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Cantine Aperte 2017: 25 anni di enopassione!

Sabato 27 e domenica 28 maggio 2017 dalle Alpi all’Etna, oltre 800 cantine aderenti in tutta Italia festeggeranno i 25 anni di Cantine Aperte con degustazioni,  visite in vigna e numerose manifestazioni artistiche e culturali.

Dal 1993 le cantine socie del Movimento Turismo del Vino aprono le loro porte al pubblico nell’ultima domenica di maggio favorendo un contatto diretto con gli appassionati di vino. Diventato nel tempo una filosofia, uno stile di viaggio e di scoperta dei territori del vino italiano, Cantine Aperte accoglie sempre più turisti, curiosi ed eno-appassionati desiderosi di fare un’esperienza piena di gusto.

Oltre alla possibilità di assaggiare i vini e di acquistarli direttamente in azienda, è possibile entrare nelle cantine per scoprire i segreti della vinificazione e dell’affinamento. I maggiori protagonisti di Cantine Aperte in tutto il Paese sono giovani, comitive e coppie che contribuiscono ad animare le innumerevoli iniziative di cultura gastronomica ed artistica che fioriscono attorno all’evento nate su iniziativa degli stessi vignaioli e di molti enti di promozione turistica territoriale.

Per maggiori info sui singoli eventi in ogni regione consultare il Programma2017

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Gusti locali, mercati globali – Presentato a Slow Fish 2017 il nuovo report di WWF

Il Mediterraneo, dal punto di vista ambientale, rappresenta un caso unico: copre appena l’1% delle acque mondiali ma è in cima alla lista mondiale per la ricchezza della sua biodiversità. Per questo, oltre a sostenere un nuovo approccio balneare e turistico, è fondamentale capire come mantenere sani i suoi diversi ecosistemi dalle costanti minacce inquinanti e da un eccessivo sfruttamento.

I prodotti ittici costituiscono la fonte di proteine per 3 miliardi di persone e il reddito di 800 milioni di persone si fonda sulla pesca e sull’industria ittica.

Nel 2014 nei paesi europei sono stati spesi 34,57 miliardi per acquistare prodotti ittici. In totale nei paesi europei si consumano 7,5 milioni di tonnellate di pesce all’anno (33,4 chili pro capite contro i 19,2 chili consumati in media a livello globale). Di questi, 2,75 milioni di tonnellate sono pescati localmente, i restanti 5 milioni sono prodotti di importazione.

Queste cifre introducono al nuovo report di WWF, Gusti locali, mercati globali – Le risorse ittiche e il Mediterraneo, presentato nell’edizione Slow Fish 2017 nella conferenza Da dove viene il pesce che metti in tavola?

Il report fa il punto sui consumi europei e in modo chiaro mira a mostrare da dove viene il pesce che mettiamo in tavola e come possiamo fare per migliorare una situazione che sotto molti punti di vista non è certamente rosea.

Un tempo «il Mediterraneo possedeva una quantità di stock ittici superiore alle necessità, che supportava intere comunità e forniva un elemento chiave della salutare dieta mediterranea. Dal polpo al tonno rosso, dai gamberi di acque profonde al pesce spada, tutto il pescato proveniva dal mare antistante». Oggi, invece, il pescato che finisce sulle tavole europee è importato, e per la maggior parte proviene dai paesi in via di sviluppo. Ovviamente la situazione varia da specie a specie e se per le sardine e le acciughe ci affidiamo a pesce interamente pescato localmente, nel caso di tonni e pesci spada il pescato locale costituisce appena il 25% e in quello dei cefalopodi i prodotti di importazione costituiscono addirittura l’82%.

Inoltre, nel Mediterraneo il 93% degli stock ittici sono minacciati dalla pesca eccessiva, il che significa che «se le attuali pratiche di pesca e di mercato non verranno modificate, le popolazioni ittiche non riusciranno a riprendersi e collasseranno».

