui chiama “lo strabismo culturale“. Lui diceva “bisogna essere strabici nel campo della cultura : con un occhio si guarda il mondo dell’arte e quindi si prende forza dalla tradizione, sia pure per rinnegarla, criticarla o non criticarla, ma con l’altro occhio bisogna guardare il mondo della vita“. Il mondo della vita non è un mondo inerte, produce un sacco di testimonianze di se, anche in questi momenti così drammatici, che sono tanto più drammatici quanto più sono documentati attraverso le immagini..
Molti insegnanti di lettere ignorano gli epigrammi che Vittorio Alfieri scriveva sui giornalisti e che risultano assenti anche dalle antologie di Letteratura Italiana. Diceva “chi ci infama? I giornalisti, chi si infama? I giornalisti. Chi li sfama i giornalisti? ” e ancora ” i giornalisti, gli invidiosi, i cupidi, i tristi “.
Non vorrei dire male di una categoria a cui anch’io appartengo, voglio dire che anche l’informazione ha dei lati negativi.
Il vecchio Marshall McLuhan diceva che il tram elettrico non solo fa meglio quello che prima faceva il tram a cavalli, ma ha inventato delle prestazioni che prima erano impensabili. Dobbiamo riflettere un pò su questo.
Quali sono le prestazioni che non esistevano prima della rivoluzione tecnologica ed erano perfino impensabili? L’altro giorno ero insieme a Vittorio Fagone e c’era una artista che parlava non solo della solitudine dell’artista, ma del silenzio dell’artista oggi ed io ho detto : “attenzione, il silenzio ce l’ hanno loro. La nostra piccola, esile voce non avrà grandi udienze, non avrà grande riscontro, ma è un parlare autentico“, mentre le cosiddette comunicazioni di massa che si potrebbero giustamente definire mezzi di comunicazioni “per” la massa, ormai sono condannati ad una tale ridondanza per cui l’entropia li riduce al silenzio.
E’ un silenzio comunicativo, oppure un rumore comunicativo così alto, forse perchè sono arrivati al livello degli ultrasuoni, per cui noi non possiamo neanche percepirlo.
Eppure invadono anche quello spazio che invece dovrebbe essere occupato dalla voce dei poeti.
Eugenio Miccini

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La filosofia di Han Bennink

Parlare di Han Bennink significa intraprendere un viaggio nella storia del jazz europeo, a cominciare dai primi tentativi di emancipazione dal modello americano fino agli esiti più estremi della free improvisation.
Altro obiettivo del volume è analizzare il drumming benninkiano, sempre riconoscibile indipendentemente dal contesto musicale in cui egli si ritrova.
Intervistando lo stesso Bennink, Catalano prova a descrivere cosa significa essere un improvvisatore prima ancora che un batterista, affrontando così un tema molto discusso come l’improvvisazione, ma da una prospettiva diversa rispetto a quella puramente tecnico-musicale o filosofica.
Raul Catalano
dopo essersi laureato in filosofia presso l’Università Cà Foscari di Venezia nel 2012, ha ottenuto il Diploma in Batteria e Percussioni Jazz presso il Conservatorio di Venezia. E’ membro dell’ ensemble Elettrofoscari, nato dal laboratorio sull’improvvisazione diretto dal Prof. Daniele Goldoni.

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UNESCO CROAZIA: IL PATRIMONIO IMMATERIALE

Dopo aver descritto nel precedente articolo gli 8 siti croati Patrimonio dell’Umanità, prosegue il nostro percorso alla scoperta dei 14 tutelati come patrimonio culturale immateriale, vere e proprie meraviglie della tradizione culturale.

1) La Processione della Croce sull’isola di Hvar

Da oltre cinque secoli gli abitanti dell’isola di Hvar, la più soleggiata della Croazia, si celebrano la Settimana Santa e la Pasqua con l’originale processione “Dietro la Croce” (Za Križen), un’espressione d’identità religiosa e culturale unica nel suo genere nata a seguito ad un evento straordinario accaduto nel 1510 quando da una piccola croce nella città di Hvar fuoriuscirono delle lacrime di sangue. Alla stessa ora, nella notte tra il Giovedì e il Venerdì Santo, dalle sei chiese parrocchiali di Jelsa, Pitve, Vrisnik, Svirče, Vrbanj e Vrboska partono sei processioni che in otto ore si snodano su 22 chilometri. Guidata a piedi scalzi dal križonoša il portatore della croce prescelto la processione raduna numerosi credenti provenienti da tutta l’isola e da varie parti d’Europa.

La Processione della Croce sull’isola di Hvar

2) Il canto tradizionale “ojkanje

Coniato dal musicologo e compositore Antun Dobronic il termine “Ojkanje” indica una tipologia di canto tremante e profondo  tipica dall’entroterra dalmata in cui ogni canzone dura quanto il respiro dei principali cantanti. Il canto tradizionale ojkanje si pensa sia probabilmente legato ad uno strato illirico nella musica seppur i testi delle canzoni abbracciano una varietà di argomenti da amore ai temi sociali attuali e politici.

Il canto tradizionale ojkanje

3) Il canto a due voci e la scala istriana

La scala istriana (esafonica, non temperata) è un caratteristico modo di suonare e cantare a due voci tipico dell’Istria e del litorale Croato (Quarnaro) la cui base tonale sta in una serie di suoni non temperati. Le due linee che la compongono si muovono su intervalli di terza (costa) e di sesta (centro dell’Istria). I generi includono le forme ad intervalli stretti del Kanat e Tarankanje, tecniche di tono nasale , la variazione e l’improvvisazione, la conclusione al unisono o all’ottava mentre gli strumenti includono sopele ciaramelle, zampogne , flauti , e Tambura liuti.

Il canto a due voci e la scala istriana

4) Il canto della Klapa  in Dalmazia

l canto della Klapa (compagnia, amici) è un tipico canto polifonico senza l’accompagnamento di strumenti musicali. Il canto a più parti e a cappella fa parte della tradizione orale ed è una forma semplice e libera di fare musica insieme esibendosi in semicerchio stretto. Il leader di ogni gruppo di klapa è il primo tenore, seguito da diversi tenori, baritoni e voci basse così da raggiungere la migliore miscela possibile di voci per interpretare diversi stati d’animo durante l’esecuzione. Gli argomenti delle canzoni klape riguardano temi amorosi, situazioni di vita e la società.

Il canto della Klapa in Dalmazia

5) Il canto e la musica strumentale tradizionale “Bećarac” nella Croazia orientale

Bećarac e’ una melodia vocale e vocale-strumentale con orchestra Tambura, popolare in Slavonia, Baranja e Srijeme. Il testo è allegro e gioioso ed è ricco di allegorie e metafore. Il nome deriva dalla parola turca Baqara , che in uso della lingua croata denota un giovane scapolo, fidanzato, single. Il Bećarac viene cantato per lo più a matrimoni e altre occasioni importanti di vita.

Il canto e la musica strumentale tradizionale Bećarac nella Croazia orientale

6) Lo scampanatore: la Rassegna annuale degli scampanatori Kastav

Durante il Carnevale e fino al mercoledì delle Ceneri, a Kastav gruppi di uomini, gli Zvoncari, visitando vari villaggi danno vita ad una processione attraverso percorsi tradizionali. Dotati di campane e travestiti con un mantello di montone rovesciato con maschere e copricapi che simboleggiano la fertilità e la vegetazione, suonano muovendosi in modi diversi e ben studiati per dar vita ad un antico rituale che invoca la fertilità a fine dell’inverno.

La Rassegna annuale degli scampanatori a Kastav

7) Il “nijemo kolo” (danza silenziosa in cerchio), tipico della Dalmazia interna

Il ballo in silenzio tipico delle zone dell’entroterra dalmata (Dalmatinska zagora) si esegue in circolo chiuso tra uomini e donne con passi e  figure, spesso vigorose e impressionanti che riflettono lo stato d’animo e il desiderio dei partecipanti. Nijemo Kolo trasmessa di generazione in generazione è tradizionalmente eseguita durante il carnevale, fiere, feste e matrimoni ed era una modalità per giovani donne e uomini di incontrarsi e conoscersi l’un l’altro ma anche un modo per distinguere le varie identità e appartenenze da villaggio all’altro.

