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Gusti locali, mercati globali – Presentato a Slow Fish 2017 il nuovo report di WWF

Il Mediterraneo, dal punto di vista ambientale, rappresenta un caso unico: copre appena l’1% delle acque mondiali ma è in cima alla lista mondiale per la ricchezza della sua biodiversità. Per questo, oltre a sostenere un nuovo approccio balneare e turistico, è fondamentale capire come mantenere sani i suoi diversi ecosistemi dalle costanti minacce inquinanti e da un eccessivo sfruttamento.

I prodotti ittici costituiscono la fonte di proteine per 3 miliardi di persone e il reddito di 800 milioni di persone si fonda sulla pesca e sull’industria ittica.

Nel 2014 nei paesi europei sono stati spesi 34,57 miliardi per acquistare prodotti ittici. In totale nei paesi europei si consumano 7,5 milioni di tonnellate di pesce all’anno (33,4 chili pro capite contro i 19,2 chili consumati in media a livello globale). Di questi, 2,75 milioni di tonnellate sono pescati localmente, i restanti 5 milioni sono prodotti di importazione.

Queste cifre introducono al nuovo report di WWF, Gusti locali, mercati globali – Le risorse ittiche e il Mediterraneo, presentato nell’edizione Slow Fish 2017 nella conferenza Da dove viene il pesce che metti in tavola?

Il report fa il punto sui consumi europei e in modo chiaro mira a mostrare da dove viene il pesce che mettiamo in tavola e come possiamo fare per migliorare una situazione che sotto molti punti di vista non è certamente rosea.

Un tempo «il Mediterraneo possedeva una quantità di stock ittici superiore alle necessità, che supportava intere comunità e forniva un elemento chiave della salutare dieta mediterranea. Dal polpo al tonno rosso, dai gamberi di acque profonde al pesce spada, tutto il pescato proveniva dal mare antistante». Oggi, invece, il pescato che finisce sulle tavole europee è importato, e per la maggior parte proviene dai paesi in via di sviluppo. Ovviamente la situazione varia da specie a specie e se per le sardine e le acciughe ci affidiamo a pesce interamente pescato localmente, nel caso di tonni e pesci spada il pescato locale costituisce appena il 25% e in quello dei cefalopodi i prodotti di importazione costituiscono addirittura l’82%.

Inoltre, nel Mediterraneo il 93% degli stock ittici sono minacciati dalla pesca eccessiva, il che significa che «se le attuali pratiche di pesca e di mercato non verranno modificate, le popolazioni ittiche non riusciranno a riprendersi e collasseranno».

L’analisi del report, però, non si focalizza solo sui numeri, ma anche sul potere dei consumatori che, attraverso le loro scelte, possono contribuire a invertire la rotta. Quel che si muove nel piatto, insomma, ma non è questione di pura e semplice gastronomia, scegliere quale pesce metterete nel piatto diviene quindi un atto politico!

Se negli anni Sessanta erano almeno una quarantina le specie ittiche presenti sulla tavola degli italiani, oggi il grosso dei consumi viene coperto da non più di dieci prodotti fatto che indica anche l’abbandono delle tradizioni culinarie ittiche. Il problema è complesso, ma le azioni da intraprendere sono tutte relativamente semplici.

L’Unione Europea, attraverso i Programmi Comunitari di Strategia Marina sta tentando un piano integrato di interventi per la salvaguardia del buono stato ambientale delle acque, il miglioramento e il restauro degli ecosistemi, integrandoli a modelli produttivi sostenibili e di nuova creazione di occupazione nella filiera economica ittica.

La base di tutto è la consapevolezza: informarsi sull’origine del pesce che si acquista; privilegiare il pescato locale; qualora si acquistino dei prodotti industriali affidarsi a quelli provvisti di certificazione; rispettare le taglie minime; scegliere animali a ciclo vitale breve e, ovviamente, alzare il livello di biodiversità dei nostri piatti riprendendo la tradizione culinaria mediterranea dal sapore più BUONO, più FRESCO e TIPICO.

Non è difficile ed è anche piacevole!

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L’avventurosa storia della cinematografia subacquea

Lo sguardo romantico dei pittori e memorialisti del Grand Tour intenti a mostrare immagini di popoli, luoghi, atmosfere e scoperte scientifiche da vita a partire da metà Ottocento ad un’economia culturale ed editoriale di massa in cui si sperimentano nuovi linguaggi artistici e modalità di riproduzione visiva per appagare la curiosità del pubblico e dei fautori di quella che sarà la rivoluzione industriale e tecnologica.

A marcare il rapporto tra le magnifiche incisioni e interpretazioni pittoriche entra ben presto in gioco l’uso della fotografia il cui principio di realtà influenza man mano l’arte, la scienza e entusiasma la società a partire dai ritratti e carte de visite.