L’analisi del report, però, non si focalizza solo sui numeri, ma anche sul potere dei consumatori che, attraverso le loro scelte, possono contribuire a invertire la rotta. Quel che si muove nel piatto, insomma, ma non è questione di pura e semplice gastronomia, scegliere quale pesce metterete nel piatto diviene quindi un atto politico!

Se negli anni Sessanta erano almeno una quarantina le specie ittiche presenti sulla tavola degli italiani, oggi il grosso dei consumi viene coperto da non più di dieci prodotti fatto che indica anche l’abbandono delle tradizioni culinarie ittiche. Il problema è complesso, ma le azioni da intraprendere sono tutte relativamente semplici.

L’Unione Europea, attraverso i Programmi Comunitari di Strategia Marina sta tentando un piano integrato di interventi per la salvaguardia del buono stato ambientale delle acque, il miglioramento e il restauro degli ecosistemi, integrandoli a modelli produttivi sostenibili e di nuova creazione di occupazione nella filiera economica ittica.

La base di tutto è la consapevolezza: informarsi sull’origine del pesce che si acquista; privilegiare il pescato locale; qualora si acquistino dei prodotti industriali affidarsi a quelli provvisti di certificazione; rispettare le taglie minime; scegliere animali a ciclo vitale breve e, ovviamente, alzare il livello di biodiversità dei nostri piatti riprendendo la tradizione culinaria mediterranea dal sapore più BUONO, più FRESCO e TIPICO.

Non è difficile ed è anche piacevole!

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Senigallia: Osservare Stenopeico 2017

La significativa esperienza dei fotografi stenopeici senigalliesi del 2016 intitolata Memorie di Luce svoltasi in Cadore grazie al supporto della Magnifica Comunità con i comuni di Zoppè, San Vito, Santo Stefano, viene riproposta a Senigallia dal 17 Maggio al 24 Giugno 2017 con un nuovo e ricco programma tematico rinsaldando così la collaborazione e i legami d’amicizia con la comunità cadorina.

Si inizia con la mostra di Marco Mandolini e Maurizio Pasquini alla Biblioteca Antonelliana dal 17 al 24 maggio. Il 20 maggio iniziano i workshop al foro annonario, parteciperanno esponenti del gruppo F7 e di Only Polaroid tra cui  Fabio Corinaldesi. Sabato 20 maggio alle ore 18,00 alla presenza delle autorità cittadine e del Cadore, si inaugureranno le mostre Osservare Stenopeico al piano nobile della Rocca Roveresca curate dal Musinf, Paolo Simonetti, Alberto Polonara, Massimo Marchini, Stefano Schiavoni.

Il 21 maggio in Piazza Garibaldi, nel loggiato dell’antica Filanda si effettueranno workshop sulle antiche tecniche di stampa, con scenografie allestite da Massimo Marchini e Pietro Del Bianco. Parteciperanno modelli in costumi ottocenteschi curati da “Estetica dell’Effimero“.

Dal 24 Maggio 30 maggio alla Biblioteca Antonelliana espone il gruppo Only Polaroid. Sempre alla biblioteca dal 31 maggio al 7 Giugno, esporranno Patrizia Lo Conte e Alfonso Napolitano.

PER INFORMAZIONI DETTAGLIATE:

PROGRAMMA 2017

WORKSHOP ANTICHE TECNICHE

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Percorsi artistici tra Cadore e Friuli

La Magnifica Comunità di Cadore e la Società Filologica Friulana rinnovano la loro collaborazione – rafforzatasi nel 2009 con il congresso sociale che il sodalizio friulano tenne a Pieve – proponendo un convegno che rientra nell’ambito della Settimana della cultura cadorina e della concomitante Settimana della cultura friulana. Sabato 13 maggio 2017 alle ore 14.30 presso la Sala polifunzionale “G. Fioretto” di Laggio (Vigo di Cadore) si terrà il convegno di studi Percorsi artistici tra Cadore e Friuli.