Nijemo kolo

8) Il torneo cavalleresco Sinjska Alka a Sinj

La Sinjska Alka è un torneo cavalleresco che si tiene ogni anno a Sinj, fin dall’anno 1717 che vede cavalieri su cavalli al galoppo lungo un perimetro delineato, puntare con la lancia un anello di ferro appeso a una corda. Il nome del torneo deriva dalla parola anello, una parola di origine turca , che riflette lo scambio culturale tra due civiltà diverse. Le regole del torneo, sono state codificate e l’intera comunità contribuisce a conservare e restaurare le armi , l’abbigliamento e le attrezzature per sostenere il mantenimento della tradizione. Durante il torneo si tengono anche cerimonie religiose, incontri sociali, feste private e in pubblico.

Il torneo cavalleresco Sinjska Alka a Sinj

9) La manifattura di merletti in Croazia

In passato in Croazia, il merletto non era riservato a classi aristocratiche e religiose ma veniva lavorato dalle mani delle donne residenti nelle zone rurali per l’abbigliamento tradizionale e l’arredamento. Questa tradizione è continuata ed è possibile ritrovarla in tre centri principali: Lepoglava nello Zagorje croato con merletto a fuselli, il merletto decorativo di Pag fatto ad ago e quello di Hvar prodotto grazie alla sapienza dei monaci benedettini con il filo estratto dalla pianta di agave.

La manifattura di merletti in Croazia

10) La tradizionale manifattura di giocattoli di legno nello Zagorje croato

la regione dello Zagorje croato ha una lunga storia legata alla produzione tradizionale di giocattoli in legno che ha origine nel XIX secolo nei villaggi di Laz, Stubica, Tugonica ed a Marija Bistric. Qui di generazione in generazione si tramandano più di centoventi modelli di giocattoli diversi  fatti a mano da uomini e dipinti da donne. Pezzi unici dipinti con colori naturali ricorrenti come il rosso, il giallo e il blu raffiguranti ornamenti floreali e geometrici.

La tradizionale manifattura di giocattoli di legno nello Zagorje croato

11) La Processione di Primavera a Ljelje/Kraljice (Regine) da Gorjani

La Processione delle Regine si tiene ogni anno in Primavera durante la Pentecoste nel villaggio di Gorjani  in Slavonia. La processione è composta da ragazze di Gorjana che visitano il villaggio ed eseguono un rituale che consiste di particolari canzoni e danze con le spade. I partecipanti dividono in regine e re: una parte impersonano re armati di spade e cappelli decorati con fiori e l’altra parte sono regine che portano sulle loro teste ghirlande bianche come delle spose. La festa si basa su danze popolari effettuate di casa in casa accompagnate da musicisti ed è un momento simbolico e fiero del suo popolo che ha la possibilità di mostrare la bellezza e l’eleganza delle sue giovani ragazze.

La Processione di Primavera a Ljelje Kraljice da Gorjani

12) La Festa di San Biagio, Patrono di Dubrovnik

San Biagio, era vescovo in Armenia, fu torturato e ucciso al tempo dell’imperatore Diocleziano e divenne protettore di Dubrovnik nel X secolo. La leggenda racconta che fosse apparso nel sonno ad un certo Stojko, parroco della cattedrale per avvisarlo di un imminente attacco della flotta veneta permettendo così alla città di salvarsi. A seguito di questo evento, il Senato proclamò San Biagio protettore della Citta di Dubrovnik. La festività di San Biagio, si celebra il 3 Febbraio di ogni anno ed è un avvenimento famoso per la grande partecipazione popolare vestita con pittoreschi costumi, per i numerosi eventi e spettacoli e per la superba processione con le reliquie del Santo per le vie della città.

Festa San Biagio, Dubrovnik

13) I biscotti allo zenzero nella Croazia settentrionale

L’arte nella produzione del pan di zenzero apparse in alcuni monasteri europei durante il Medioevo, e quando giunse in Croazia divenne un vero e proprio mestiere che richiede abilità e velocità. Gli artigiani che producono anche miele e candele usano la stessa ricetta che comprende farina, zucchero, acqua e bicarbonato di sodio a cui vanno aggiunte le spezie. Ogni artigiano decora il proprio prodotto in modo speciale utilizzando anche fotografie, piccoli specchi e testi in rilievo. Il motivo più comune del pan di zenzero è il cuore e spesso lo si prepara per il matrimonio.

I biscotti allo zenzero nella Croazia settentrionale

14) La Dieta Mediterranea

La Dieta Mediterranea diventata simbolo UNESCO si fonda nel rispetto per il territorio e la biodiversità e promuove l’interazione sociale, poiché definisce un insieme di prodotti alimentari comuni che stanno alla base dei costumi sociali e delle festività di molte comunità del Mediterraneo. È con queste motivazioni che, nel novembre 2010, la Dieta Mediterranea è stata riconosciuta dall’UNESCO Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Un patrimonio che riunisce le abitudini alimentari dei popoli del bacino del Mar Mediterraneo (Italia, Spagna, Grecia, Marocco, Portogallo, Croazia e Cipro), consolidate nel corso dei secoli e rimaste pressoché immutate fino agli anni Cinquanta, e che va ben oltre una semplice lista di alimenti ma riguarda la cultura di vita, le pratiche sociali, tradizionali e agricole.

La Dieta Mediterranea

La Repubblica di Croazia ha inoltre inviato al Centro per il Patrimonio dell’Umanità (WHC) un elenco di beni culturali e naturali ad oggi “in lista d’attesa” tra cui:

  • Il Complesso episcopale di Zara
  • Il limes croato di Varaždin, la “Tvrđa” di Osijek
  • Ll’ampliamento del Palazzo di Diocleziano ed il centro storico di Spalato
  • Lubenice sull’isola di Cres
  • Il borgo e castello Veliki Tabor
  • Il nucleo storico-urbanistico di Ston (Stagno) con Mali Ston (Stagno piccolo)
  • il borgo di Motovun (Montona)
  • L’eremo di Blaca
  • Le vigne di Primošten
  • La città di Korčula
  • Infine, insieme all’Italia, la Croazia ha recentemente chiesto il riconoscimento per le Mura e fortificazioni venete.

Tonka Kukin

XXVI Biennale di Scultura di Gubbio

Questa è certamente una buona notizia, con il 2016 la storica Biennale di Scultura di Gubbio riprenderà a documentare con le sue esposizioni la ricerca degli scultori contemporanei. Dovrebbero infatti esserci le adeguate garanzie di continuità  considerando l’inedita partecipazione della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, quindi dello Stato. Speriamo siano state superate le varie difficoltà delle Istituzioni locali e quella disaffezione di critica e pubblico derivata negli anni dalle alterne vicende organizzative. Questa edizione, anche se in tono minore, è un bel regalo per chi segue con passione l’avventura dell’arte contemporanea presentando un gruppo ridotto di buoni artisti con opere esposte nelle due storiche sedi del Palazzo Ducale e del Palazzo dei Consoli e l’aggiunta del percorso espositivo al Parco Ranghiasci.

L’ Edizione XXVI a cura di Giorgio Bonomi, Bruno Corà ed Enrico Crispolti, porta in mostra 16 artisti tra cui Sciannella, Nunziio, Deacon, Liberatore, Santoro,Casciello, Habicher, Del Ponte. Da sottolineare anche gli interessanti progetti presentati dagli studenti delle Accademie di Belle Arti italiane che tra esercizi concettuali e riletture storiche, documentano il discreto stato di salute dell’istruzione artistica italiana da sempre emarginata e sottovalutata dai vari Governi e Ministeri gravemente ir/responsabili. Il vero punto di forza dell’iniziativa artistica umbra, è il giusto omaggio alle due esponenti storiche Mirella Bentivoglio e Nedda Guidi.

l’Ovo, il Manifesto della Biennale e Mirella Bentivoglio

La Bentivoglio nel 1976 realizzò per la rassegna eugubina l’installazione che ricordiamo ancora con la stessa immutata emozione. La sua fu una presenza significativa, fuori Porta S. Pietro a ridosso delle mura medioevali, pose il monumento simbolico all’ “Adultera Lapidata“, un grande uovo di pietra, come le case e le mura difensive che circondano il luogo. La sua ricerca, effettuata nell’ambito della Poesia Visiva, divenne quindi oggettuale proponendo una lettura delle “Strutture Simboliche” in scala urbana, con la naturale amplificazione dei rapporti comunicativi e nuove partecipate sollecitazioni. La mostra documenta fotograficamente questa presenza oltre ad esporre numerose altre opere dell’artista. Sono “Poesia all’Albero” del 1976 e del 1979 con installazioni in Piazza della Signoria ed al Teatro Romano ed ” E+E Rapporto di Predominio” una delle felici combinazioni di E/Vocazione, performance allestita in Campo Santo Spirito nel 1981.

