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PIANO STRATEGICO DEL TURISMO PER L’ITALIA (2017-2022)

Il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il Piano Strategico del Turismo [2017-2022], che delinea lo sviluppo del settore nei prossimi sei anni per rilanciare la leadership italiana sul mercato turistico mondiale.

Il documento – già approvato dal Comitato permanente per la promozione del turismo (14 settembre 2016) e dalla Conferenza Stato-Regioni (15 settembre 2016) – ha concluso l’iter parlamentare alla Camera e al Senato rispettivamente il 27 gennaio e il 2 febbraio 2017, accogliendo le osservazioni emerse nel corso del dibattito, in particolare riguardo all’esplicita attenzione alle aree del terremoto e l’integrazione delle politiche turistiche con quelle di industria 4.0. Con l’approvazione definitiva del Governo, esso diventa a tutti gli effetti lo strumento dal quale discenderanno le azioni e i provvedimenti in campo turistico.

Con il Piano Strategico del Turismo (PST), il Governo intende ridisegnare la programmazione in materia di economia del turismo rimettendola al centro delle politiche nazionali e dando operatività all’indirizzo strategico di creare una visione omogenea in tema di turismo e cultura.

Il documento ha un orizzonte temporale di sei anni e agisce su leve fondamentali come l’innovazione tecnologica e organizzativa, la valorizzazione delle competenze, la qualità dei servizi. Tali aspetti saranno integrati con la necessità di un utilizzo sostenibile e durevole del patrimonio ambientale e culturale.

Il Piano è stato elaborato con la piena partecipazione delle istituzioni pubbliche, degli operatori di settore, degli stakeholders e delle comunità – per migliorare le politiche sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta – e la Direzione Generale Turismo del MiBACT ha coordinato il processo.

Per promuovere il confronto tecnico sono stati adottati metodi e strumenti digitali avanzati e il Piano sarà monitorato di anno in anno, diventando così uno strumento costantemente aggiornato in grado di far evolvere in modo condiviso obiettivi e politiche e creare un sistema stabile di governance del settore.

ulteriori info: http://www.pst.beniculturali.it/

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Guida ai festival del cinema in Croazia

La Croazia oltre ad offrire importanti set-location a film e serie di successo internazionale come Game of Thrones e Star Wars, ospita durante l’anno oltre 60 festival di cinema di varie dimensioni che accolgono numerose personalità, turisti e appassionati. In questa guida presentiamo, suddivisi per mesi, i maggiori festival per storia, presenze e tematiche. Per ulteriori approfondimenti si rimanda alla lista completa dei festival cinematografici riconosciuti e patrocinati dallo Stato a cura del Centro Audiovisivo Croato.

FEBBRAIO – MARZO

Zagrebdox

Nato nel 2005, il festival internazionale della capitale croata dedicato al documentario, ha lo scopo di offrire a spettatori ed esperti una panoramica di qualità della recente produzione documentaristica mondiale, incoraggiando la produzione nazionale e la cooperazione internazionale di settore.

ZagrebDox ha inoltre un ricco programma di interessanti retrospettive, film incentrati su temi specifici, generi, tecniche ed estetiche.

APRILE

EtnoFilm

Etnofilm – Film Festival Etnografico di Rovigno patrocinato e organizzato dal Museo Etnografico dell’Istria, presenta film selezionati da una vasta gamma di argomenti di interesse etnologico e sociale allo scopo di esaminare criticamente i fenomeni culturali globali e locali.

MAGGIO

Croatian One-Minute Film Festival

Il festival che si svolge a Požega in Slavonia, presenta in concorso diversi generi di filmati della durata massima di un minuto.

Subversive Film Festival

La primavera di Zagabria si anima con un festival che ha la sua originale impostazione tematica grazie ad un programma di film dedicati all’attivismo sociale, politico, economico, ambientalista e ideologico tentando di elaborare criticamente l’attuale sistema di valori.

GIUGNO

Animafest – Festival Mondiale di Film d’Animazione

Fondato nel 1972 dalla fiorente scuola di disegno animato di Zagabria, è uno dei festival cinematografici tra i più rappresentativi a livello mondiale interamente dedicato all’animazione. I vincitori del Gran Premio Animafest si qualificano direttamente per l’Academy Award della American Academy of Motion Picture Arts and Sciences.

Mediterranean Film Festival di Spalato

Un festival che sulla magnifica riva di Spalato mette in rassegna in prima nazionale per la Croazia vari film e cortometraggi provenienti dalle varie regioni mediterranee.

DokuMa Film Festival

Il festival DokuMa, si svolge a Makarska e si compone di film documentari  internazionali e una serie di interessanti retrospettive d’autore.

LUGLIO

Pula Film Festival

Nato nel 1954, il Pula Film Festival è uno dei più antichi e frequentati festival del cinema d’Europa. Il programma principale del concorso a premi, organizzato nell’imponente e suggestiva Arena romana all’aperto, consiste in lungometraggi e documentari selezionati tra i migliori film di produzione mondiale.

Tabor Film Festival

Il magnifico Castello di Veliki Tabor ospita il festival internazionale di cortometraggi che si compone di tre classi di concorso: nazionale, internazionale e per bambini. I cortometraggi sono di vario genere: animazione, documentario, fiction, sperimentali.

Supertoon International Animation Festival

Per gli appassionati di animazione il festival con sede a Šibenik mostra nel suo concorso un’ampia visione più di questa espressione artistica sia per adulti che per bambini, offrendo diverse retrospettive, modalità di scambio e incontro tra pubblico, registi e creativi.

Motovun Film Festival

Un festival divenuto ormai di riferimento per gli appassionati di cinema anche per la bellezza e l’accoglienza del pittoresco borgo istriano dedicato prevalentemente a film e produzioni indipendenti.

 

AGOSTO

Avvantura Film Festival

La città di Zara in collaborazione con il Croatian Audiovisual Centre ospita il festival internazionale Avvantura che presenta un ricco cartellone con una particolare attenzione alle co-produzioni europee.