Interverranno Raffaella Cargnelutti (“L’opera imperfetta” e “La lunga notte”. La vita e le opere di Gianfrancesco da Tolmezzo e di Giovanni Antonio de’ Sacchis detto Pordenone), Giorgio Reolon (Appunti sul pittore Osvaldo Gortanutti e la sua attività in Cadore), Luciana Simonetti (Dalla materia all’illusione: come nasce una scultura lignea. Alcune riflessioni e qualche esempio di sculture “viste da vicino”), Letizia Lonzi (Francesco Carbogno e la scultura in Cadore nel secondo Settecento), Imelda Cargnello (La casa nelle vallate della Carnia) e Emanuele D’Andrea (Cadore e Friuli la fotografia tra Ottocento e Novecento: i fotografi itineranti).

Queste giornate di approfondimento culturale vogliono indagare sulle storiche relazioni tra il Cadore e il Friuli e sono delle autentiche opportunità di dialogo e di crescita” commenta il Presidente della Magnifica Comunità di Cadore Prof. Renzo Bortolot. “Negli anni abbiamo realizzato, in collaborazione con la Filologica Friulana, delle attività di ricerca indirizzate alla tradizione, alla storia e alla attualità della gestione museale. Quest’anno abbiamo voluto concentrarci sull’arte, e sulle relazioni costanti nel corso dei secoli che hanno prodotto inestimabili opere oggi conservate nelle varie chiese e in altri luoghi delle due regioni”.

Per la Società Filologica questa è la quarta edizione della “Setemane de culture furlane”, “un’esperienza resa possibile – commenta il Presidente della Società Filologica Federico Vicariograzie all’entusiastica adesione e partecipazione di amici e associazioni, come la Magnifica Comunità, che si impegnano con passione per far maturare una nuova dimensione culturale».

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La cultura millenaria dei vini in Istria e nel Quarnero

L’Istria, per chi ha un animo romantico, è fatta a forma di cuore ma a ben guardarla sulla cartina geografica somiglia tanto ad un grappolo appeso in cima all’Adriatico! La penisola istriana ha infatti una lunga tradizione e sapienza del vino le cui qualità erano già decantate dagli antichi romani che lo commerciavano sin nell’area danubiana. Ancora oggi il panorama della regione, soprattutto tra le strade del vino di Umag, Buje, Poreč, Pula e Rovinj si presenta ricco di vetusti e ritorti filari che danno vita a vini di qualità garantita e certificata: la Malvasia Istriana (Malvazija Istarska) prevalentemente a bacca bianca e Terrano (o Teran) dall’intenso e profondo color rubino.

Panorama di vitigni istriani con ai lati uve Malvasia e Terrano – (photo by Turistička zajednica Istarske županije)

Grazie ai commerci avviati dalla Serenissima a metà del XII sec., la Malvasia, originaria della città Monemvasia nel Peloponneso, si diffuse ben presto nei territori ionici e adriatici trovando particolare adattamento in Istria e soprattutto nell’area di Buje. Qui la particolare terra rossa, rocciosa e baciata dal sole, da vita ad un vino secco dal colore giallo paglierino dai riflessi dorati con contenuto alcolico medio-alto (dal 11,5 al 13,5% vol.), dall’aroma delicatamente fresco, un po’ sapido e spiccatamente minerale. Adatto ad accompagnare piatti a base di pesce e crostacei, la Malvasia Istriana si presenta dal gusto pieno e intenso grazie ad un corpo ben strutturato con persistenti note di mela, prugna, albicocca e fiori d’acacia, caratteristiche sempre più premiate a livello mondiale grazie al lavoro di ottime cantine che sanno ben coniugare tradizione e innovazione.