Oggi l’Ovo come da allora Gubbio chiamò l’opera, è scomparso, rimane solo il grande fico sullo sfondo, ci viene allora naturale una riflessione : in questi mesi l’Ovo riappare nell’immaginario di chi visita la Biennale che fu della ceramica, dei metalli e con Mirella Bentivoglio della pietra. A Gubbio il compito di segnare questa presenza, oggi è possibile! Ricordiamo agli attuali amministratori pubblici e soprintendenti, che la grande artista con il suo lavoro ci ha messi a confronto con i segni linguistici, i codici, in dialogo con il 900 delle tecnologie.

Ricollocare l’Ovo è possibile, ma bisogna volerlo fare.

XXVI BIENNALE DI SCULTURA  –   Gubbio, Palazzo dei Consoli (Piazza Grande) e Palazzo Ducale (via Federico da Montefeltro) 16 ottobre 2016 al 15 gennaio 2017.   Orari:   Palazzo Ducale: tutti i giorni dalle 8.30 alle 19.30; lunedì dalle 13 alle 19  /  Palazzo dei Consoli: tutti i giorni, 10 -13 / 15 -18  (14.30 – 17.30 da novembre a fine mostra).

La “Genesi” di Sebastião Salgado a Forlì

Fino a Domenica 29 Gennaio 2017,  Forlì ospita la bella mostra di Sebastião Salgado organizzata nei suggestivi spazi di San Domenico, oramai storicamente dedicati alle iniziative espositive della città romagnola.

All’interno della chiesa ritroviamo il percorso che Salgado ha predisposto per lo spettatore, mettendolo alla prova con il suo segno incessante, ripetitivo, umano. Colpiscono certamente le immagini dal forte contenuto, ma il segreto sta nell’uso sapiente del bianco e nero, in un dialogo tra ambiente e uomo che finalmente appare così normalmente naturale.

Una bellezza assoluta, quasi di maniera se non fosse che le sequenze fotografiche denunciano con efficacia l’intoccabilità di un delicato equilibrio.

Il maestro fotografo ammonisce i visitatori che si fanno affascinare dalle numerose e suggestive inquadrature, ma li gratifica anche con impaginazioni perfette, suddivise nelle sezioni tematiche Africa, Santuari, Genesi, Amazzonia.

Il percorso si sviluppa con il passo dell’elefante, consapevole, imponente.  Le ritualità familiari e le tribalità dei gruppi, fanno apparire il motivo costantemente presente della semplice bellezza del corpo. Sicuramente una mostra da consigliare, come il libro DE MA TERRE A LA TERRE nella versione italiana edita da Contrasto nel 2016. Sebastião Salgado si racconta: il Brasile agricolo degli anni 50-60, gli studi giuridico-economici a Vitoria e la fuga in Francia per il colpo di stato del 1964.

Diamoci quindi appuntamento alla prossima iniziativa di questo irrefrenabile costruttore di immagini, ringraziandolo per i pensieri suscitati, per il rispetto e la determinazione con i quali ci racconta il destino dell’uomo.

maggiori info: http://www.mostrasalgadoforli.it/

ARTÙ, IL CAVALIERE DALMATA

Ad Igrane, una località turistica della Riviera di Makarska in Croazia, da qualche anno si svolge la manifestazione denominata La Notte di Re Artù in onore di Ygraine, la madre del mitico cavaliere che qui sarebbe nata e da cui il borgo avrebbe preso il nome. La rievocazione storica potrebbe essere solo un colto e divertente omaggio ad una figura leggendaria se non fosse che da qualche tempo nell’area spalatina, grazie ad una serie di ritrovamenti archeologici e approfonditi studi storici, la figura di Artù inizia a concretizzarsi realmente rispetto all’invenzione letteraria.

Agli inizi del Novecento lo studioso Kemp Malone ipotizzò che Artù potesse essere riconducibile a Lucius Artorius Castus, un grande condottiero romano del II secolo d.C. le cui gesta sono molto simili a quelle narrate nelle cronache arturiane. Nel tempo altri contributi storici tra i quali segnaliamo quelli di John Mathewes, C. Scott Littleton, Linda Malcor e Nenad Cambi apriranno nuovi e suggestivi orizzonti sulla figura del grande comandante. Infatti l’unico Artorius (dalla gens Artoria che da Salona si diffuse nell’alto Adriatico ed in Campania) che sembra sia stato in Britannia è proprio Castus come si evince altresì delle cronache di Nennio nel suo Historia Brittonum risalente al IX secolo che recupera le versioni orali della saga arturiana dei secoli precedenti.

La prova che Lucius Artorius Castus sia realmente esistito è data dal recente ritrovamento del suo sarcofago incastonato nelle mura della Chiesa di San Martino a Podstrana (l’antica Pituntium o Peguntium romana a pochi chilometri dalla città di Diocleziano) recante in due diverse lastre l’iscrizione funeraria e il cursus honorum.

Podstrana, Chiesa di San Martino

Nella prima epigrafe leggiamo:

Lucius Artorius Castus, Primipilo della V Legione Macedonica, Prefetto della VI Legione Victrix [….]

Primo frammento della lastra con l’epigrafe ricostruita

Nella seconda epigrafe in onore alla carriera emerge la figura del grande condottiero:

Sacro agli Dei Mani, Lucius Artorius Castus, Centurione della III Legione Gallica, al Centurione della VI Legione Ferrata, al Centurione della II Legione Adiutrix, al Centurione della V Legione Macedonica, Primipilo della stessa legione, Preposto della flotta di Capo Miseno, Prefetto della VI Legione Victrix, Comandante delle due(?) legioni in Britannia contro gli Armorici, Procuratore centenario con diritto di spada. Nel corso della sua vita ha fatto questo per se stesso e la sua famiglia. Dalla sua ultima volontà/testamento

Seconda lastra con ricostruzione ed interpretazione epigrafica

Quest’ultima epigrafe ci narra di un uomo valoroso e dalle molte imprese fatte in qualità di primo centurione e cavaliere nella III legione Gallica di stanza in Siria, al comando di truppe ausiliarie (le auxiliae) preposte alla difesa dei confini costituite da temibili guerrieri sarmati provenienti dalle regioni euroasiatiche di stazza tra l’Illiria e il nord-est italiano il cui vessillo era il Drago e il loro principale culto la spada conficcata nel terreno.

Artorius fu primo centurione in Giudea, sulle rive del Danubio come in Pannonia e Dacia; Responsabile della flotta del Miseno e poi Prefetto della stessa legione.

Successivamente fu Dux al comando di cavalieri corazzati della IV Victricis in Britannia a probabile difesa dei confini del Vallo di Adriano e da ultimo Procuratore centenario (cioè governatore, con una provvigione di centomila sesterzi annui), in Liburnia luogo in cui forse come cavaliere corazzato sarmata decise di ritrarsi o ricongiungersi alla sua famiglia d’origine esercitando pieni poteri (con diritto di spada) sul territorio.

 

Locandina e scena da King Arthur, film del 2004 diretto da Antoine Fuqua, interpretato da Clive Owen e Keira Knightley

A suffragio di questa ultima ipotesi cavalleresca e a seguito di riscontri storici, il talentuoso sceneggiatore del Il Gladiatore, David Franzoni costruirà a partire da Lucius Artorius Castus la trama del film King Arthur di Antoine Fuqua (2004), pellicola in cui leggenda e realtà sono ben amalgamate in un unico e coinvolgente racconto che appassionati e curiosi  potranno in parte rivivere sulle coste a Sud di Spalato.

Marlon Macanović, magistar prava

Com’era , dov’era – oppure come non era e dove non era..

Slogan in cui è costretta la comunicazione che tende a semplificare, a dare risposte immediate a bisogni a volte urgenti e immediati, ma la cui soluzione è di natura più complessa.

Lo slogan Com’era , dov’era  sembra sia stato coniato già a Venezia attorno al 1902-1903 in occasione della ricostruzione del Campanile di Piazza S. Marco dopo il suo crollo. Venezia appunto, una forma Urbis e un concentrato di spazi ed edifici di così alta qualità da sembrare “immutabili” nel tempo.

I migliori architetti e uomini del tempo non erano tutti d’accordo a cominciare da Otto Wagner, il grande architetto viennese per finire a Giosuè Carducci.