Solo Positivo International Music Documentary Film Festival

Opatija presenta l’interessante festival del documentario musicale che ospita annualmente numerosi nomi del mondo del cinema e della musica, proponendo opere audiovisive anche da produzioni indipendenti, concerti e retrospettive legate alle colonne sonore.

Liburnia Film Festival

Ad Ičići (Opatija) si svolge il festival del cinema documentario dedicato alle recenti produzioni nazionali assegnando numerosi premi divisi per categorie.

Vukovar Film Festival

La più grande città-porto fluviale croata mette in concorso film di elevata qualità, di vario genere e durata, realizzati nell’area danubiana e nei paesi limitrofi.

DORF – Festival di documentari musicali

DORF è un piccolo festival che si svolge a Primošten in Dalmazia in cui è possibile vedere film documentari musicali con preferenza di genere rock. Lanciato nel 2007 da un’associazione culturale, il festival propone un ricco programma di film in concorso e numerosi eventi collaterali: mostre, workshop, presentazioni di libri, concerti.

SETTEMBRE

Split Film Festival

Il programma del Festival del Cinema di Spalato è incentrato su film, video e nuovi media dal carattere fortemente creativo e sperimentale. Il concorso del festival è diviso in lungometraggi e cortometraggi mentre diverse sezioni presentano, installazioni interattive, performance, progetti per il web, programmi speciali e retrospettive di autori nazionali e stranieri.

Kinookus Food & Film Festival di Ston

Un piccolo e significativo festival cinematografico dal carattere internazionale dedicato ai buongustai e appassionati di cultura gastronomica. Diverse cucine locali tradizionali, gastro-shop locali di produzione sostenibile e laboratori per bambini accompagnano le proiezioni svolte in varie località.

OTTOBRE

Zagreb Film Festival

Il festival autunnale della capitale croata che in meno di un decennio dalla sua nascita, nel 2003, si è imposto all’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori grazie ad una grande qualità delle proposte selezionate ricche di un certo spessore artistico. Il festival è un’occasione, più unica che rara, per vedere film inediti e spesso esclusi dalla distribuzione cinematografica tradizionale. Le proiezioni sono accompagnate da ottimi concerti che rendono il festival, oltre che un contributo all’arte cinematografica, anche un’occasione di gran divertimento.

Dubrovnik Film Festival 

DUFF – Un importante festival di cinema per bambini dei paesi del Mediterraneo che promuove e incoraggia la produzione cinematografica per i giovani e l’infanzia.

NOVEMBRE

Festival Internazionale del Cinema Archeologico – MFAF

Il MFAF si svolge ogni due anni a Spalato e presenta un ricco programma dedicato all’archeologia, al patrimonio culturale e storico, alla tutela dei monumenti e all’antropologia. Promosso da vari enti internazionali il festival intende valorizzare il documentario croato di cinema archeologico oltre i confini nazionali e la produzione audiovisiva dedicata al patrimonio culturale e al cineturismo con particolare attenzione ai siti UNESCO.

DICEMBRE

Human Rights Film Festival

Lanciato nel 2002 il festival ha l’obiettivo di migliorare la visibilità delle produzioni audiovisive incentrate sui diritti umani.

Ogni dicembre sia a Zagabria che a Rijeka, film e documentari del festival promuovono l’apertura sociale, il multiculturalismo, la tolleranza e la libertà di scelta.

Biennale Arcipelago Mediterraneo di Palermo

La Biennale Arcipelago Mediterraneo si apre a Palermo dal 10 febbraio al 12 marzo 2017

Cuore di un Mediterraneo crocevia di popoli e culture, lingue e tradizioni, linguaggi e innovazione. Palermo assume un ruolo da protagonista che le tocca di diritto: qui uno straniero è un cittadino. Dialogo e confronto, integrazione e partecipazione: in una città che ha visto sommarsi le dominazioni, vivere l’uno accanto all’altro è la normalità. Che non va letto come appiattimento ma ricchezza: per raccontare la cultura e le culture del Mare Nostrum, nasce BAM, prima Biennale Arcipelago Mediterraneo, in programma a Palermo dal 10 febbraio al 12 marzo. Spalmata sull’intera città, tra centro storico e luoghi decentrati, tra fondazioni private e spazi pubblici, in stretto rapporto con le associazioni del territorio, i centri di cultura straniera, i festival, i musei, gli artisti, BAM “assorbirà” le tante anime di chi qui vive, arriva, si ferma, riparte, si confronta.

Un ponte tra il Mediterraneo e il resto del mondo, un arcipelago di isole diverse: BAM è un festival di teatro, musica e arti visive dedicato ai popoli e alle culture del Paesi che si affacciano sul mare, con lo scopo di favorirne e promuoverne il dialogo e, nello stesso tempo, valorizzare e tutelare il patrimonio artistico e culturale nelle sue molteplici espressioni. Ma, soprattutto, la Biennale è pronta a porsi come interlocutore privilegiato per importanti collaborazioni internazionali. Ed inizia con forza: già questa prima edizione stringe un rapporto con la Fondazione Merz di Torino e Imago Mundi – Luciano Benetton Collection.

Venerdì (10 febbraio) si inaugura tra la chiesa SS. Euno e Giuliano, a piazza Magione – appena recuperata, è un nuovo spazio che si apre alla città: l’antica chiesetta dei “seggettieri o portantini”, distrutta dai bombardamenti, torna alla vita e mostra una sconosciuta cripta e un ancora più nascosto, ambiente ipogeo adibito ad essiccatoio –  e l’antico Monte di Pietà di Palazzo Branciforte, un focus sull’artista egiziano Wael Shawky, primo appuntamento di “Punte brillanti di Lance” progetto nato dall’incontro tra la Fondazione Merz, la Fondazione Sicilia e il Comune di Palermo. Cantore delle vicende storiche legate alle crociate e alla cultura poetica araba (vincitore della I edizione del  Mario Merz Prize), Wael Shawky offre un punto di vista narrativo non occidentale. La collaborazione con la Fondazione Merz proseguirà in primavera con “Le vie di Merz”, ulteriore capitolo, in collaborazione anche con il Museo Archeologico A. Salinas, che sfocerà poi nel 2018, anno in cui Palermo sarà Capitale italiana della Cultura e ospiterà Manifesta 12.