Re dei vini rossi della regione croata è il Terrano, un grande e robusto vino, il cui colore varia dal color rosso rubino al rosso sangue con tracce violacee cos’ persistenti e corpose tali da “macchiare” il bicchiere. Piantato sulla maggioranza dei vigneti locali, il Terrano è un vino asciutto, dai tannini ruspanti e dall’acidità gradevole, con gradazione alcolica tra gli 11-12,5 gradi. Grazie ad un bouquet ampio e speziato con tracce di mora, lampone, frutta matura e note di cuoio e cannella, questo rosso istriano tipico e grintoso ben si presta per primi robusti e piatti a base di cacciagione e tartufi.

Vitigni a Buje e zona di coltivazione di uve malvasia – (photo by Grad Buje – www.buje.hr)

Altra eccellente produzione enologica miracolosamente recuperata negli ultimi anni dagli abili contadini e viticoltori istriani è rappresentata dai moscati autoctoni di Momiano (Muškat Momjanski) e il raro Moscato Rosso di Poreč (Muškat ruža), luogo in cui nel 1882 fu fondata la prima cantina moderna istriana.

L’aria dolce e frizzante dovuta dall’incontro tra mare e colline intorno a Momjan danno vita a una prelibata varietà di uva aromatica da cui viene il moscato bianco e autoctono. Vino amabile, semidolce sui 12 gradi di vol. alcolico, dal colore dorato, dal gusto floreale raffinato con accenti di pesca bianca, garofano selvatico e salvia, buono da dessert ma abbinabile anche a formaggi a tartufi istriani, pecorini locali o gamberoni e scampi leggermente cotti.

Raro, per la difficoltà di coltivazione e impollinazione del suo solo fiore femmina, è il monovitigno che da vita al Moscato Rosso di Poreč (Muškat ruža). Dal particolare color rosso ciliegia, questo moscato sui 16 gradi di gradazione alcolica dal sapore dolce, gradevole e armonico, si distingue per il pregiato corredo aromatico ricco di profumi di frutti di bosco, ciliegie e ribes.

Momjan e il moscato autoctono –  (photo by Turistička zajednica Istarske županije)

Parlando di produzioni locali vitivinicole istriane citiamo inoltre alcune piccole eccellenze e curiosità come la Mistela di Buie un vino dolce, da dessert, che si produce dal mosto del moscato e uve fresche che viene delicatamente mescolato più volte con dei particolari movimenti e portato a vino grazie ad una ricetta segreta tramandata da generazione in generazione.

Una delle esperienze da non perdere in Istria nelle fredde serate invernali è sicuramente la Supa istriana, una specialità con vino Terrano caldo, arricchito con olio di oliva, zucchero, sale, pepe e una fetta di pane tostato che si consuma nella tradizionale bukaleta.

La grappa istriana (trapa) ” da bere fredda e offerta come segno di benvenuto in casa, si caratterizza per alcune versioni di alta qualità distillate spesso artigianalmente con foglie e frutti di vischio, con il miele fatto in casa, erbe, ciliegie, fichi, prugne.

Prodotti e gastronomia tipica istriana – (photo by Turistička zajednica Istarske županije)

Spostandoci nell’area del Quarnero che abbonda di tanti vini locali come il trojšćina, jarbola, suščan crni, approdiamo nella grande isola di Krk (Veglia) in cui nelle vigne della piana Vrbničko polje e in quelle attorno alla cittadina di Vrbnik (Verbenico – cittadina nota anche per la sua antica lingua glagolitica), si produce un’uva bianca autoctona eccezionale ed esportata in tutto il mondo: la Žlahtina (Vrbnička žlahtina). Ideale come vino estivo, con i suoi aromi freschi agli agrumi, mele verdi, pera e albicocca, erba cipollina, la Žlahtina si presenta con un corpo leggero che supera raramente il 12 % vol., minerale e salmastro in bocca, con un finale lievemente piccante al sapore di pepe bianco.

Vrbnik e la Žlahtina –  (photo by TZ Kvarnera)

Un invito quindi a percorrere le strade millenarie del vino dell’alto adriatico croato, tuffandosi nel cuore verde-azzurro dell’Istria e del Quarnero per gustare genuini ed eccezionali prodotti enogastronomici ancora tutti da riscoprire.

