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JOHANN JOACHIM WINCKELMANN (1717–1768) IN OCCASIONE DEI 300 ANNI DALLA NASCITA

Il 5 febbraio al M.A.X. Museo di Chiasso in Svizzera si inaugura la grande mostra che celebra i “Monumenti antichi inediti” di Johann Joachim Winckelmann, opera fondamentale di uno fra i più raffinati studiosi della cultura classica, teorico e padre della disciplina della storia dell’arte.

In più, 20 matrici in rame, 14 prove di stampa, ritratti di Winckelmann, dipinti e tre reperti archeologici provenienti dal Museo Archeologico di Napoli, tra cui un lacerto di una pittura romana di Pompei, la mostra  presenta tutte le 208 tavole incise contenute nell’editio princeps del 1767 in due volumi e nei relativi manoscritti preparatori.

Il percorso espositivo ruota attorno a un’opera fondamentale, ma poco nota e finora poco studiata, di Winckelmann: Monumenti antichi inediti (1767), l’ultima pubblicata dallo studioso tedesco, di cui si riconosce la grande influenza sul mondo del Neoclassicismo e ben oltre; l’autore, infatti, per la prima volta in maniera così rilevante, accompagna le descrizioni dei “Monumenti” con le immagini grafiche degli stessi. Si tratta di 208 splendide tavole incise, tutte siglate, affidate ad artisti di chiara fama che Winckelmann sceglie e paga di tasca propria, convinto della bontà, anche teorica, dell’operazione.
I “Monumenti antichi inediti” (1767) descritti da Winckelmann sono “oggetti dell’antico”, ovvero bassorilievi, opere d’arte, suppellettili, vasi, gemme che catturano la sua attenzione durante i suoi meticolosi studi delle antichità che ha occasione di ammirare nelle collezioni della sua cerchia – prima fra tutte, quella del Cardinale Alessandro Albani di cui è bibliotecario e stretto collaboratore dal 1758 e a cui dedica il volume –, ma anche nel corso di numerosi viaggi che intraprende a Roma e dintorni, Firenze, Napoli, Portici, Pompei quasi sconosciuta all’epoca, Caserta e Paestum.

Johann Joachim Winckelmann “Monumenti antichi inediti” editio princeps, front. voll- I e II – 1767 Biblioteca Nazionale di Napoli

Al m.a.x. museo saranno presentate le prime due edizioni italiane dell’opera: l’editio princeps del 1767 in due volumi e quella successiva napoletana del 1820 in due volumi, con l’addenda di Stefano Raffei del 1823; inoltre, i due manoscritti preparatori, esposti per la prima volta e provenienti dalla Biblioteca universitaria di medicina di Montpellier, e tutte le 208 tavole incise appartenenti alla collezione del m.a.x. museo.
A questi si accompagnano 20 matrici in rame, 14 prove di stampa, ossia incisioni all’acquaforte ritoccate a bulino, oltre a tre reperti archeologici provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli: una gemma che ritrae Zeus che fulmina i giganti, un rilievo in marmo bianco con Paride e Afrodite e un lacerto di una pittura rinvenuta a Pompei nella casa di Cipius Pamphilus con il cavallo di Troia.

Una specifica sezione della mostra proporrà ritratti incisi di Winckelmann, eseguiti da alcuni dei suoi più cari amici provenienti dalla Biblioteca comunale “A. Saffi”, Fondi Antichi, Manoscritti e Raccolte Piancastelli di Forlì – e un dipinto a olio dell’atelier di Angelika Kaufmann.
Un’altra sezione sarà consacrata alla fortuna critica dell’ultimo testo di Winckelmann, attraverso una ricca selezione di incisioni e volumi a tema. I “Monumenti antichi inediti” s’inseriscono in effetti in una lunga tradizione di raccolte di antichità illustrate che hanno il loro avvio con il Rinascimento. Ma se Winckelmann manifesta, all’inizio della sua carriera, una certa riserva nei confronti dei cosiddetti “musei di carta”, con i “Monumenti antichi inediti” si assiste a una completa riabilitazione di questo genere editoriale e l’avvio di un nuovo metodo di studio, in cui narrazione e illustrazione godono di un rapporto del tutto paritario.
Sebbene la morte prematura abbia impedito a Winckelmann di completare lo sviluppo dei “Monumenti antichi inediti”, i suoi principali continuatori, da Seroux d’Agincourt (1730–1814) a Leopoldo Cicognara (1767–1834) a Luigi Rossini (1790–1857) a Giovanni Volpato (1735–1803) considerano i “Monumenti” l’unico modello possibile di storia dell’arte, che combina appunto testo e immagini.