“La Fondazione Merz interpreta oggi il proprio ruolo di “centrale energetica” dell’arte attraverso l’incontro e la partecipazione – spiega Beatrice Merz, a capo della Fondazione Merz di Torino -. Credo che il valore delle iniziative che stiamo costruendo con la città di Palermo risieda nel potere immaginifico del dialogo che abbatte confini e differenze”.

Dal 18 febbraio il padiglione ZAC dei Cantieri della Zisa raccoglie il nuovo tassello del progetto Imago MundiLuciano Benetton Collection, dedicato al Mare Nostrum. La mostra offre uno spaccato contemporaneo inedito e originale sul “mare di mezzo”: quasi 3500 tele di altrettanti artisti rappresentati nelle 21 collezioni esplorano collettivamente nuove rotte in questa distesa liquida, contro ogni barriera sinonimo di tragedia. Imago Mundi è il progetto no profit di arte contemporanea promosso da Luciano Benetton: artisti di tutto il mondo, affermati ed emergenti, si stanno confrontando con lo stesso supporto, una tela 10×12 cm; fino ad ora sono stati coinvolti 20.000 artisti da 120 Paesi, regioni e popoli.  A Palermo sarà presentata parte della collezione e, in prima mondiale, la raccolta dedicata alla Sicilia, Identità siciliane. Contemporary Artists from Sicily, 220 opere diverse che hanno in comune l’aspirazione alla libertà espressiva, la capacità di sorprendere, la volontà di non restare fermi. Un accumulo di ispirazioni, rappresentazioni, situazioni, modi di ricercare e agire, visioni, sogni e colori in cui la Sicilia costruisce la sua storia.   Il 19 sarà proiettato il documentario “Shame and Soul” del fotografo inglese Giles Duley e dell’artista siriano Semaan Khawam, esule in Libano, che dialogano tra loro, ciascuno con la propria arte.

“Arte come strumento di conoscenza e di dialogo tra diverse culture – dichiara Luciano BenettonQuesta è la filosofia e l’obiettivo del progetto nato per creare collegamenti: tra visioni diverse, voci e poetiche differenti, culture anche contrastanti. Linea che sta alla base anche della nuova collezione siciliana in cui artisti visivi, musicisti, creativi, poeti, architetti costruiscono insieme un caleidoscopio di suggestioni rappresentative delle infinite sfaccettature di quest’isola”.

Il 18 febbraio il sindaco Leoluca Orlando siederà allo stesso tavolo dei rappresentanti istituzionali dei Paesi del Mediterraneo per un’unica, grande conferenza e dialogo in comune.

“Città dell’accoglienza: non solo apre le braccia, ma ha deciso con la Carta di Palermo 2015 di fare del riconoscimento della mobilità umana e culturale, la memoria del passato, l’impegno del presente e il progetto del futuro” – interviene il sindaco.  Palermo, città migrante nelle sue strutture materiali e negli stili urbani, è migrante anche nei suoi abitanti e negli stili di vita. Capitale culturale perché immagine viva di armonia tra diversità monumentali, artistiche e umane. Mediorientale ed europea, al tempo stesso, Palermo è – in sintesi ed emblematicamente – mediterranea; è isola nell’arcipelago mediterraneo, Mediterranea come identità multiculturale/ interculturale/sincretica”. In questa visione, Palermo rifiuta la definizione di euro mediterranea “che vischiosamente evoca primazie europee e fa ricorso alla visione di Arcipelago dove le diverse realtà sono isole dello stesso: Catalogna e Grecia, Tunisia e Albania, Algeria e Libano, Provenza ed Egitto, Andalusia e Siria, Croazia e Sicilia ma anche Barcellona ed Atene, Tunisi e Tirana, Algeri e Beirut, Marsiglia ed Alessandria, Siviglia e Damasco, Zagabria e Palermo”.

Dal 24 febbraio, il fotografo cinese Liu Bolin proporrà i suoi scatti – forti e potenti – realizzati a Mineo, dove ha dato vita alla sua serie Migrants. In mostra ai Cantieri della Zisa le opere realizzate a Catania, in cui l’artista, attraverso l’accurato body painting dei suoi assistenti, si fonde letteralmente con lo sfondo, fino a risultare invisibile, in questo caso tra i barconi della speranza. Protagonisti delle foto anche decine di migranti del Cara di Mineo e da altri centri di accoglienza siciliani, dipinti del blu della bandiera europea o color della sabbia delle spiagge su cui approdano.

Dal 26 febbraio, Domenico Pellegrino illuminerà l’acqua del Porticciolo di sant’Erasmo con 22 diverse isole luminose, una vera Cosmogonia mediterranea, un affascinante arcipelago virtuale che sfiora il mare. Una visione pop: i 22 paesi del Mediterraneo diventano altrettante isole galleggianti, o stelle dell’immaginifico cosmo che l’artista crea davanti agli occhi dello spettatore, coinvolgendolo in una danza luminosa, con il sottofondo del rumore del mare. 22 opere, 3×2 metri, rappresentano la sagoma del paese. Ogni sera al tramonto, la “Cosmogonia Mediterranea” si accenderà.