Link, libri e manifestazioni sul vino in Istria e Quarnero:

Strade del Vino in Istria

Il vino nel Quarnero

Vinistra

Tour della Malvasia Istriana

Libro: Vini di Croazia

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Barche e tradizioni marinare in Croazia

Le popolazioni costiere dell’Adriatico hanno prodotto nei secoli una straordinaria cultura e per tanti versi unica per quanto riguarda le attività artigianali e le costruzioni navali. Dopo molti anni di profondo oblio da qualche tempo, grazie ai programmi di cooperazione europea ed enti culturali internazionali, la ricerca delle tradizioni marinare e della navigazione conosce un rinnovato interesse volto al recupero, salvaguardia e valorizzazione consapevole di un patrimonio su cui si è sviluppata la civiltà mediterranea.

Tra molteplici esempi di valorizzazione e alcune affermate realtà museali marinare come Cesenatico e San Benedetto del Tronto, in Croazia si è scelta la strada del recupero e della promozione rivitalizzando le tradizioni marinare e le antiche tecniche navali.

In questa prospettiva nel 2016 l’UNESCO [link] ha inserito nel registro delle buone pratiche di salvaguardia il progetto dell’Ecomuseo dedicato alla Batana, la barca tradizionale di Rovigno.

Batana in navigazione con Rovigno sullo sfondo (photo by Ecomuseo della Batana)

La batana è una barca da pesca in legno a fondo piatto lunga da 4 a 8,5 metri che veniva usata a remi e vela per la pesca in acque poco profonde. Simile a una gondola veneziana, allo scafo della Neretva o komiška Šandula. Il suo nome deriverebbe dal verbo battere, a causa dei suoni prodotti dal fondo piatto della barca sulla superficie dell’acqua e le dimensioni variano in quanto venivano costruite con materiali locali nel piano terra delle case ed era proprio la lunghezza del locale a determinare le dimensioni della barca.

Ecomuseo della Batana di Rovigno

Nel porto di Rovigno è possibile ancora oggi ammirare alcune batane usate occasionalmente dai pescatori la cui a vela principale dalla forma rettangolare di cotone trattato e dipinta in giallo, rosso o verde, con simboli geometrici, identifica il proprietario e la famiglia.

Spostandoci a Fiume e nel Quarnaro troviamo un’interessante iniziativa denominata “Mala barka” nata da un progetto europeo di cooperazione rivolto al patrimonio marittimo dell’Alto Adriatico. Il progetto sviluppato tra Slovenia e Croazia permette di conoscere e apprezzare la ricca eredità marittima del Quarnaro grazie a iniziative culturali, gastronomiche, festival e regate che si svolgeranno nei porti della regione.

Esposizione barche tradizionali a Fiume (photo by Turističkoj zajednici Kvarnera)

Tra molteplici attività che hanno permesso inoltre di costruire delle piccole barche tradizionali in legno (da cui il nome del progetto) che permettono di veleggiare nel porto di Mošćenička Draga, una visita merita il Museo storico e marittimo del Litorale croato di Fiume e le varie cittadine pescherecce nei dintorni pronte a deliziarvi il palato grazie a konobe e ristoranti di ottima qualità.

Del 1953 è invece la più antica regata d’Europa costituita da 74 barche da pesca tradizionali che partendo da Vis percorse 40 miglia a sudovest per giungere fino a Palagruža. Essendo le acque di quest’ultima isola un luogo prediletto per la pesca la regata annuale che si svolse fino al 1936 assicurava ai primi arrivati la possibilità di godere dei posti migliori durante la stagione estiva. Nella tradizione marinara dalmata l’isola di Vis e il piccolo villaggio di Komiža custodiscono sin da tempi remoti l’essenza preziosa di quella devozione e passione per la navigazione e la pesca che caratterizza da secoli l’Adriatico e il Mediterraneo.