Johann Joachim Winckelmann, “Monumenti antichi inediti”, editio princeps, tavola 53

Accompagna la mostra un catalogo Skira (bilingue italiano/inglese).

Per ulteriori approfondimenti su Winckelmann consigliamo il prezioso volume di Klaus-Werner Haupt edito da Weimarer Verlagsgesellschaft nel 2014 in cui l’autore riesce a catturare con semplicità la grande vitalità e le immagini poetiche del suo linguaggio e dei suoi risultati accompagnandolo con un adeguato e preciso sfondo biografico.

Col patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’esposizione è promossa e organizzata dal m.a.x. museo in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che ospiterà la successiva tappa in programma dal 24 giugno al 25 settembre 2017.

 

 

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Info:

m.a.x. museo di Chiasso (Svizzera)
5 febbraio – 7 maggio 2017

www.centroculturalechiasso.ch

Museo Archeologico di Napoli
dal 24 giugno 2017
http://www.museoarcheologiconapoli.it

 

Jaco Pastorius

Crescere con la musica di grande ascolto è una esperienza comune a tanti.

Vogliamo segnalare alcuni personaggi e relativi prodotti discografici che hanno segnato la storia degli ultimi decenni.

Un invito al riascolto di

Un bellissimo disco pubblicato nel 1983, un grande musicista, da ascoltare su vinile o cd possibilmente con un buon impianto valvolare. Musiche dello stesso Pastorius, Duke Ellington, John Coltrane, Gil Evans e Miles Davis.
Una tessitura di suoni e alcune tracce memorabili [video] da fruire immergendosi nelle esecuzioni tutte rigorosamente dal vivo.
Sul palco una magnifica Big Band, la poetica Harmonica di Jean “Toots” Thielemans ed il basso continuo di Pastorius in versione fretless.
Forse lo stesso strumento, un Fender Jazz Bass del 1962 da lui trasformato riempiendo i solchi rimasti dalla rimozione delle barrette metalliche con mastice per legno e rivestendo il manico con resina epossidica marina.
Negli anni 60 altri musicisti avevano optato per l’elettrico con il manico dolce per produrre suoni indimenticabili come John Entwistle dei Who, Bill Wyman dei Rolling Stones e John Paul Jones dei Led Zeppelin ma la personalità di Pastorius fu unica nello sfruttare tutte le opportunità di produzione sonora dello strumento.
John Francis Pastorius detto Jaco nasce nel 1951 a Norristown in Pennsylvania e morirà, ucciso da un buttafuori nel 1987. Padre tedesco e mamma scandinava, un nonno batterista dilettante, Jaco seguirà fin da giovane il padre, ottimo batterista jazz, nel suo girovagare da orchestrale. Inizia a suonare a 12 anni la batteria, poi le prime esperienze con il basso intorno ai 15 anni, il suo primo strumento, che lo caratterizzerà, sarà un Fender Jazz del 1960.
Le cronache di settore iniziano ad interessarsi di lui nel 1974 quando con Paul Bley al piano, Pat Metheny alla chitarra e Bruce Ditmas alla batteria, si esibisce per diverse serate al Jazz Club di New York.
Nel 1975 il suo primo album da solista, tra i musicisti  Herbie Hancock. Il 1976 è l’anno del suo ingresso nei Weather Report in sostituzione di Alphonso Johnson, rimarrà con il gruppo fino al 1982. Nel 1981 fonda la Word of Mouth Big Band, ma non sarà questo il motivo del suo abbandono dei Weather Report, Pastorius aveva un carattere scontroso con una vita portata costantemente all’eccesso, non sempre sufficientemente lucido durante le frequentissime performance, possiamo dire non proprio il compagno di strada ideale per lo storico ensemble.
Rimane indimenticabile per noi fortunati, il concerto dei Weather Report in Piazza IV novembre a Perugia nel 1973 per la prima edizione di Umbria Jazz. Ma un bellissimo ricordo è anche quello di Jaco Pastorius un anno prima della sua scomparsa, in quintetto in vari palasport e teatri tenda da nord a sud della nostra penisola, tra un pubblico entusiasta e vera musica fusion.
Jaco, il documentario del 2015 diretto da Paul Marchand e Stephen Kijak e prodotto da Robert Trujillo dei Metallica, ispirato alla vita e alla carriera del più grande bassista di sempre approfondisce le brillanti qualità di un innovatore, un rivoluzionario delle note.
A chi gli chiedeva se la sua musica fosse definibile fusion jazz, Jaco era solito rispondere:
Io non suono fusion, io suono musica americana moderna. Punto e a capo“.