La prima Biennale Arcipelago Mediterraneo si muoverà tra oltre 15 spazi diversi, partendo dal recupero della chiesa del SS. Euno e Giuliano che diventa un nuovo luogo della cultura della città. Accoglie quattro grandi INSTALLAZIONIi, spettacoli di TEATRO internazionale e musica che giocheranno sulle contaminazioni: dalla libanese Zouzak Theater Company alla prima opera dei Radiodervish sui conflitti a Gerusalemme fino alle “Invasioni” del teatro Nèon che si è stretto a Mustafà Sabbagh per una produzione dal fortissimo impatto artistico ed emotivo, insieme per fare della diversità, una ricchezza. Le Vie dei Tesori condurranno alla scoperta di dieci luoghi della città, aperti in notturna: passando sotto vere “porte di luce”, il pubblico sarà coinvolto in concerti, istallazioni e videomapping. Due grandi maestri del movimento, Virgilio Sieni e Mimmo Cuticchio rinnoveranno il loro incontro, e affronteranno il tema del Vangelo, coinvolgendo cittadini, performer, pupi, luoghi, in un progetto in prima assoluta. Cinque CONCERTI, che giocano su forti contaminazioni: dai barocchi “La vaghezza”, l’1 marzo a San Mattia, ad un ciclo di Curva Minore, quattro appuntamenti tra il 22 febbraio e l’8 marzo tra Archivio Storico, S. Mattia e Palazzo Branciforte. “Mediterraneo Australis” prende  spunto dalle culture vive del Mare Nostrum, e fa dialogare i musicisti e I testi siciliani ora con sonorità turche, ora con hip-hop in arabo ora con le kora africane. Molto CINEMA e moltissimi documentari, con focus approfonditi su tematiche e linguaggi dai Paesi del Mediterraneo, e su registi italiani (De Seta, Rossellini) e stranieri, dal forte impegno sociale come l’algerino Tariq Teguia, che sarà presente alla sua retrospettiva.

Divise in sezioni, le conferenze di ARCIPELAGO apriranno uno squarcio su temi importanti: conflitti, arte, patrimonio, radici, letterature, Europa. Discuteranno alcuni tra I maggiori protagonisti della cultura europea e mediorientale, e ritornerà a Palermo il premio Nobel Wole Soyinka; esempio, questo, di come la città riesca a stringere rapporti esclusivi e di grande condivisione di ideali e suggestioni: così è stato con Sabbagh, così è ora con Soyinka e Sieni, così sarà per altri che si stanno preparando a ritornare.

Tutte le manifestazioni sono ad ingresso libero. Il ricavato del contributo di 1 euro per le visite ai dieci luoghi de le Vie dei Tesori, sarà utilizzato per il progetto di restauro di un bene monumentale della città che verrà scelto dal popolo social.

BAM | BIENNALE ARCIPELAGO MEDITERRANEO

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JANNELLO TORRIANI GENIO DEL RINASCIMENTO

Jannello Torriani è una delle figure emblematiche e allo stesso tempo eccezionali del panorama tecnico scientifico dell’Europa rinascimentale.

Nato a Cremona intorno al 1500 potrebbe rappresentare un modello di artigiano vitruviano talentuoso, con grandi capacità tecniche ed approfondite conoscenze teoriche. Fu un abile fabbro ferraio, orologiaio di fama universale, ingegnere idraulico geniale, matematico di corte ed acclamato inventore. Ebbe grande notorietà negli Stati d’Italia, di Germania, nei Paesi Bassi, in Inghilterra, nei Regni iberici.

I contemporanei lo celebrarono per le sue meravigliose creazioni meccaniche, fu definito “il secondo Archimede” e “il nuovo Dedalo”; purtroppo molti suoi lavori sono andati dispersi, lasciando per nostra fortuna, numerosi documenti scritti in vari archivi. Jannello Torriani può essere considerato cruciale per la letteratura interessata alle origini della modernità, a quell’ “età del nuovo” posta tra rinascimento e rivoluzione scientifica, ne è un bellissimo esempio la “Sfera Armillare” interamente costruito dal Torriani nel 1549.

Invenzioni di Torriani in mostra al Museo del Violino di Cremona

La complessità delle sue creazioni, una volta perdute, ha generato storie fantastiche ed è stata fonte di diffidenza tra i posteri che non potevano più contemplare il “primo orologio planetario” e “l’artificio dell’acqua di Toledo“, ritenute dai tecnici impossibili. Come davano vita a fantastiche reinterpretazioni, gli automi comuni quali gli uccelli idraulici di tradizioni alessandrine, capaci di cantare e muovere le ali. [video]

Nel 1545 Torriani si recò a Worms per conoscere l’Imperatore Carlo V grande appassionato di orologeria e matematica. Per lui due anni dopo, costruì un nuovo orologio planetario, strumento innovativo  mosso da molle e non da pesi, era quindi trasportabile e disponeva di un gran numero di funzioni attivate dalle nuove ruote dentate appositamente predisposte. Dal 1559 fu a Madrid alla corte di Filippo II, qui si occupò di molte opere matematiche, dal calcolo per la fusione di un concerto di campane, alla osservazione delle stelle. Si specializzò quindi nell’idraulica, nel 1580 terminò due macchine per elevare l’acqua ad un’altezza di 100 metri per un percorso totale di 300 metri.

Automi di Torriani in mostra al Museo del Violino di Cremona

In quegli anni scrisse numerosi trattati ed inventò strumenti di calcolo da utilizzare per la riforma del calendario che Papa Gregorio XIII stava promuovendo. Altre macchine ispirate dai trattati di Jannello che dopo tanti successi morì miseramente nel 1585 a Toledo tra umiliazioni e grandi difficoltà economiche, furono lucchetti a combinazione, lampade a sospensione cardanica, orologi da tavolo con suoneria delle ore, orologi da tasca e vari automi in legno e ferro che nel tempo affascineranno scienziati e artisti sino ad oggi come nel caso di Giuseppe Tornatore nel film  “La migliore offerta”.

Ulteriori info: http://www.juaneloturriano.com/

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Il viaggio musicale di Alan Lomax

“Non sapevo perché una vecchia registrazione sul campo fatta da Alan Lomax mi suonasse migliore, ma era così.” –  Bob Dylan –

Alan Lomax (1915-2002) etnomusicologo, antropologo  e produttore discografico è stato uno dei personaggi più importanti della musica del Novecento.