Spingendosi per pescare verso il mare aperto e le isole all’estremità dell’arcipelago, gli abitanti di Vis hanno quindi costruito e sviluppato una barca adatta alle loro esigenze: la Gajeta Falkuša (Gaeta falcata), barca un tempo comune soprattutto nella Dalmazia centro-meridionale e nel Golfo di Gaeta da cui deriverebbe il nome. La barca di Vis dalla particolare falchetta staccabile, costruita esclusivamente col legno di cipresso proveniente dall’isola di Svetac, presenta le dimensioni di 9 metri di lunghezza e 2,90 metri in larghezza con l’albero che corrisponde alla sua lunghezza.

a sx la Gajeta falkuša in navigazione; a sx Komiza con le barche tradizionali tirate a secco e la tecnica di costruzione e navigazione a bordo (photo by http://gajetafalkusa.com)

Questa tecnica costruttiva con poppa e prua dritte e col medesimo disegno, in modo da offrire la minima resistenza possibile all’acqua, permetteva l’apertura del baglio massimo, differenziandola così dalle altre imbarcazioni tradizionali adriatiche. A bordo la Falkuša che ha navigato attivamente fino alla metà del XX secolo, aveva degli attrezzi sempre presenti in navigazione quali bussola e lanterne, botti di legno per salare il pesce, vasi per vino ed acqua, reti e ceste. Dopo l’affondamento dell’ultimo esemplare di Gaeta falcata – di nome Cicibela – nella notte fra il 25 e 26 agosto 1986 un gruppo di komizani il 17 agosto del 1995 costruirono una nuova barca secondo i dettami tradizionali battezzandola col nome di Komiza-Lisbon e varata il giorno di San Nicola del 1997. Una seconda Gaeta falcata (Mikula) fu varata nel 2005 e oggi finalmente ci si appresta a riprodurne altre sia per scopi turistici che per riprendere la tradizione della storica regata pelagica [link].

Altra regata storica è legata alla secolare tradizione marinara e navale di Murter in cui la vela latina è la principale caratteristica. Il giorno di San Michele, protettore dell’Isola, liuti, gaete e caicchi (gajeta, leut, batana), a vele spiegate seguono il tragitto utilizzato dai vecchi abitanti di Murter che navigavano per raggiungere oltremare i loro terreni di uliveti e vigneti alle Kornati rievocando così antichi legami tra terra e mare.

La tradizionale regata Latinsko Idro è, naturalmente, seguita da vari eventi come i workshop sulle abilità marittime, lezioni, mostre e la tradizionale merenda di sardine fritte.

Regata Latinsko Idro; (photo by Muzej betinske drvene brodogradnje, Murter)

Le barche tradizionali sono collocate a Betina località croata situata sull’isola di Murter, in cui è possibile visitare il bel Museo dedicato all’arte della costruzione delle Betina Gajetas.

Tecnica costruttiva della Betina Gajetas

Le storiche imbarcazioni di origine medievale con vela latina sono oggi patrimonio culturale della Repubblica di Croazia in quanto nel tempo hanno profondamente influenzato lo sviluppo urbano culturale e sociale dell’isola e del piccolo borgo marinaro sin dal 1740, anno in cui nacquero i primi cantieri navali con la costruzione di moli, negozi e magazzini.

Museo della Gajeta di Betina, Isola di Murter; (photo by Muzej betinske drvene brodogradnje)

Infine a sancire il profondo legame degli abitanti dalmati col mare è interessante sapere che davanti alla costa sud-ovest della città di Hvar, si trovano le Isole Spalmadori (in croato Pakleni Otoci) la cui etimologia significa “isole della pece“, (paklina significa appunto “pece”, “pegola”). Infatti su queste magnifiche isolette in cui pascolavano greggi e si raccoglieva il sale, in passato in uno squero situato nella baia di Palmižana il catrame veniva spalmato sul fasciame delle barche per calafatarle dopo aver inserito stoppa incatramata nelle fessure fra le tavole di legno.

Antica calafatura e Pakleni Otoci