Il campanile ricostruito sarà alla fine una copia praticamente identica, per quanto falsa dell’originale. Forse si poteva anche non ricostruire o costruirne un altro in posizione diversa. Immagini dell’epoca dimostrano che la forma urbis di Venezia in particolare di quella piazza non è affatto sconvolta. Un’occasione mancata ?

Venezia non si è costruita compiuta e immutabile in un attimo ma bensì in più di dieci secoli di storia, con stratificazioni linguistiche, tecnologiche, demolizioni e rifacimenti, le più svariate ma sempre attinenti alle varie epoche: al posto di un’architettura gotica se le necessità lo richiedevano non si esitava e a ricostruire con uno “stile” barocco; attenzione “stile” non inteso come ricopertura di uno scheletro costruttivo, bensì inteso come risultato dell’applicazione di tecnologie e sistemi costruttivi attinenti al proprio tempo. Solo uno sguardo distratto non percepisce queste differenze e queste sostituzioni; occorre fare uno sforzo di conoscenza.

In ogni caso è un dovere porsi il problema della preservazione e conservazione del monumento, ma quando dovesse sparire cosa si fa?

Un episodio interessante tra i tanti, fortunatamente senza vittime, che conferma un dibattito che non è solo dei nostri giorni e che nel corso del secolo scorso ha avuto modo di declinarsi in svariate occasioni: le ricostruzioni post belliche in Italia ma anche all’estero e le grandi calamità naturali che in Italia per la maggior parte sono costituite dalla sequenza cadenzata dei Terremoti oltre ai disastri provocati dall’uomo (ricordiamo tra tutti il Vajont e il Gleno). Ogni occasione ha però assunto una propria particolarità nelle motivazioni e risposte date nel merito della ricostruzione.

Le cronache recenti del Terremoto, ormai tre casi di notevole intensità, distruzione materiale e tributo in vite umane nell’arco degli ultimi 7 anni (Aquila, Emilia e ancora Marche Umbria e alto Lazio), riporta al centro dell’attenzione il problema della ricostruzione, il dove e il come, in una maniera ben più drammatica dell’episodio Veneziano.

Dov’era com’era  torna dunque prepotentemente attuale.

E’ un tema che riguarda da vicino anche l’architettura, intesa come quella professione specifica che deve prefigurare lo spazio che verrà costruito: dare risposte in termini di fattibilità, assieme ad altre competenze tecniche e specialistiche, ma soprattutto pensare e tradurre in progetto un possibile spazio artificiale da costruire o ricostruire e che accoglierà (riaccoglierà) la vita delle persone.

Gli slogan potrebbero andare bene nella fase immediata del dramma per esprimere una reazione, per infondere coraggio, ma sono pur sempre affermazioni semplici di fronte a  problemi ben più complessi.

Ricostruiamo esattamente tutto quello che è crollato? Ricostruiamo solo le parti più rappresentative di un tessuto antico? Una piazza o alcune vie con gli edifici dalle antiche facciate prospicienti? Ricostruiamo un singolo monumento? Qualcosa che gli assomiglia, cioè qualcosa di pittoresco? Non facciamo niente di tutto ciò e ricostruiamo in un altro luogo? Ma anche altrove, come e cosa ricostruiamo?

MEMORIA

E’ il fulcro su cui ruotano tutti  discorsi.

Chi vive in un luogo e in quel luogo ha intessuto le relazioni che hanno permeato la propria vita, acquisisce un’immagine di questi luoghi non tanto fisica quanto mentale, cioè non restituibile con una fotografia, ma restituibile attraverso tutti i sensi.

E’ un’immagine che si forma nella fisicità di quegli spazi, ma anche formata dai suoni, dagli odori, dal caldo e dal freddo, dal senso di protezione o meno di quegli spazi. Ma sono soprattutto le relazioni sociali intessute in quegli spazi che creano il senso di appartenenza ad un luogo e ad una comunità, perché quelle relazioni si sono svolte lì e gli spazi erano autentici.

Quando questo spazio che contiene l’immagine o più immagini sparisce o si deteriora all’improvviso a causa di un evento traumatico, allora è il ricordo che lavora alla ricomposizione di quella immagine.

Sono rimasto molto colpito leggendo le interviste dei superstiti del Vajont ad anni di distanza a ricostruzione avvenuta, per cui alcuni ricordavano Longarone come una cittadina con i portici, quando a Longarone non ve n’erano affatto se non un grande terrazzo prospiciente una piazza: evidentemente il ricordo qui ha cercato di ricostruire pezzi sconnessi dell’esistenza prima dell’evento traumatico, un’esperienza di portici frequentati in un altro luogo e ricomposti in un unico luogo-ricordo

Longarone prima del disastro

 

Longarone dopo il disastro

La memoria potrebbe essere definita come la maniera in cui nel momento presente si percepisce un’immagine del passato basata su tracce rimaste impresse nella nostra mente.

Se la memoria lavora alla ricomposizione dell’immagine, la coscienza di ciò che è accaduto e la percezione della frattura con il passato portano a immagini diverse anche all’interno di una stessa comunità. Si può rimanere fortemente ancorati in un processo di continuità con il passato e quindi ricostruire pietra su pietra, come è stato ad esempio in Friuli dopo il sisma del 1976, oppure una ricostruzione sullo stesso luogo con forme diverse (la ricostruzione di Longarone), può infine portare all’abbandono dei luoghi e a un trasferimento (Valle del Belice).

Come era e dov’era non riesce ad essere un protocollo applicabile in senso generale, nemmeno dove si decide di recuperare integralmente, perché questo recupero presupporrebbe il recupero integrale della identità architettonica e spaziale che vorrebbe dire recupero della identità costruttiva, distributiva e materica: non è possibile farlo se non per singoli spazi-monumenti con uno sforzo notevole (investimento e tecniche di restauro), giustificabile in virtù del valore culturale, simbolico e monumentale.

In ogni caso lo spazio complessivo sarà diverso, gli spazi di relazione ed emotivi non saranno più quelli di prima.

L’intervento di ricostruzione evidenzia sempre una frattura tra le aspettative del ricordo e la concreta realizzazione.

Il piano di ricostruzione di Palmi a seguito di un terremoto distruttivo – 1783

PREVENZIONE.

Cosa significa? In Italia oltre il 70% del patrimonio edilizio non è in grado di resistere ai terremoti che potrebbero colpirlo.  Oltre 120 miliardi di Euro (147 esposti in una recente trasmissione televisiva) spesi negli ultimi 50 anni per la sola ricostruzione dopo gli eventi succedutesi.
Stiamo parlando di un patrimonio edilizio di  monumenti, nuclei di città storiche, ma soprattutto stiamo parlando di abitazioni per lo più private.

Le risorse:

in media negli ultimi anni sono stati spesi 4 miliardi di Euro per ogni anno per la ricostruzione, il che vuole anche dire che questa cifra è il costo annuo per la mancata prevenzione.

Quindi le risorse se si sono trovate dopo il terremoto le si possono trovare anche prima, dato che costituiscono un continuum nel bilancio pubblico e con la certezza che un altro terremoto ci sarà e che si continuerà a spendere in ogni caso lasciando immutato il problema.

Certo ci vuole un drastico cambiamento di obiettivi.

Come fare? Esistono già molte proposte maturate in questi ultimi anni. Proposte che non trattano tanto le metodologie tecniche già mature, ma piuttosto tendono a mettere a fuoco  progetti e interventi per accelerare scelte di carattere preventivo coinvolgendo soprattutto chi quel patrimonio edilizio lo utilizza, per la maggior parte proprietari privati.

Per quanto possa sembrare strano si dimentica in fretta l’emergenza (solo chi l’ha subita direttamente ne resta segnato), e chi non è stato toccato  tende a sentire l’evento come lontano nel tempo e nello spazio.

E’ proprio su questa inconsapevolezza che occorre agire.

Adeguamento strutturale:

come è stato per le scelte energetiche  ormai ineluttabili a causa delle ricadute sulla nostra vita quotidiana (costi, inquinamento, salute) e del pianeta che abitiamo, a maggior ragione occorre reindirizzare scelte e risorse anche private sul tema della prevenzione al sisma.

Ad esempio, esattamente come si è fatto per i temi del risparmio energetico e delle tecnologie pulite,  si punta al tema delle detrazioni fiscali, agli incentivi. Sono stati messi a punto detrazioni fiscali nelle ultime leggi di stabilità per l’adeguamento strutturale delle  strutture edilizie private nelle zona a rischio sisma, da sommare alla riqualificazione energetica.