La sua fu una vita errabonda di incessante ricerca, cominciata già negli anni ‘30 quando in compagnia del padre, musicologo a sua volta, compì un lungo viaggio nel sud degli Stati Uniti per documentare con registrazioni sul campo, la cultura musicale dei discendenti degli schiavi deportati dall’Africa

Per più di dieci anni i Lomax (il cui cognome originario era Lomazzi, italiani emigrati in America), muniti solo di un registratore portatile a dischi d’alluminio del peso di un quintale, batterono gli  stati meridionali degli Stati Uniti.

Da questo grandioso lavoro per dimensioni e importanza culturale scaturì una poderosa raccolta di incisioni e registrazioni che confluirono nell’Archive of American Folk Song della Biblioteca del Congresso, con cui gli americani poterono conoscere il Blues, i work songs e spiritual, nonché ascoltare artisti altrimenti destinati all’oblio.

Pioniere della “storia orale”, Lomax realizzò tra l’altro una serie di interviste ai più grandi jazzisti e folksinger americani: Woody Guthrie, Lead Belly, Muddy Waters, Jelly Roll Morton.

Negli anni 40 la sua vicinanza  ad artisti politicamente schierati e la sua ostinazione nel raccogliere canzoni di afroamericani in prigione o di lavoratori in sciopero attirò su di lui l’attenzione dell’FBI per sospette attività antiamericane.

Il clima suggeriva di allontanarsi per un po’. Finì a Londra, dove riuscì a trovare un contratto con la BBC per la realizzazione di una serie di incisioni discografiche e trasmissioni radio sulle musiche popolari europee.

In realtà scopo fondamentale del viaggio di Lomax era la creazione della Columbia World Library, ovvero realizzare una collana discografica che contenesse le musiche folk di tutto il mondo in una trentina o quarantina di long playing.

Prima tappa fu la Spagna dove, aiutato da numerosi studiosi e nonostante la sua  avversione per la dittatura Franchista, realizzò centinaia di registrazioni che confluiranno in Folk Music of Spain, 11 LP per l’etichetta Westminster di New York.  I risultati di questa prima ricerca europea sulla musica tradizionale spagnola fu usata abbondantemente da Miles Davis e Gil Evans per il capolavoro “Sketches of Spain”.

L’esperienza spagnola fu importante anche perché è qui che Lomax, per la prima volta, incomincia a fotografare con regolarità i cantori e musicisti che si esibiscono per lui, i paesaggi, la gente comune, l’architettura.

Ed è sulle basi di queste premesse che Lomax, nel 1953 si prepara alla tappa successiva: l’Italia.

Il suo viaggio nel bel paese durò circa sette mesi, a bordo di un furgone Volkswagen, grazie al quale battè in lungo e in largo la penisola realizzando più di duemila registrazioni e scattando migliaia di indimenticabili fotografie.

In Italia, Lomax trova la collaborazione preziosa dell’etnomusicologo reggino Diego Carpitella, all’epoca assistente alla direzione del Centro Nazionale di Studi sulla Musica Popolare di Roma, ricercatore del corpus sonoro e musicale tradizionale del Salento con Ernesto De Martino e per lunghi anni docente di Etnomusicologia alla Sapienza.

Diego Carpitella, lo aiutò a  districarsi nelle sterminate e frammentate realtà locali calabresi tra Scilla, Melia, Palmi, Bagnara, Cardeto, Giffone, Mammola, Cinquefrondi, Vibo Marina, Nicastro registrando circa 130 brani. Ma il viaggio continuò dalla Sicilia al Piemonte, dalla Lombardia, all’Abruzzo, dalla Liguria al Salento, dal Friuli al Veneto, alla ricerca dei suoni della musica popolare, ed alla fine i pezzi raccolti furono oltre tremila.

Lomax registrò e conobbe migliaia di cantanti e musicisti che, durante i momenti di festa e di lavoro, tramandavano una tradizione secolare, aggiungendo tarantelle e zampogne a quell’immenso archivio, fatto di anni di ricerca e passione. Il risultato delle ricerche italiane si può ascoltare  in due dischi intitolati “World Library of Folk” and “Primitive Music”.

Se si vuole invece un resoconto completo di quell’incredibile viaggio, allora bisogna leggere “L’anno più felice della mia vita”, edizioni il Saggiatore. Il libro, il cui titolo è tratto da una citazione in ricordo del periodo italiano trascorso da Lomax, contiene una lunga testimonianza della figlia Anna Lomax Wood e una presentazione di Martin Scorsese. Il volume ricostruisce quello straordinario esercizio di conoscenza, sbalordimento e rivelazione che accompagnarono quel viaggio, come conferma la figlia nel ricordo dei tumultuosi momenti vissuti al seguito del padre: «Alan non si stancò mai di ripetere che il paesaggio sonoro che aveva scoperto in Italia era il più ricco, il più sorprendente vario e originale da lui mai incontrato, e fu sempre molto fiero delle sue registrazioni. (…) so che lavorare con gli italiani, a ogni livello, lo aveva divertito molto: gli erano piaciuti l’acume intellettuale, il senso del tragico e del comico, l’ironia e la capacità di superare ogni ostacolo che aveva trovato in tanti amici- cantanti, musicisti, ricercatori come lui.»

Il libro è una splendida testimonianza dell’Italia del dopoguerra, un documento unico che ritrae un paese in cui la musica popolare era una parte fondamentale della vita quotidiana come si evince da oltre duecento fotografie, commentate dalle parole e dalla sensibilità dello stesso Lomax tratte dai suoi saggi, dai taccuini di viaggio e dalle trasmissioni radiofoniche condotte alla BBC.