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Arte Fiera: 41esima Edizione

Con la nuova direzione affidata ad Angela Vettese, Arte Fiera arriva alla sua 41esima edizione in una versione rinnovata, confermando la propria identità di fiera d’arte italiana maggiormente consolidata e ricca di storia.  Dal 27 al 30 gennaio 2017, la più longeva kermesse di arte moderna e contemporanea d’Italia porta nei padiglioni di BolognaFiere numerose novità.

Sono previste una MAIN SECTION e una serie di SOLO SHOW: le due sezioni complessivamente contano 133 gallerie, a cui si aggiungono quelle dei settori curatoriali.

 Arte Fiera mercato viene completata da una piccola sezione di nuove proposte intitolata NUEVA VISTA e dedicata ad artisti meritevoli di una rilettura critica e non necessariamente giovani.

E’ presente una sezione di FOTOGRAFIA, curata da Angela Vettese.

Ad accogliere il visitatore di Arte Fiera 2017 c’è il nuovo Bookshop “Printville”: uno spazio che propone libri rari, da consultare, e remainder provenienti dalla libreria König di Colonia accanto a una scelta più consueta di libri e cataloghi d’arte.

Attigua al Bookshop l’area TALK ospita un ricco programma di incontri, alcuni fra i quali dedicati alle più interessanti proposte editoriali del Bookshop.

ART CITY Bologna 2017

Accanto all’offerta espositiva di Arte Fiera 2017, da venerdì 27 a domenica 29 gennaio la città torna protagonista per la quinta edizione di ART CITY Bologna, il programma di mostre, eventi e iniziative culturali nato dalla collaborazione tra Comune di Bologna e BolognaFiere per offrire nuove opportunità di scoperta e conoscenza del patrimonio artistico diffuso attraverso la contaminazione con il contemporaneo.

E sabato 28 gennaio torna l’Art City White Night, la Notte bianca dell’Arte con centinaia di iniziative per una notte dedicata all’arte, unica in Italia.

Nel 2017 anche ART CITY Bologna innova la propria formula progettuale con la nuova sezione Polis, che promuove rassegne e interventi di artisti contemporanei specificamente concepiti in dialogo con le caratteristiche peculiari degli spazi espositivi e dei luoghi storici in cui si inseriscono.

Nell’ambito di ART CITY Polis l’Istituzione Bologna Musei ha invitato a realizzare interventi site specific: Chiara Lecca alle Collezioni Comunali d’Arte con tre installazioni che conducono lo sguardo dello spettatore su una soglia tra realtà e illusione grazie alla perturbante capacità di manipolazione con cui l’artista assembla elementi di natura organica di origine animale a fior di pelle (titolo del progetto). Marco Di Giovanni al Museo internazionale e biblioteca della musica con Orizzonte degli eventi attraverso un intervento spaziale che utilizza media differenti come scultura, disegno, suono e performance; Martino Genchi al Museo Civico Medievale con il progetto Raccogli la cosa nell’occhio, che interpreta le lacune incise dalla storia su alcuni dei reperti conservati e Ornaghi & Prestinari a Casa Morandi con la mostra Grigio Lieve che nasce da una ricerca sulla possibilità di generare una serie di sculture a partire dalle ombre nei quadri di Giorgio Morandi.