Ma non sembrano funzionare: il privato che investe vuole un ritorno economico a breve e investire in risanamento strutturale non dà nessun ritorno economico visibile. In  mancanza della percezione del rischio e quindi dello stimolo ad agire, sarebbe più efficace, anche se può sembrare vessatorio, rendere obbligatorio l’adeguamento strutturale in occasione di un adeguamento energetico, per cui devono essere interventi contemporanei per non perdere tutti requisiti alla detrazione fiscale (allora non si farà né l’uno, né l’altro?) oppure accompagnare l’intervento con prestiti agevolati (Cassa depositi e prestiti).

Altre proposte ruotano attorno alla istituzione di una polizza assicurativa obbligatoria come già avviene in altri paesi europei , ma così oltre che a percepirla come una ulteriore tassa sulla casa si torna a non attivare una prevenzione ma a trovare strumenti finanziari ancora una volta per ricostruire e non per prevenire.

Certo tutti questi meccanismi diventerebbero operativi se accompagnati da una presa di coscienza collettiva, forse la cosa più efficacie per prevenire: la sottostima del rischio è diffusa perché si percepisce l’evento come una cosa forse probabile, ma lontana nel tempo.

Certamente un lavoro va fatto per mantenere una memoria collettiva degli eventi, ma non è che questo sia un tema politico di successo; come per gli investimenti privati che non hanno riscontro economico immediato, investire su questa tema, politicamente non porta vantaggi immediati.

C’è ancora un gran lavoro da fare per trovare i meccanismi corretti ed efficaci, ma c’è anche da meditare sul fatto che le responsabilità sono un po’ diffuse tra cittadini, amministratori a vario titolo e organi politici di più alto livello.

La conoscenza del territorio:

da un punto di vista sismico è stata acquisita in questi ultimi anni dai nostri geologici e ricercatori e permetterebbe una mappatura del territorio per microzone, strumento indispensabile da porre al centro di una corretta zonizzazione e pianificazione territoriale; deve essere ulteriormente finanziata. Se ne parla da tempo, ma ancora oggi il Consiglio Nazionale dei Geologi denuncia una mancanza di coordinamento per portare a termine il progetto di mappatura di dettaglio, mancanza cronica dei fondi per farlo, carenza di personale, in sostanza una sottovalutazione permanente di questa priorità da parte della pubblica amministrazione. In tutti i comuni a rischio sismico perlomeno del livello 1 e 2 occorrerebbe affiancare nell’ufficio tecnico il geologo. La relazione geologica che accompagna un nuovo progetto ad oggi è obbligatoria, ma chi la guarda? Non è certo competente l’ufficio protocollo del singolo comune! Occorre assumere personale, occorre investire, occorre rendersi conto dell’importanza che ha.

Qui il discorso della conoscenza geologica si salda anche ad altri fenomeni dovuti al dissesto idrogeologico e del conseguente malcostume nell’uso del territorio: dal dopoguerra in particolare si è continuato a costruire in aree a rischio frane, alluvioni, creando e allargando ulteriormente le aree dissestate.

RICOSTRUZIONE

La priorità prima è salvare vite umane, ma subito dopo decidere tempi e modi per ridare un futuro possibile a chi ha subito. Abbiamo assistito nel corso dei vari eventi ad approcci i più disparati e con esiti contrastanti.

Il come, il dove, il quando ricostruire, esigono risposte immediate laddove si tratta di ricostituire beni primari alla vita dell’uomo.

E un bene primario è lo spazio costruito per abitare, lavorare, per la vita sociale, cioè il tessuto costruito delle città, dei paesi, dei borghi, che comprende anche lo spazio antropizzato che li circonda, i percorsi, gli spazi del lavoro e dell’incontro, l’utilizzo agricolo degli spazi aperti, i manufatti di servizio di questi ultimi, e non ultimo il rapporto che si crea tra tutto lo spazio antropizzato e lo spazio naturale non interessato dallo sfruttamento dell’uomo, quest’ultimo spazio divenuto sempre più importante nella nostra epoca per la volontà di protezione che riveste.

Qui veramente si apre un campo vasto e diviso sulle soluzioni da adottare. Premesso che ormai si sta consolidando una giusta posizione che non permette lo sradicamento delle comunità rispetto al luogo in cui hanno vissuto, ma di più, le stesse comunità non dovrebbero nemmeno essere divise nel momento dell’emergenza, quando occorre sistemarle durante la prima accoglienza, con il rischio che questa prima accoglienza si protragga ben oltre e diventi un fatto permanente.

Cosa ricostruire?

Le case, anche e soprattutto quelle antiche, non erano adatte a resistere. Vanno ricostruite finte, cioè che sembrino simili al passato ma inevitabilmente con tecniche costruttive e distributive aggiornate, quindi senza identità costruttiva, ma solo di facciata? Poi ci sono i monumenti il cui valore sta nella loro testimonianza di opera d’arte autentica e molto spesso di simbolo e testimonianza; soprattutto qui non possiamo barare: o si ripristina in anastilosi (pezzo originario per pezzo originario) e solo quello che è recuperabile oppure non è proponibile con le attuali teorie del restauro.

Un esempio limite recente, duramente contestato da molti, è il recupero di ciò che rimaneva del Castello di Matrera in Spagna: un manifesto, che giudico riuscito, di ciò che implica la volontà di perpetuare in sicurezza un segno e una memoria collettiva: da una parte la legislazione spagnola che vieta qualsiasi mimesi nell’approccio della conservazione dei monumenti, dall’altro uno specifico progetto di architettura: il volume bianco aggiunto per motivi strutturali ha un valore simbolico per ricostituire il volume perso, appunto un’immagine della memoria e non è in cemento (come ho letto in molte recensioni negative e mal informate) ma in mattoni e intonaco di calce monocroma. Certo fa discutere ed è giusto che sia così.

Castello di Matrera in Spagna prima dell’intervento di recupero

 

Castello di Matrera in Spagna dopo l’intervento di recupero

 

Occorrerà dunque valutare caso per caso, e in mancanza di un protocollo preventivo questo caso per caso sarà la vera sfida da affrontare.

La situazione particolare dell’appennino è diversa ad esempio da quella del Friuli 1976 o dell’Emilia:  se anche qui ci sono molti i borghi ormai semi abbandonati (fatto comunque comune a tutta l’Italia) e cittadine che si rianimano solo nel periodo delle ferie estive, il crinale appenninico si trova in una situazione di relativo isolamento rispetto alle aree maggiormente attrezzate: collegamenti difficili e Il lavoro, quello che crea comunità proiettata verso il futuro, che sta altrove. Non per questo non si può tentare di  immaginare future condizioni possibili di esistenza: in questi luoghi è già avvenuto un terremoto silenzioso, un cambiamento epocale che li ha  trasformati, resi vuoti e apparentemente inservibili a ospitare la vita di una comunità viva; luoghi che hanno già subito, o stanno subendo un irreversibile abbandono.

Cosa facciamo di queste strutture ? Abbiamo un progetto non tanto per il recupero, quanto per ridare la vita, rianimarle, riabilitarle? Il costo è sostenibile?

Torniamo un attimo a cosa sta succedendo all’Aquila: ho letto alcune interessanti considerazioni del prof. Calafati economista dei sistemi territoriali al Gran Sasso Science Institute (Gssi).

Nel merito della ricostruzione in atto: Calafati osserva che: “…Il terremoto è arrivato in un momento molto difficile per L’Aquila…la deindustrializzazione… l’università era in una fase di stallo. Ma L’Aquila non era una di quelle città del Sud con l’economia allo sbando, aveva un reddito procapite stabile. Per questo poteva essere più libera di costruire il proprio futuro...”

Poi il terremoto. Proprio dall’università poteva ripartire il rilancio : “…L’Aquila deve diventare una città residenziale per i suoi 24 mila studenti iscritti e non per i 4 mila che oggi frequentano. Deve interpretare il modello tedesco o quello inglese con la frequenza al 90%. Nessuna città italiana è riuscita a fare questo. È possibile facendo delle scelte che rendano attraente la città agli studenti: corsi innovativi e qualità della vita. L’Aquila è prossima a Roma, ha i laboratori del Gran Sasso, ha il profilo di città della conoscenza.…”

Ancora Calafati: “…L’Aquila ha un grande centro storico e lì l’emergenza della conservazione è ovvia.  Poi c’è una larga parte del sistema  insediativo, disastroso prima del terremoto, sul quale si potevano fare delle inserzioni molto innovative… A tutt’oggi L’Aquila non ha un piano regolatore nuovo dopo il terremoto. Quello vigente è di decenni fa e assegna edilizia per 100 mila abitanti. Era già sovradimensionato all’epoca. Il primo problema è mettersi con attenzione a decidere che città fisica si vuole. Il punto di partenza della riflessione però deve essere nazionale, visto che la ricostruzione la paga l’Italia…” .