I paesaggi, i villaggi, i volti e i corpi segnati dalla povertà ma di umile eleganza e fierezza compongono un autentico reportage sull’Italia rurale degli anni Cinquanta, un mondo che solo pochi anni più tardi verrà cancellato dal boom economico, dalle nuove ondate migratorie interne.

Lomax ebbe la fortuna di arrivare un attimo prima che questi cambiamenti snaturassero per sempre l’antica anima rurale di un paese dove, come racconta lui stesso, «le giovani donne non hanno il permesso di uscire con i ragazzi, di danzare con loro, di sedersi con loro in salotto e neanche di parlarci per strada, le ragazze, tutte, cantano durante il lavoro. Tutte le canzoni sono d’amore e le loro voci squillanti, alte, si sentono da lontano, attraverso gli oliveti, e dicono ai ragazzi che passano di lì: siamo qui, stiamo pensando a voi».

Cinquefrondi (Calabria): ballo dei giganti, suonatori e danzatrici di tarantella, accompagnamento dei giganti (1953) – fonte http://www.culturalequity.org/

Il ricercatore avverte l’importanza delle sue scoperte, rimane colpito dalla diversità della musica e dal virtuosismo dei musicisti tanto da paragonare la sua esperienza a quella di un uomo del rinascimento davanti ai tesori sepolti dell’antichità classica. Ai tempi Lomax offrì la sua ricerca alla RAI, proponendo la creazione di piccole radio locali che sul modello americano trasmettessero musica locale, ma l’emittente nazionale rifiutò preferendo investire sul modello sanremese. Successivamente le sue tracce furono usate ampiamente da Pasolini nel suo Decamerone, che però non ne citò la provenienza.

Dell’Italia Lomax scrive ancora nel suo diario di viaggio «La maggior parte degli italiani – non importa chi siano o come vivano – ha una passione per l’estetica – scriveva il ricercatore nel suo diario – Magari hanno soltanto una collina rocciosa e le mani nude per lavorare, ma su quella collina costruiranno una casa o un intero paese le cui linee si armonizzano perfettamente con il contesto. Allo stesso modo una comunità può avere una tradizione limitata soltanto a una o due melodie, ma sa esattamente come debbano essere cantate».

E’ una passione fortissima quella che spinge Lomax a continuare il suo vagabondaggio nonostante numerose disavventure (quasi tutti i taccuini del ricercatore vennero rubati alla fine del viaggio), regalandoci magnifiche suggestioni come le lamentatrici dai capelli bianchi come in un “Mississipi blues” mediterraneo, i mulattieri di Montepertuso, i cantori delle solfatare, i lavoratori delle vigne che cantano “con le bocche macchiate di viola, non di santi ma di belle ragazze”, i pescatori “schiavi di galea vestiti di stracci che si passano la rete di mano in mano” che cantano mentre i tonni finiscono nella mattanza; i fieri contadini di Cinquefrondi e di Mammola suonatori di sincopate tarantelle per “le donne che con felicità ed orgoglio danzano all’aperto”. Come fosse l’ultimo dei romantici pionieri del Grand-tour, Lomax con meticolosa accortezza e con un sistema di classificazione musicale, riprese suoni e sentimenti antichi sul suo Magnecord PT-6 per interi mesi.

Calabria: canto alla tonnara, canto e zampogna, suonatore di ciaramella o pipita (1953) – fonte http://www.culturalequity.org/

Ricordando il suo incontro con Alan il regista italiano, Vittorio De Seta, gli chiese di poter utilizzare una sua registrazione per un film-documentario, che stava girando, sulla pesca del pescespada nello stretto di Messina, [video] e in seguito scrisse: “E ‘stato un tempo mitico. Nessuno di noi sospettava che quel mondo fatto di musica, canzoni, la povertà, la gioia, la disperazione,  la violenza, l’ingiustizia, l’amore, il dialetto e la poesia, formata nel corso dei millenni, sarebbe stato spazzato via in un paio di anni …

E’ grazie anche a De Seta che il lavoro di Lomax compie un ulteriore salto in avanti,  e diventa un autentico saggio antropologico dove vengono messe in risalto le relazioni tra musica, lavoro e cultura: i suoni costituiscono il mezzo che permette l’organizzazione del lavoro, del tempo, delle tecniche e dei comportamenti.

L’espressione sui volti di questi cantori è tesa e dolorosa. Non sembrano cantare, ma gridare e lamentarsi come abbandonati a un’angoscia che dà tormento. Le ciglia sono aggrottate. i muscoli facciali sono tesi all’altezza degli zigomi, il volto e il collo sono arrossati per la tensione, le vene e i muscoli del collo sono in rilievo, come se invece di cantare stessero sollevando dei pesi. Possono intonare i loro accordi solo urlando così: quando chiesi loro di ripetere un verso a bassa voce, l’armonia andò in pezzi e non riuscirono a ricordare la melodia”.

Così si legge nelle annotazioni di Lomax, che evocano immagini suggestive rurali affrescate in quegli anni da Rocco Scotellaro ne “I contadini del Sud”, immagini e suoni di un passato che si era mantenuto inalterato fino a quel momento, quasi mitico, prima che tutto venisse trasformato dal progresso economico omologante e dalle grandi emigrazioni.

maggiori info: The Association for Cultural Equity (ACE) fondata da Alan Lomax

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Art Covers : sinestesia tra musica e immagine

Che connessione esiste tra i suoni e le forme, le illustrazioni e le melodie?

Quante volte abbiamo comprato un disco semplicemente perché attratti dalla sua copertina ?

Dal dopoguerra in poi sino ad oggi, con la ripresa delle vendite del vinile, il rapporto tra la copertina di un disco è stato un elemento chiave nella fruizione della musica da parte del pubblico e ha contribuito a connotare significativamente il suo messaggio. Un rapporto inscindibile tra artisti e musicisti attratti dalla possibilità di ritrovarsi “democraticamente” in milioni di case di tutto il mondo a presentare il loro mood poetico.