L’attività espositiva dell’Istituzione Bologna Musei presenta inoltre la prima personale in Italia dell’artista tedesco Jonas Burgert dal titolo Lotsucht / Scandagliodipendenza, allestita negli ampi spazi della Sala delle 2 Ciminiere del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna dal 26 gennaio al 17 aprile 2017, a cura di Laura Carlini Fanfogna.

Con la mostra Attualità di Morandi. Opere donate al Museo dal 1999 ad oggi il Museo Morandi offre al visitatore un focus sulle opere pervenute al museo a seguito di donazioni da parte di vari artisti contemporanei che, nel corso della loro ricerca estetica, si sono ispirati al maestro bolognese o ne hanno tratto una lezione importante cogliendone la straordinaria contemporaneità.

Le iniziative di ART CITY Polis sono in Fiera e in Città: tra quelle in programma ricordiamo anche l’esposizione fotografica Genda in Fiera, in collaborazione con il master in fotografia dell’università IUAV di Venezia; al Museo Civico Archeologico – Istituzione Bologna Musei la mostra di film che rivisitano l’identità nazionale Viva l’Italia a cura di Mark Nash; in Fiera e in città la serie di lectures d’artista; la rassegna di video documentari Corpo Sensibile di giovani artisti italiani.

Numerose altre iniziative sono proposte dai musei cittadini e da soggetti privati quali l’Opificio Golinelli e il MAST.

Anche quest’anno sono numerosi e rafforzati i supporti alla manifestazione: la linea del trasporto pubblico locale ART CITY Bus, la guida tascabile ART CITY Map con le informazioni utili sugli eventi in programma.

Il programma completo degli eventi: www.artefiera.it

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FRANK ZAPPA: ROCK COME PRASSI COMPOSITIVA

A più di vent’anni dalla morte avvenuta il 4 dicembre 1993, Frank Zappa resta, per molti versi un musicista enigmatico. Nonostante libri e numerosi saggi ne abbiano indagato da tempo la figura e la produzione sotto varie angolature, solo di recente e con ritardo si è avviata nel mondo anglosassone, una seria ricognizione musicologica in grado di illustrare la sua capacità di pensare il rock con gli strumenti conoscitivi della musica classico-contemporanea. Zappa è infatti una figura unica nella storia della musica del ventesimo secolo. E’ stato il solo grande compositore a cimentarsi con pari attenzione e maestria sia nel campo del rock che in quello della musica “colta” nel senso più ampio ed aggiornato del termine: dall’ensemble all’orchestra sinfonica, alle forme elettroacustiche ed elettroniche.

Frank Zappa

Il libro di Giordano Montecchi pubblicato per le Edizioni Arcana, amplia un saggio apparso nel volume collettaneo “Frank Zappa Domani” curato da Gianfranco Salvatore e pubblicato da Castelvecchi, affronta per la prima volta alcuni degli affascinanti meccanismi teorico-pratici della sua arte, rivelando la sorprendente originalità con cui Zappa crea il suo lessico musicale e ponendosi come una pionieristica esplorazione del linguaggio modale del musicista. Viene così alla luce un magistero compositivo nel quale rock e pratiche eurocolte mostrano singolari affinità di concezione.
La narrazione e l’analisi abbracciano i primi cruciali quindici anni dell’attività di Zappa, da quando nella seconda metà degli anni sessanta, alla testa dei Mothers of Invention, mette a soqquadro la scena rock internazionale, fino agli sviluppi successivi ed alla compiuta elaborazione di quel suo stile unico ed inconfondibile che lo ha consegnato alla storia della musica [video]. Un tratto provocatorio, coltissimo, ma anche divertentissimo, sempre al confine tra satira socio-culturale e densità di stile. Ecco perchè questo è un testo prezioso, che va a collocarsi tra i vari studi analitici dell’opera zappiana e che si rivolge sia agli appassionati della musica rock che a quelli della classico-contemporanea.