L’Aquila – 1575

Georg Frisch, urbanista ed ex coordinatore per la ricostruzione dell’Aquila, descrive in modo simile che all’Aquila “…si stanno ricostruendo gli edifici anche degli 1950-60 adottando il criterio del dov’era, com’era e riproducendo quartieri che si sarebbe potuto migliorare….purtroppo non si è ragionato in termini urbanistici…” (vedi)

Un’occasione persa in riferimento al futuro: cosa ne sarà del centro storico restaurato ma vuoto di vita; forse un museo all’aperto? Forse una città in declino? In ogni caso per completare questa ricostruzione ci vorranno almeno altri dieci anni. Possiamo aspettare?

E’ evidente che “come ricostruire” diventa parte del progetto tutto da fare e ancora da avviare della prevenzione: sapere quali sono le priorità future, i problemi da risolvere in un dato territorio, oltre il fatto contingente del sisma, permette da subito, di avviare la fase di ricostruzione nella direzione di un progetto complessivo già chiarito.

Occorre dire che almeno dopo l’ultimo evento, si sono cominciati a sentire discorsi e propositi  istituzionali un po’ diversi rispetto al passato. Il Progetto CASAITALIA costituisce un discorso sostanzialmente nuovo per l’impegno di spesa previsto e per la tempistica che si ammette di lunga durata, generazionale. 100 miliardi da spendere su 30 anni: oltre 3 miliardi all’anno è una cifra che si avvicina al “costo” di 4 miliardi annui sostenuto sinora per non fare niente in prevenzione.

Questo impegno è stato formalizzato consultando le proposte di istituzioni come l’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica), le scuole politecniche e personalità come Renzo Piano, per limitarsi alle evidenze, ma è un tam tam di analisi e proposte, anche variegate, che ormai da tempo vengono dalle  componenti culturali e tecniche della società civile che ormai è un delitto non ascoltare.

In particolare il documento dell’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) datato 6 settembre 2016, raccoglie una serie di proposte che possono essere un punto di partenza anche terminologico innovativo.

Il documento individua tre nuclei su cui lavorare:

1) conservazione attiva.

Individua un motivo (i motivi) per cui mantenere un ruolo alla rete dei  centri storici minori ed è la conservazione dei valori duraturi che questi centri esprimono; questo recupero deve però essere accompagnato da una “.:.riflessione immediata e strategica sul futuro dei centri colpiti dal sisma per identificare azioni praticabili in grado di consolidare economie fragili ma persistenti e prefigurare nuove direzioni di sviluppo: turismo culturale e ambientale, nuove economie della cultura, consolidamento delle vocazioni agro-forestali ed eno-gastronomiche…”

2) sicurezza urbana diffusa.

Un lavoro che deve fare la pianificazione urbanistica  è quello di affrontare lo “spaesamento” generato da eventi di questo genere e lo deve prevedere già nella fase di prevenzione prevedendo una Struttura urbana primaria : questa struttura primaria ha il compito di “…garantire la permanenza della riconoscibilità identitaria urbana, ma anche la precisa definizione degli spazi e dei manufatti che devono svolgere una funzione primaria di sicurezza…” . Sono edifici pubblici resi realmente sicuri che possono essere utilizzati come ricoveri temporanei (ricordiamoci delle scuole, e delle case per gli studenti, che continuano a crollare al primo scossone!), ma sono anche spazi aperti attrezzati che normalmente sono spazi collettivi del borgo, della cittadina.

Questi spazi aperti sono contigui al tessuto storico costruito e costituito normalmente da case plurifamiliari strettamente connesse le une alle altre; aggregati edilizi che devono essere messi in condizioni di sicurezza per garantire la massima agibilità degli spazi aperti. Quindi il tessuto in via di recupero non può esser più trattato come fatto finora con interventi singoli al livello della singola unità, ma deve essere considerato come aggregato unico : individuare unità minime di intervento per dare maggiore garanzia di stabilità strutturale, economie di scala, puntando anche ad una diversa possibile domanda-offerta immobiliare. In questi termini il recupero “…deve perciò prescindere dai requisiti soggettivi dei proprietari in quanto partecipa al consolidamento della “struttura urbana primaria”…immaginare l’acquisizione al patrimonio pubblico, nel caso di proprietari inadempienti…o di eccessivo frazionamento” .

3) conoscere per programmare la sicurezza.

Razionalizzazione, consultabilità delle banche dati e costruzione di una informatizzazione georeferenziata di tutti i dati sensibili relativi al costruito.

Sensibilizzazione degli abitanti almeno nelle prime due fasce di pericolosità sismica per attivare la diagnosi degli edifici: conoscere con precisione la resistenza delle case in cui abitiamo in  relazione all’area in cui siamo e programmare come agevolare fiscalmente questa campagna diagnostica fino anche a condurla direttamente da parte dello stato come quota parte dell’investimento sulla prevenzione: questo avrebbe il doppio vantaggio di costruire una conoscenza di dettaglio del patrimonio edilizio (banca dati georeferenziata) e di agevolare la adozione (finalmente) del fascicolo del fabbricato in mano al privato.

Non ultimo ripensare anche alla frammentazione dei processi autorizzativi attuali in Italia, in capo a molteplici “uffici” separati e non comunicanti: la coerenza di integrità dei manufatti rimane un obiettivo primario da raggiungere attraverso una coerenza e interdisciplinarietà delle competenze che devono giudicare/approvare un atto edilizio.

NON SOLO TERREMOTI

Rimarrebbe una considerazione da fare sullo scelte di sviluppo generale del patrimonio edilizio italiano, sul consumo di suolo e sull’impatto in riferimento alla sostenibilità complessiva; si riallaccia prepotentemente alla necessità del recupero  come progetto futuro dello sviluppo edilizio in Italia,  a partire dall’enorme persistenza di strutture non utilizzate.

prendiamo le cifre Istat 2011:

  • totale abitazioni 28.863.604 – abitazioni occupate 24.141.324 (83% circa) non occupate (17% circa).
  • aumento della popolazione tra censimento 2001 e 2011 : 4,3% dovuto essenzialmente a popolazione straniera. Tolto l’aumento di popolazione straniera le nascite si sono dimezzate e le classi da 0 a 30 anni sono il 50% di quelle tra 30 e 65 anni. Alla prossima rilevazione statistica avremo una diminuzione probabile del 7-10%, e il gap tra aumento popolazione e non occupazione del costruito aumenterà ancora
  • Aumento delle abitazioni tra i due censimenti : 5,8%. (1,4% in più rispetto all’aumento di popolazione).

Il paese fantasma di Craco in Basilicata

Servono  nuove  abitazioni ?

L’invenduto è già enorme allo stato attuale e nello stesso tempo abbiamo piani regolatori che prevedono espansioni complessive per almeno altri 6 milioni di vani, che oltre a essere inutili produrranno un ulteriore consumo di suolo con le conseguenze sulla sostenibilità ben note. (da consultare il recente applicativo SOIL MONITOR realizzato dall’Università di Napoli Federico II e dal CNR, (http://www.soilmonitor.it/); un altro tassello alla conoscenza integrata descritta prima.

Il recupero oggi è l’unica prospettiva progettuale, Una Grande opera pubblica, alternativa di certo al ponte sullo Stretto di Messina, una vera occasione economica e di rilancio occupazionale, ma soprattutto di rigenerazione sia delle aree a rischio, sia delle città metropolitane.

Su questi ultimi temi non conosco iniziative politiche e proposte di legge conseguenti.

Paolo Simonetti

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GLI SPAZI DELLE CITTA’- Una riflessione su Nuova Vita ai Mercati e Funding the Cooperative City

In occasione dell’articolo su Sopra Elevata ho parlato di spazi abbandonati, della volontà di dargli voce. La loro voce è la nostra poiché noi li abbiamo vissuti. Ma uno spazio anche quando è abitato può vivere comunque l’abbandono e, dentro di esso, anche chi vi si muove.

Uno è il luogo fisico, l’altro è quello sociale occupato dalle persone che abitano lo spazio. Sembra un gioco di parole ma questa unità ci definisce. In effetti questi due luoghi ne creano uno solo.