Questo è l’universo sinestetico in cui si sono mossi gli autori di “Art Record Covers” recente lavoro di Francesco Spampinato tradotto in diverse lingue per i tipi della Taschen. Il libro è una sontuosa antologia che comprende più di 500 opere d’arte di dischi leggendari dagli anni ’40 ad oggi.

Sfogliando il volume, la musica entra nel nostro sguardo con copertine mitiche firmate da oltre 270 pittori e scenografi che hanno definito il rapporto “eccitante” tra musicisti e le arti visive con una strategia comunicativa che si è mantenuta nel tempo a partire dalle innovazioni introdotte dal graphic designer statunitense Alex Steinweiss.

In questa magnifica galleria portatile che da il via ad una forma di collezionismo a prezzi accessibili troviamo Salvador Dalí per l’album di Jackie Gleason, Lonesome Echo, 1955, The Velvet Underground e Nico con la banana di Andy Warhol, il ‘Sgt. Pepper Lonely Hearts Club ‘dei Beatles – opera di Peter Blake, immagini di Robert Mapplethorpe per Patty Smith, Roy Lichtenstein per i Freeman Studies di Négyesy e Cage, Keith Haring per David Bowie e altre indimenticabili copertine che ci hanno fatto sognare negli anni e che continuano a stupirci…

da destra: Andy Warhol per i Velvet Underground, Storm Thorgerson per i Pink Floyd, Peter Blake per i Beatles, Mati Klarwein per Miles Davis, Keith Haring per David Bowie, Roger Law per Jimi Hendrix, Robert Mapplethorpe per Patty Smith, Roy Lichtenstein per J. Nègesy e J. Cage.

da destra: Basquiat per Rammellzee e K-Rob, Salvador Dalì per Jackie Gleason, George Hardie per i Led Zeppelin, Jeff Koons per Lady Gaga, Jamie Reid per i Sex Pistols, Andy Warhol per i Rolling Stones, Caesar Monti, Wanda Spinello e Marco Damiani per P.F.M., Anton Corbjin per U2.

da destra: Kirk Weddleper i Nirvana, Gerhard Richter per i Sonic Youth, Roberto Masotti per Franco Battiato, Henry Fantin-Latour per New Order, Robert Rauschenberg per Talking Heads, Mario Schifano per “Le stelle di Mario Schifano”, Mick Rock per Lou Reed, Barry Godber per i King Crimson.

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Mi ricordo Predrag Matvejević, Maestro del Mediterraneo.

Il 2 febbraio è scomparso Predrag Matvejević, aveva 84 anni.

Un amico, un maestro che ho ammirato e a cui devo tanto.

Il suo sguardo vispo, la pacatezza della parola accompagnata a profonde riflessioni “geopoetiche” sullo sviluppo equilibrato ed armonico dei Paesi del Mediterraneo, hanno inciso sul nostro tempo ed affascinato studiosi e persone di tutto il mondo.

Ci incontrammo la prima volta nel giugno del 1998 durante un convegno sulle “Città del Mediterraneo” tenutosi all’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Fu un lungo e inatteso incontro, ricco di stimoli e riflessioni per chi come me lottava contro la perdita di identità e legame a territori resi indifferenti da uno sviluppo non sostenibile, alienati da sistemi mafiosi e degrado politico.

La comune passione per il mare con le sue civiltà stratificate nei secoli, la letteratura odeporica, le commistioni artistiche tra le sponde e una profonda voglia di cambiamento di prospettiva sociale e culturale misero le basi per un’amicizia di lunga durata.

Nel tempo ebbi modo di conoscere il pensiero di un raffinato e colto cosmopolita, profondo e “fulmineo” nel narrare le ragioni della possibile convivenza come arricchimento sociale. Integrazione e scambio di conoscenze su cui basare prospettive di lungo periodo, elementi ripercorsi poeticamente nel suo Breviario Mediterraneo, testo di rara potenza evocativa in continuità ideale con quella del grande storico Fernand Braudel.

L’attualità delle sue opere, oltre all’immenso valore letterario è ravvisabile nello scarto tra il Mediterraneo e la modernità, nel conflitto tra immigrazione, appartenenza e realtà, un pericolo su cui Predrag ha più volte tentato di scuotere una politica che nel tempo, visti i recenti drammi europei e mondiali, ha continuato ad alzare muri; una politica incapace di ascolto e attenzione consapevole nel far fronte ai reali fabbisogni delle civiltà e nell’integrazione delle molteplici culture che si affacciano alle sponde mediterranee.

Negli anni a venire ci incontrammo diverse volte nella sua casa romana per osservare vecchie e nuove fotografie di paesi delle varie sponde con le loro tradizioni e architetture. Altre volte, in lunghi caffè, discutevamo spesso di antichi cartografi e portolani, usanze marinare, riti e gastronomie in un dialogo ricco di domande apparentememte curiose come la sua richiesta di capire le diverse modalità di panificare e consacrare il pane nelle regioni del Sud-Italia.

Comprendo adesso quanto di quei discorsi fossero parte integrante delle sue opere, del suo modo di pensarsi europeista in costante tensione verso le tante troppe fratture e divisioni dei Paesi a nord dell’Unione Europea con quelli mediterranei.

Amante della sua Croazia, cittadino italiano onorario, Predrag Matvejević, a seguito dell’accorata proposta di candidatura al Nobel per la letteratura nel 2016 lanciata da Claudio Magris e altre illustri personalità, ci ha lasciato in una triste stanza di un ospedale psichiatrico di Zagabria. Alla fine di ottobre dello scorso anno, avevo sentito la moglie al telefono che, col garbo che la contraddistingue, mi raccontò delle condizioni travagliate di Pedrag e il lungo silenzio mediatico degli ultimi anni. Gli promisi una visita che immaginavo di fare in questi giorni…

Mi dispiace non averlo potuto rivedere, dopo aver navigato per alcuni tratti di vita come compagni di viaggio tra la terraferma e il mare.