LA SPERIMENTAZIONE CROMATICA DI MARIO GIACOMELLI NELLE FOTOGRAFIE DEL NOTEBOOK PROPOSTO A PARIGI DA SERGE PLANTUREUX

Cacciatore di immagini di fama internazionale Serge Plantureux, nel suo bollettino settimanale di fine anno,  ha catalogato e pubblicato una quarantina di splendide fotografie a colori di Mario Giacomelli, che fanno parte di un notebook di originali a colori. Notebook cui appartiene anche l’allegata poetica immagine delle barche  nel porto di Senigallia.

Fotografia di Mario Giacomelli dal notebook di Plantureux

Questa fotografia, al verso, porta una nota manoscritta di Simone Giacomelli. Plantureux, aveva  sbalordito gli esperti di tutto il modo ritrovando un’immagine, che immortala i pittori Van Gogh e Gauguin insieme ad altri amici. Si tratta della prima foto in cui i due famosi impressionisti appaiono insieme. “E’ a Serge Plantureux” ha ricordato il prof. Bugatti, direttore del Museo d’Arte moderna, Informazione e Fotografia di Senigallia “che si devono i Cahiers de photographie Nicephore, tra cui quello con il rapport su Baudelaire e la fotografia”.

Plantureux, che vive a Parigi, vicino al Louvre, predilige Senigallia per le sue vacanze estive. Ha una lunga esperienza di libraio antiquario e gallerista, specializzato nella ricerca di fotografie, che oggi figurano in musei e in grandi collezioni private in tutto il mondo.

Fotografia di Mario Giacomelli dal notebook di Plantureux

Il suo ritrovamento più noto è stato quello del  dagherrotipo che ritrae Alexandre Dumas da giovane, poi acquisita  nel 1999 dal Musée d’Orsay. Ha ritrovato anche una  foto di Lev Trotsky attribuita a Robert Capa, un negativo kodacolor che ritrae il cadavere di Che Guevara, la foto di Al Capone, che posa, giovanissimo, con un gruppo di amici, l’autoritratto di Gustave Le Gray, uno dei primi pittori a occuparsi di fotografia e fondatore della Société française de photographie. Ha ritrovato anche una  foto  del poeta Charles Baudelaire, poi  acquisita dal Musée d’Orsay nel 2014. Nel suo studio a Montreuil  ha raccolto centinaia di attrezzature fotografiche e migliaia di immagini scattate con  le più svariate tecniche  fotografiche. Attualmente la quotazione del notebook con la suite di foto a colori di Mario Giacomelli risulta intorno ai settantamila euro.

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SU “LETTERE MERIDIANE” E LA DECOSTRUZIONE DELL’IMMAGINARIO CALABRO

Intervista semiseria di Francesco Bevilacqua a se stesso

Domanda.

Non vorrei sembrare irriverente, ma non Le sembra che definirsi “cercatore di luoghi perduti”, ormai nel pieno del XXI secolo, come fa Lei sul Suo sito, sia un po’ infantile, un po’ fantasy, o al massimo tardo-new-age? (L’intervistatore sogghigna per il colpo d’inizio, bene assestato).

Risposta.

Sono certo che se La accompagnassi, e poi la abbandonassi, in una valle della Sila o dell’Aspromonte (ma potrei dire anche del Pollino, dell’Orsomarso, della Catena Costiera, delle Serre … insomma di uno dei grandi massicci montuosi della Calabria), Lei verrebbe assalito dal panico. E se non avesse avvertito nessuno a casa, circa la Sua posizione, diventerebbe di sicuro cibo per lupi. Salvo che il suo telefonino non fosse scarico e che avesse campo (fatti entrambi improbabili) e che gli uomini del Soccorso Alpino, allertati magari da Sua moglie, non la trovassero prima dei lupi. Ah, giusto per non far torto ai lupi: loro non mangiano gli uomini, vivi. Tutt’al più un’addentatina al cadavere, solo se hanno tanta fame da sopportare la puzza umana.

Domanda.

Intendevo solo chiederLe se è credibile che esistano “luoghi perduti” nel bel mezzo dell’Europa civilizzata. Con i satelliti, le mappe di Google Heart, le carte topografiche, i GPS. E una regione turistica come la Calabria poi. (Con aria più accondiscendente, ma sempre compiaciuta).