All’interno di questo legame uno dialoga con l’altro, uno è il riflesso dell’altro ma uno potrebbe non dialogare più con l’altro, come in qualsiasi relazione. La differenza è che un luogo non include una sola persona ma una comunità che può scegliere cosa farne. Una parte di questa comunità è formata da cittadini che si attivano in modo indipendente per ridare vita al luogo dell’abbandono. Associazioni, cooperative, singole iniziative, parliamo di persone con idee chiare su cosa sia il diritto di cittadinanza e quindi il dovere, desiderosi di dare risposte alle esigenze comuni senza attendere le istituzioni.

Durante la preparazione di Nuova Vita ai Mercati al primo interesse verso la struttura di due mercati rionali di Roma, il Mercato Metronio e il Mercato Pigneto, si è aggiunto, con molta facilità, quello verso chi ha proposte per restituire valore economico e sociale a luoghi apparentemente fuori dal tempo. Il confronto con altre realtà simili o uguali in città europee, mi ha posto una questione: è proprio vero che siano fuori dal tempo? E chi lo stabilisce? E cos’è il tempo se gli interessi di sfruttamento mirano a cancellarlo anziché recuperarlo per viverlo come presente? Altrove il recupero non ha posto domande si è stabilito da solo, a volte tutto è proseguito senza alcuna interruzione, nonostante in quei territori, come ovunque in Europa, siano presenti dei centri commerciali, ritenuti i diretti responsabili dell’abbandono dei mercati. Molte le proposte: dalla vendita di merci a Km0 a piccoli ristoranti che cucinano prodotti freschi del mercato, dal co-working all’apertura di attività artigianali (vedi video).

Perché quindi lasciare che il bellissimo Mercato Metronio (realizzato dall’ing. Riccardo Morandi nel 1956) ancora in studio e visitato regolarmente da tecnici stranieri, con una concezione di architettura ascendente, piena, che concilia il servizio con il gusto dello sguardo, scompaia nell’ennesimo travolgimento urbanistico? E, confrontato con esso, per quale motivo il Mercato Pigneto, rimasto incompleto e costruito in anni recenti, non ha avuto lo stesso desiderio di sguardo, di servizio, di impegno, di progetto architettonico anziché produrre una visione discendente dello spazio?

Una comunità si specchia in ciò che costruisce, non solo edifici ma prima di tutto idee, in come realizza i propri desideri, come risponde alle esigenze della popolazione. Una comunità è tale se ogni parte di essa collabora per il meglio. Per tutti ma soprattutto per chi è più debole. Io credo che in questi luoghi si legga molto della nostra società, qui si ravvisa quanto il divario tra esigenze del cittadino e istituzioni (qui chiuse in una unica definizione pur nella complessità) sia considerevole.

Lo ammetto, mi piacciono molto i mercati. Ogni volta che ci entro ricordo i colori, l’abbondanza di prodotti nostrani, le olive al cartoccio che mi comprava mia madre mentre passavamo tra i banchi chiacchierando con i venditori. Nei mercati prima o poi passano tutti, qui si sommano le aspettative economiche e sociali, un microcosmo in cui tutto si muove non solo per comprare ma anche per dialogare, persino per andare incontro alle difficoltà di molti (ci sono venditori che aiutano materialmente gli anziani in difficoltà, questo ho scoperto).

Il lavoro successivo sulle realtà associative, Funding the Cooperative City, ha spinto oltre la mia riflessione. Per mezzo di una open call indetta da Eutropian alcune associazioni italiane e di altre nazioni europee si sono incontrate, nella parte conclusiva del workshop a Roma, all’interno di un altro mercato, Mercato di Primavalle I, per raccontare le proprie esperienze e mettersi in relazione. Eravamo in una struttura anch’essa molto importante realizzata nel 1950 dalla prima donna architetto italiana, Elena Luzzatto; anche qui il recupero urge.

Viviamo in tempi molto poco comunitari risultato di un ripiegamento sul personale, su cosa serve nella contingenza perdendo la visione del futuro. Quelle associazioni e cooperative (e rimando al video per conoscerle poiché alcune sono impegnate da decenni con risultati talvolta straordinari) sono prima di tutto persone che non accettano questo stato di cose, rispondono a esigenze quotidiane, tentano di costruire attraverso il recupero, guardano al futuro passando per il presente e con un occhio attento verso il passato. Si mettono in gioco, come si dice, tra difficoltà economiche, di mantenimento degli spazi, di relazioni con le istituzioni, di ore spese a inserire sé stessi e i propri desideri dentro quelli di altri.

Tra tanti incontri uno mi ha colpito particolarmente, quello con una persona che non ho incontrato direttamente ma attraverso un racconto. Durante il sopralluogo al Mercato Metronio io e Federico Greco siamo entrati in una stanza. Una vecchia scrivania, un telefono nero a disco, una stufa elettrica impolverata e poi vecchie schede sui passaggi di merci. Era l’ufficio dell’Ispettore Annonario che dal 1957 al 1997 gestiva e monitorava le regole del mercato, un uomo, secondo i racconti, che tutti stimavano. Per questo hanno scelto di conservare tutto come lui lo ha lasciato.

Mi piace immaginarlo arrivare ogni giorno salutando tutti, prendendo con loro il caffè, a volte forse discutendo animatamente e altre dialogando senza problemi. Mi piace pensare che ogni cosa passa attraverso le persone e quello che possono dare, anche solo facendo il lavoro che ci si aspetta.

Mi piace pensare, e qui mi aggancio direttamente con l’articolo su Sopra Elevata, al NOI. Chiamatela utopia, nulla in contrario, tanto più che quest’anno ricorre il 500° anniversario della pubblicazione di Utopia di Tommaso Moro, una lettura consigliatissima.

Una città può essere il miglior modo di vivere insieme, persino con i problemi che essa comporta perché ogni problema ha una risposta, bisogna solo volerla dare.

Questo io posso scrivere non essendo esperta di urbanistica, di architettura, di associazionismo, di tutto quello che possono fare e fanno coloro che sanno nel preciso cosa vuol dire. Lo scrivo nello stesso modo in cui mi approccio a ogni lavoro, che sia di mia iniziativa o commissionato: raccontare ogni cosa attraverso le emozioni con la massima semplicità che riesco a trovare, sottraendo ogni complessità alla difficoltà di fruizione.

So fare solo questo ed è bellissimo poterlo fare, quando ci riesco ovviamente.

Emanuela Liverani

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DOLLY – “ILLUSTRARE STORIE PER IL CINEMA”

L’idea sottesa alla sezione Dolly per la Sceneggiatura visiva del Premio Internazionale Mattador è quella di aver prefigurato, già nel 2105, da parte degli organizzatori triestini e dunque proposto anche quest’anno all’attenzione di potenziali giovani autori di cinema, modalità di scrittura delle immagini filmiche o dei media audiovisivi aggiuntive, quando non sostitutive, rispetto ai consueti modelli letterari. In questo senso, l’innovazione costituita da Dolly si qualifica come un suggerimento di sperimentazione di scrittura creativa atta a prefigurare una sorta di scommessa artistica per gli sceneggiatori-disegnatori partecipanti: scrivere un film disegnandolo.

Il coinvolgimento di forme scritturali differenti che uniscano la parola scritta con l’immagine, amplia le possibilità inventive e narrative in ordine alla sinteticità, al cromatismo, alle forme, alle linee di sviluppo di spazi e volumi che possono trovare, in un numero limitato di tavole, un senso di storia visiva alla quale fare riferimento nei tempi successivi, quelli dedicati alla pratica messa in opera – sul set – sotto forma di immagini filmate. Se il tradizionale script di un film, prima di diventare un apparato di immagini in movimento, si trova inevitabilmente soggetto a tempi di attesa, preparazione, riscrittura, produzione ed edizione a volte anche lunghi, è prevedibile che l’”invecchiamento” di un testo sceneggiato in forma letteraria sia attenuato da un similare racconto esposto però sotto forma di story board e questo in ragione del fatto che tendenzialmente la parola – denotativa e significante in maniera precisa – per così dire, si logora nel tempo più dell’immagine. La quale, per la caratteristica di sinteticità che l’avvicina significativamente proprio al linguaggio cinematografico di suggerire ed evocare piuttosto che, appunto, dire analiticamente qualcosa, può potenzialmente resistere di più a quella che potremmo segnalare come un’ideale sequenza: idea-creazione-sviluppo-attesa-lavoro finito.