Rilanciamo allora il suo pensiero che come un buon vento viene ad indicarci oggi più che mai la direzione per continuare con forza a tracciare le linee di demarcazione su quel portolano geografico e sociale euromediterraneo in continuo mutamento. Ricominciamo nuovamente dai contorni delle coste e dalle vie che li attraversano per meglio conoscere il carattere degli abitanti, rimanendo vigili sui pericoli e le minacce di un mondo non sostenibile, offrendo approdi sicuri ai nuovi arrivati e quindi nuove opportunità di pace e prosperità per tutti noi.

Grazie Predrag, “nostro“ Maestro del Mediterraneo.

David Murolo, 3 febbraio 2017

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Il Museo della Stampa – Centro Studi Stampatori Ebrei di Soncino

Chissà se Piero Manzoni fu interessato dalla Tipografia dei Soncino in via Lanfranco nell’omonima cittadina lombarda, quando da bambino vi trascorreva le vacanze estive con il padre Conte Egisto Manzoni di Chiosca, Valeria Meroni la madre, i suoi fratelli e sorelle. Chissà se pensò solo un attimo alla storia quattrocentesca di quella stamperia, mentre nello studio milanese ascoltando di continuo musica, elaborava i numerosi suoi percorsi creativi. Alcune delle opere lo lasciano intuire ad esempio “Alfabeto” del 1958, o le altre del 1960 “Uovo Scultura n.21” (un vero uovo confezionato in una scatola di legno con impressa ad inchiostro la sua impronta). Inoltre  “Le linee”, realizzate su grandi rotoli di carta con inchiostro tipografico di lunghezze variabili di km.1 o km.7.200 e la più poetica e concettuale “La linea Infinita“. Manzoni nasce a Soncino nel 1933 e vi esordisce artisticamente con una mostra nel 1956 al Castello Sforzesco. La città lo ricorda oggi avendogli dedicato una piccola piazza dove è anche collocata la copia di una sua opera “Base Magica-Scultura Vivente“.

Piero Manzoni e la “Base Magica”

L’artista prematuramente scomparso nel 1963, introdusse l’arte concettuale in Italia come percorso di ricerca autonoma, in un panorama costituito dalle grandi città europee della cultura. Visse la sua Milano del dopoguerra con intelligenza, ironia ed uso sapiente della provocazione artistica, tra i confronti e le strategie poetiche, discusse a lungo prevalentemente al Bar Giamaica. Attualmente una Fondazione cura la sua eredità artistica con grande capacità, mantenendone viva la storia attraverso la tutela delle sue opere.

Oggi a Soncino è possibile visitare negli stessi locali di Via Lanfranco, un bellissimo Museo della Stampa che è anche Centro Studi. Gli ospiti sono introdotti dalla frase di Francesco Bacone che a noi piace molto ” La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende esatto“.

Soncino, Casa degli Stampatori

Nel 1483 Israel Nathan così scriveva al figlio nel colophon del primo libro da lui stampato “tu costruirai l’edificio del mondo, innalzerai la sapienza e produrrai libri mediante la stampa ; in questo vi sono due utilità somme: l’una è che prestissimo se ne produrranno molti, fin tanto che la terra sarà colma di sapere, l’altra è che il loro prezzo non arriverà a quello dei libri scritti con la penna o con lo stilo e chi non avrà sostanze sufficienti per acquisti costosi li comprerà a vil prezzo e al posto dell’oro darà l’argento“.
La storia della stampa si intreccia in tal modo con il borgo di Soncino e con le vicende di una famiglia di ebrei provenienti da Spira (Speier) città tedesca situata vicino a Magonza.
A causa delle numerose persecuzioni anti ebraiche, la famiglia del medico Israel Nathan fu costretta ad allontanarsi dalla Germania per luoghi più ospitali, giunse a Soncino, ove con il benestare dei Duchi di Milano, si insedio nel 1441.
Proprio in quegli anni il borgo viveva il suo rinascimento con un notevole sviluppo di iniziative artigianali, culturali e commerciali, tra le altre la famiglia Nathan intraprese l’attività di stampatori. Il medico ebbe l’idea di applicare la recente tecnica della stampa a caratteri mobili alla sua lingua e quindi di impiantare una tipografia, il figlio Giosuè stampò a Soncino 25 edizioni portando l’arte della stampa ad un alto livello qualitativo.

Museo della Stampa di Soncino, sale interne

Nel 1488 fu stampata nella tipografia dei “Soncino” unici stampatori ebrei in attività in Italia dall’ultimo decennio del 400 al primo quarto del 500, la prima Bibbia completa di vocaboli in ebraico. I Soncino soggiornarono quindi a Venezia ed ebbero rapporti con Aldo Manunzio, seguendolo nel suo successivo spostamento a Fano ove inaugurarono un nuovo corso editoriale con pubblicazioni non più solo in ebraico, ma anche in latino ed in volgare. L’attività della famiglia continuò a Salonicco ed a Costantinopoli, quindi in Turchia ed in Egitto, firmando le edizioni con il loro nome. Il rinascimento, come sappiamo, portò l’editoria nel mondo di allora, il mediterraneo cullerà la diffusione della conoscenza attraverso la stampa, tutto nacque in un piccolo borgo lombardo, per responsabilità delle persecuzioni anti ebraiche.

A sinistra: Yitzhaq ben Shlomoh ibn Sahula, Sefer Meshal ha-qadmoni, s.l. [Fano o Pesaro], Gershom Soncino, s.d. (inizio XVI secolo). BNUTO, Hebr.VII.74. Marca tipografica. L’edizione si attribuisce a Soncino grazie alla marca tipografica.
A destra: Marca tipografica usata da Gershom Soncino a Rimini, Salonicco e Costantinopoli nel 1522 – 1523. nella scitta ebraica disposta ai lati si legge: “Il nome del Signore è una torre saldissima: il giusto vi si rifugia ed è al sicuro”.