Risposta.

Le piace la tisana di lamponi che Le ho offerto? Sa dove ho raccolto quelle essenze? Sulla Serra di Novacco, nel massiccio dell’Orsomarso, l’estate scorsa. Vede, da quelle parti passò solo un viaggiatore straniero. La zona era tropo isolata e selvaggia già all’epoca. Per la verità era un ufficiale delle truppe napoleoniche, Duret de Tavel, che, ai primi dell’Ottocento combatteva i “briganti” filo-borbonici. Aveva come scolte dei prezzolati del posto. Descrive la zona tra Mormanno ed Orsomarso come una landa orrida e desolata, immersa in foreste inestricabili, abitata solo da animali selvatici. E ancora oggi, da quelle parti non trovi quasi mai nessuno, se non qualche pazzo come me. Come vede le “Indie di quaggiù” di cui parlavano i gesuiti, tra il cinquecento e il seicento, a proposito del Sud Italia, esistono ancora. E la Calabria ne è piena.

Domanda.

E quello sarebbe un “luogo perduto”? (Incredulo).

Risposta.

Lei insiste con questa storia. E allora Le dirò che non c’è nulla di più “perduto”, sulla Terra, di ciò che ci sta vicino, sia che si tratti di persone, sia che si tratti di luoghi. La civiltà – come la chiama Lei – ci aliena dalle persone, nel senso che sostituisce la comunicazione e l’informazione alle relazioni. Ma nello stesso tempo ci estranea dai luoghi in cui abitiamo. Che si trasformano in semplici contenitori territoriali o, se vogliamo, in “non luoghi”, per dirla con Marc Augé (conosce?), spazi artificiali privi di valori storici, identitari e relazionali. Per cui, paradossalmente, il borgo e le cascate di Panetti, pur stando ad un quarto d’ora dall’abitato di Platania (un piccolo comune montano della Presila Catanzarese), sono luoghi perduti ancor più di una remota valle del bacino dell’Orinoco. Di quel luogo non sanno nulla nemmeno coloro che vi abitano vicino. Nel senso che non ne riconoscono l’identità, il valore. La foresta amazzonica, invece, crediamo di conoscerla tutti attraverso l’informazione artefatta e oleografica che ce ne fanno i mezzi di comunicazione di massa. Il conservare memoria di una civiltà, come lo intendeva Corrado Alvaro, è cosa esattamente opposta alla bulimia di informazione omologata e bugiarda che ci propina la civiltà, e che serve, viceversa, a deformare il passato, ad edulcorarlo e restituircelo come un puro bene di consumo. Ecco il senso del mio cercare luoghi perduti. Cerco di riconnettere le anime degli uomini con l’anima dei luoghi. Chiaro?

Pollino. Serra Ciavole. Ph F. Bevilacqua

Domanda.

Non proprio. L’anima dei luoghi? Non mi dica che anche Lei crede che i luoghi abbiano un’anima. Vede che c’è qualcosa di new-age nel Suo pensiero? Forse si riferisce al suo libretto dal titolo “Genius loci“? (Ostentatamente divertito).

Risposta.

In quel libretto, come lo chiama Lei, ho cercato di spiegare come dai filosofi presocratici, passando per il panpsichismo, l’ilozoismo, l’animismo di quasi tutti i popoli primitivi, Platone, Plotino, Virgilio, sino ad arrivare a Jung e ad Hillman e perfino ad architetti e pianificatori dei nostri giorni, si è sempre sostenuto che anche i luoghi hanno un’anima, per nulla dissimile a quella umana. Ovviamente non è un dogma, come quelli a cui ci ha abituati il pensiero cattolico: ognuno è libero di crederci o meno. Sta di fatto che riconoscere l’anima dei luoghi significa dare loro una dignità, capire quel che essi contano per le comunità che vi abitano, anzi, che fanno parte delle “comunità” e che, in quanto tali vanno rispettati. Enzo Bianchi, il priore della Comunità di Bose, dice che l’antico precetto evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso” non si riferisce solo agli uomini ma alla Terra intera, alle sue creature, ai singoli luoghi. E perfino Papa Francesco, nell’enciclica “Laudato si'” ci raccomanda di coltivare la nostra amicizia con Dio in un luogo geografico preciso, che è quello che ci ospita ed ha contribuito a formare la nostra identità. Capisce ora?