Premio Mattador

Insomma, pensare per immagini, ovvero pre-vedere una storia, sentirla nella mente e nel cuore e disegnarla, è una pratica che in qualche modo, e stupendamente, può ridurre o eliminare il passaggio ripetitivo e regressivo che dalla visione approda alla messa in scrittura di vicende che poi saranno destinate a tornare ad essere immagini sullo schermo. Come dire, se un/una giovane ha qualcosa da dire – con quella potente spinta all’Arte che potremmo definire come una vitale urgenza necessaria – meglio un’immagine originale che nasca e resti tale piuttosto che la seconda copia di quella stessa immagine.

Un’altra motivazione determinante la nascita di Dolly è partita dal convincimento che, come noto, il mondo delle immagini ha ormai invaso e pervaso la vita quotidiana a livelli impensabili solo pochi anni fa e con un ritmo, una velocità ed un’eccitazione digitale sempre crescenti. E quindi, un possibile modo per mettersi sulla lunghezza d’onda dei giovani artisti visivi, dei disegnatori, dei pittori, degli scenografi, degli sceneggiatori-scrittori, è quello di intercettare nuove potenzialità nonché inedite aperture espressive connesse a queste nuove occasioni tecnico-creative acquisite dalle nuove generazioni. È anche per questa ragione che l’attenzione di Dolly – sulla scorta delle aspirazioni e delle volontà del giovane Matteo Caenazzo alla figura del quale Mattador si ispira – si rivolge in maniera attenta ed appassionata agli studenti delle Accademie, dei Corsi di Arte e di Beni culturali o di chi in ogni caso percorre la variegata via artistica del disegno, della pittura o della scultura per ideare, creare e fare cinema.

Fabrizio Borin, Docente di Storia del Cinema all’Università Ca’ Foscari di Venezia  – Direttore artistico del Premio Mattador e della collana Scrivere le immagini. Quaderni di sceneggiatura.

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TURISMO E CONSUMO CULTURALE IN ITALIA

Grazie alla proprie eccellenze culturali l’Italia del turismo è al primo posto nel ranking “Country Brand Index 2014-2015” sia per la dimensione “Tourism” che per quella “Heritage & Culture”. Ma è davvero tutto oro quel che luccica?

Il turismo culturale nel nostro paese, attrae e muove cifre davvero notevoli: un tesoretto che vale 12,5 mlrd di euro annui, questo è infatti l’ammontare dal capitale speso dagli stranieri nelle nostre destinazioni culturali; il 37% della spesa turistica estera totale che l’anno scorso ha ammontato ad oltre 35,5 mlrd di Euro (fonte ISTAT).

Ma questo non è il solo dato interessante. Ciò che traspare dall’ultimo Report dell’ ONIT (Osservatorio Nazionale del Turismo) è l’immagine di un’Italia legata tanto al concetto di cultura inteso come patrimonio artistico-culturale-paesaggistico, quanto come eccellenza enogastronomica, artigianale, folkloristica ecc. spingendo il turismo culturale a rappresentare una quota rilevante della domanda turistica italiana (il 36% degli arrivi totali in Italia sono stati registrati nelle città d’arte) che, insieme alle località marine e montane, nel 2015, si attesta al 69% del totale presenze nel nostro paese.

Symbola2016

Secondo lo studio “Io sono cultura – 2016 – L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi” a cura di Symbola, al Sistema Produttivo Culturale e Creativo si deve il 6,1% della ricchezza prodotta in Italia: 89,7 mlrd di euro capaci di stimolare 249,8 mlrd di euro prodotti dall’intera filiera culturale, ovvero il 17% del valore aggiunto nazionale, col turismo come principale beneficiario di questo effetto volano. Considerando il solo numero di visitatori ed introiti lordi, poi, sul “podio” delle mete più gettonate troviamo Circuito Archeologico “Colosseo, Foro Romano e Palatino”, gli scavi di Pompei e la Galleria degli Uffizi ed il Corridoio Vasariano, che coprono insieme il 26% del totale dei visitatori di musei, monumenti e aree archeologiche statali, che nel 2015 sono stati pari a 43.288.366, + 16,4% rispetto al 2012 ed il 52% del totale introiti lordi in Italia.

Ma purtroppo non tutto è oro quel che luccica. Paradossalmente si può dire che questi numeri degni di nota sono stati raggiunti “nonostante tutto”; ovvero nonostante tutte le problematiche di un sistema che purtroppo ancora sistema non è, e che vede nella propria valorizzazione uno dei suoi principali anelli deboli.

Dalla scarsa centralità strategica nel concetto di “servizi” e qualità dell’offerta, percepita troppo spesso frammentaria e dispersiva, ad un engagement che risente della non sempre chiara differenziazione tra raggiungimento e coinvolgimento dei pubblici; dalla mancata realizzazione di un vero circuito turistico nazionale capace di connettere grandi poli attrattivi con realtà “minori” (che minori non sono) attraverso itinerari culturali sapientemente studiati, alle difficoltà di attuazione progettuale, organizzativa e di gestione dei flussi coi conseguenti mancati benefici economici su scala e di distribuzione sul territorio; fino alle opportunità sprecate da un uso della tecnologia spesso fine a se stessa e non funzionale.

Ecco che, così, ad uno sguardo più puntuale, le criticità del comparto appaiono, ed anche a multilivello, quindi sia operative di gestione che di programmazione. La loro principale caratterizzazione viene da una frammentarietà di difficile omogeneizzazione, tanto normativa che operativa e dalla necessità di reinterpretare correttamente l’interconnessione di queste molteplicità di soggetti chiamati in causa per l’identificazione di obiettivi e priorità comunemente riconosciute. Priorità che, se correttamente orientate, porterebbero alla realizzazione di processi di comunicazione e valorizzazione ben più efficaci degli attuali. O ancora, circoscrivendo visioni e approcci differenti, ed identificando un livello di responsabilità attivamente e chiaramente definita, secondo processi di gestione integrata, si spingerebbe a superare la settorialità a favore di una maggiore co-partecipazione per la determinazione di una nuova qualità progettuale come leva di sviluppo del territorio singolo e di quello nazionale (e delle sue comunità). A cascata questo si riverbererebbe su una migliore ed immediata attrattività turistica, sia percepita che effettiva.

Ma quali politiche e strategie possono essere concretamente messe in campo a sostegno della cultura turistica del patrimonio e del consumo culturale? E per l’ampliamento della platea di Riferimento? Quali le competenze necessarie e le risorse strumentali, classiche e tecnologiche, utili a valorizzare le potenzialità di richiamo del nostro patrimonio culturale?

Sicuramente si dovrebbe iniziare dalla necessità di agevolare e favorire un Engagement quale dimensione di prassi, in cui tutti i componenti della filiera – locale, regionale, nazionale, pubblici e privati – sono chiamati a partecipare al co-sviluppo ed alla co-creazione comune delle esperienze (culturali e non solo) che verranno offerte al visitatore attraverso percorsi e pianificazioni comuni appositamente studiate e non semplicemente adattate all’occasione. Ma anche aprendo ad un dialogo tra discipline differenti ma interdipendenti per l’elaborazione di una nuova narrativa fatta di fruizione e interazione, che superi il semplice storytelling, intesa quale processo strategico e non più solo una somma algebrica di elementi e servizi passivi; giungendo, infine, fino ad una profonda revisione dell’attuale connotazione del concetto stesso di valorizzazione, per la determinazione di un nuovo paradigma progettuale di programmazione, ingaggio e partecipazione.

Queste sono solo alcune delle svariate zone grigie nelle politiche di governance del Turismo culturale in Italia cui si potrebbe (dovrebbe) metter mano con decisa rapidità. Inceppi tra componenti normative e di responsabilità che spesso impediscono l’identificazione di obiettivi e priorità comunemente riconosciute e, di conseguenza, di processi di comunicazione e valorizzazione efficaci. Processi che se correttamente interpretati sarebbero invece capaci di avviare un moto efficace e sostenibile per lo sviluppo di un turismo dal valore aggiunto e non più take away, consapevole e di qualità, che ricerca un’esperienza di visita arricchita e sempre più rivolta ad offrire il meglio di quello che il mondo definisce l’ “Italian Style of Life“.

Massimiliano Zane – © Riproduzione riservata

Massimiliano Zane: Progettista ed Economista Culturale, convinto sostenitore del “Brand Italia” e della sua rinascita attraverso l’arte e la bellezza; affianca musei ed istituzioni come consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.