Domanda.

Beh, se lo dice anche il Papa! Ma questa storia dei luoghi come si lega al Suo amore per la Calabria? Lei si fregia di non viaggiare fuori dalla Calabria, di essere “uno stanziale errante”. E qui veniamo al Suo ultimo libro, “Lettere meridiane, cento libri per conoscere la Calabria“. Della Calabria se ne parla spesso sui media. La sua realtà, i suoi problemi, anche le sue bellezze sono tutto sommato conosciute? Perché ha scritto tanti libri, molti dei quali sulla Calabria: guide storico-naturalistiche ed escursionistiche ai parchi, libri fotografici, saggi sui viaggiatori, i descrittori, i narratori ed i paesaggi della Calabria? Ed ora anche quest’ultimo, nel quale addirittura sostiene che per conoscere la Calabria bisogna leggere almeno cento libri?

Risposta.

Perché della Calabria è nota la sua immagine stereotipa. E la mia mission come scrittore è decostruire l’immaginario calabro, che poi è frutto, soprattutto, di una auto-rappresentazione dei calabresi. Faccio qualche esempio. Chi erano e chi sono i calabresi? Bruzi uccisori (presunti tali) di Cristo, prima; briganti, poi; ‘ndranghetisti ora. Qual è il tipo del calabrese? Duro, spietato, pericoloso, permaloso, omertoso, indolente, assistito, rassegnato etc. Quali sono i caratteri del paesaggio calabro? Bellissime coste, ma col mare sporco, servizi inadeguati. Il tutto condito dal famoso “non finito calabro”. E le montagne? Una volta, un famoso alpinista mi disse: “Perché, in Calabria ci sono montagne?”

Domanda.

Ma come, le cose non stanno proprio così? (Sinceramente incredulo).

Risposta.

Lei è calabrese vero? E che sa della storia della Calabria? Della geografia, dell’antropologia, della letteratura, della filosofia? Ha mai letto Cassiodoro, Gioacchino da Fiore, Campanella, Telesio, Alvaro, Perri, La Cava, Repaci, De Angelis? Che sa dei Bruzi, della dominazione romana, delle colonie magnogreche, dei bizantini, dei normanni e via discorrendo? Come si può conoscere, comprendere la Calabria, con le sue ombre e le sue luci, col bello e col brutto, se non si indaga su quanto è accaduto nei secoli in questa regione? Come si possono esprimere giudizi? E questo vale per gli outsider, per i forestieri, ma anche per gli insider, i calabresi stessi.

Serre. Placanica. Ph F. Bevilacqua

Domanda.

Scusi, ma non vorrà negare che i calabresi hanno molti vizi e che anche a causa di questi vizi hanno martoriato il proprio territorio, i loro tesori d’arte e d’architettura? E, in fondo, hanno compromesso anche la loro reputazione?

 

Risposta.

Non lo nego affatto. Anzi lo affermo. Ma bisognerebbe chiedersi perché tutto questo è potuto accadere. Salvo che non se ne voglia fare una questione di razza: i calabresi sono fatti così, sono inferiori, sottosviluppati, brachicefali (con poco cervello insomma) come diceva Lombroso. Ma le teorie razziali sono state sconfessate dalla biologia e non sono più un buon alibi per liquidare i problemi senza ragionare.

Domanda.

E allora se non è per un fatto di indole, di carattere, di razza …, perché?

 

Risposta.

Le potrei rispondere con Carlo Levi (lui parlava dei lucani ma va bene anche per i calabresi), con Pier Paolo Pasolini, con Giuseppe Berto. Avevano capito che il perché sta nel complesso di inferiorità della civiltà contadina della Calabria (e del Sud) rispetto alla civiltà industriale del Nord. Dall’Unità in avanti non si è fatto altro che magnificare le sorti dell’Italia industrializzata e denigrare quelle dell’Italia contadina. Sicché i contadini calabresi hanno pensato che tutto ciò che rappresentava quella civiltà inferiore – costruzioni, arti, saperi, storie, paesaggi – non servisse a nulla, non valesse nulla. Ed hanno cominciato a considerarsi una razza inferiore, maledetta, negletta. Hanno dimenticato tutto di se stessi, della loro storia e del loro territorio. Ed hanno cominciato a svendere tutto al peggior offerente. Anche la dignità. A partire dalle classi dirigenti, ovviamente.

Orsomarso. Pressi del Crivo di Rosannita. Ph. F. Bevilacqua

Domanda.

Come spiega il successo inatteso di narratori calabresi come Carmine Abate, Mimmo Gangemi, Gioacchino Criaco, che, nei loro romanzi, raccontano una Calabria che per gran parte non si conosce?

 

Risposta.

Ecco, vede? Questa è la riprova che della Calabria, fuori dalla Calabria, non interessano solo le notizie di cronaca nera. Se la Calabria e i calabresi sono raccontati bene, se si parla di quel che fuori nessuno sa, se si offrono interpretazioni originali, la gente intelligente è interessata, vuol sapere. Qualche giorno fa un docente dell’Istituto Rosmini di Trento mi preannunciava che con un gruppo di studenti sarà in Aspromonte, a Bova, per conoscere dal vivo la realtà della minoranza ellenofona dell’Aspromonte. Ho commentato: finalmente, le Dolomiti vanno in Aspromonte. E, a tal proposito, mi permetta di aggiungere: mi fa un po’ ridere quando i calabresi propongono di far diventare un loro luogo, una loro zona patrimonio mondiale dell’umanità. Che pensino prima a renderlo patrimonio dei calabresi! La Dolomiti, prima di diventare sito Unesco erano patrimonio dei trentini, degli altoetesini, dei veneti.

Domanda.

Posso capire. Ma si tratterà certamente di un viaggio, diciamo, folkloristico. In cerca solo di capre e tarantelle. Una gita scolastica come tante …

 

Risposta.

Tutt’altro. I ragazzi del Rosmini hanno studiato a lungo sui libri e su Internet quella realtà. Ed hanno capito che non è per nulla immobile. Non è un museo en plein air. Non è solo vecchi pastori che risalgono il greto delle fiumare con piccoli branchi di capre. A parte l’accoglienza diffusa nelle case del centro storico, per visitatori consapevoli, che da Bova si sta irradiando anche in altri paesi della zona, a parte “Paleariza“, il festival di ento-musica ed altro che si tiene d’estate, di recente, ad esempio, una cinquantina di pastori/e si sono consorziati per produrre e commercializzare i loro formaggi con tecniche innovative ma sempre partendo dalla tradizione. Ed è stato anche creato un marchio – “Cangiari” (che in dialetto significa “cambiare”) del Gruppo Cooperativo GOEL, che produce tessuti realizzati nei tanti vecchi telai sparsi nei paesi grecanici e li utilizza sino a farne abiti sartoriali. Ovviamente, tutto questo non è che un esempio. Non c’è ideazione senza identità, come dice Umberto Galimberti. Il futuro ha un cuore antico, titola un bel libro di Carlo Levi.

Aspromonte. Rocche di S. Pietro. Ph F. Bevilacqua.

Domanda.

E in “Lettere meridiane”, Lei sostiene queste … cose bislacche?

 

Risposta.

Queste e molte altre. Come l’idea che il lungo sonno della tradizione, l’oblio della civiltà contadina ha prodotto una malattia che chiamo “amnesia dei luoghi” e che questa ha gettato l’intera popolazione calabrese in una sorta di “coma topografico”. Come la proposta introdurre nella Costituzione un “diritto alla nostalgia”, non come sentimento immobilizzante ma come desiderio di riconoscersi, finalmente, in un paese, come scrive Cesare Pavese, in un villaggio vivente nella memoria, come dice Ernesto De Martino. Come l’intuizione di Rilke, secondo cui si nasce solo provvisoriamente in un luogo, ma solo dopo tanto tempo vi si rinasce, ogni giorno più definitivamente.

Francesco Bevilacqua