Prima fotografia subacquea / William Thompson, 1856

La voglia di sperimentazione fotografica in applicazioni scientifiche e di reportage si fa ben presto strada e molti naturalisti come Darwin inizieranno ad usarla per catalogare la realtà. Tra questi vi era William Thompson a cui si deve la prima immagine subacquea della storia scattata a Weymouth Bay sul Canale della Manica. L’intento del naturalista era quello di capire quale impatto avesse la grande forza delle onde marine che si infrangevano sui moli del ponte della cittadina in modo da poter eseguire dei lavori di rinforzo adeguati. Per risolvere il problema si ingegnò realizzando uno scafandro in legno a tenuta stagna e vetro su una facciata che conteneva la fotocamera. Successivamente realizzò un sistema con treppiede e corde per immergere sino a 5 metri e mezzo la fotocamera e azionare l’otturatore dalla barca ancorata al fondo. Così dopo diversi tentativi per gestire in modo ottimale l’esposizione a lastre di vetro, nel 1856 ottenne la prima immagine che entrerà di diritto nella storia della fotografia subacquea.

A distanza di diversi anni nel 1893 il biologo marino Louis Boutan immergendosi con apposito scafandro a bolla per la respirazione costruì un prototipo di macchina fotografica anfibia (una Detektiv) realizzando un modello di fotocamera subacquea con flash a magnesio. La serie di scatti a Banyuls-sur-Mer e i successivi gli daranno fama e notorietà tanto che nel 1900 pubblica presso l’editore Sleicher  di Parigi il volume “La Photographie sous marine et les progrès de la photographie” aprendo la strada e l’interesse della collettività verso il genere fotografico subacqueo.

La photographie sous-marine et les progrès de la photographie / Louis Boutan

In quegli anni a partire dalla fotografia in movimento esordisce il Cinema che sin dalle sue primissime sequenze incontra il mondo sottomarino seppur in forma di ricostruzione e non ancora con riprese documentaristiche. Tra questi primi film segnaliamo l’incanto narrativo di un pioniere del cinema come Georges Méliès che in Visite sous-marine du Maine (1898), Le Royaume des fées (1903) e La Sirène (The Mermaid) (1904), Vingt mille lieues sous les mers (del 1907 seppur nel 1905 era già uscito negli Stati Uniti un 20,000 Leagues Under the Sea di Wallace McCutcheon), condensa vicende miti e favole del mondo marino  immettendole nell’immaginario collettivo del ‘900.

Trascorsi molti anni tra innumerevoli film e documentari prodotti tra le due guerre mondiali sulle coste siciliane un operatore cinematografico di operazioni belliche alla caduta del fascismo, trovandosi attrezzature subacquee in dotazione alla marina militare italiana pensò “di filmare le meraviglie che si celavano sotto la superficie del mare, ma ciò sarebbe stato possibile solo inventando uno strumento capace di proteggere sott’acqua la macchina da presa”. L’operatore era il Principe Francesco Alliata di Villafranca regista, produttore cinematografico e impresario illuminato alla cui intuizione si deve il primo documentario subacqueo della storia del cinema.

Per filmare quelle meraviglie individuate sotto la superficie marina delle Isole Eolie, il Principe pensò di chiamare Quintino di Napoli, Pietro Moncada e Renzo Avanzo amici appassionati all’impresa a cui si sarebbe aggiunto per un breve periodo anche Fosco Maraini.

Francesco Alliata e Quintino di Napoli fotografati da Fosco Maraini

Col loro aiuto e dopo molti tentativi, riuscirono a costruire una custodia stagna in ottone per la Arriflex 35mm e, sotto gli auspici di Roberto Rossellini dopo 45 giorni di riprese estive pari a 3.000 metri di pellicola, realizzarono “Cacciatori Sottomarini” (1946) documentario che rappresentava le prime emozionanti immagini girate nel mondo sommerso e svelava al mondo la magia delle Eolie autentiche. Il film ottenne un grande successo al Festival di Cannes del 1947 tanto da indurre il gruppo a fondare la casa di produzione Panaria Film.

La passione per il mare e per il cinema spinge i quattro a realizzare i primi documentari subacquei risolvendo in modo audace problematiche tecniche legate all’immersione con prototipi e apparecchiature appositamente realizzate. Tra queste citiamo la coraggiosa ripresa subacquea di Alliata dentro la “camera della morte” in  “Tonnara” (1947) su cui sono montati canti e suoni della tradizione registrati dal vivo, l’iposcopio che nel documentario  “Tra Scilla e Cariddi (1948) permise le riprese sottomarine nell’inseguire il pescespada dalla feluca, i pesi di piombo per la stabilizzazione, tubi ed erogatori per la respirazione, etc etc. Alliata e amici sperimenteranno per anni soluzioni diverse osservando anche quelle altrui come nel caso di Jacques-Yves Cousteau intento dal 1943 a realizzare primo tipo di equipaggiamento per lo Scuba diving e l’Aqua-lung, percorso che porterà alla prima messa a punto della Calypso-Phot (1957) la prima fotocamera subacquea standard che sarà poi prodotta in larga scala da Nikon col nome di Nikonos. Cousteau girerà nel 1956 “Il mondo del silenzio, vincendo nello stesso anno il primo premio al Festival di Cannes ed il Premio Oscar nella categoria documentari.

Nel corso di un decennio, fondamentale anche per l’opera di un altro maestro documentarista come Vittorio de Seta, la Panaria produsse altri magnifici documentari (Isole di Cenere e Bianche Eolie) fondamentali per il recupero delle tradizioni e per l’aspetto antropologico legato ad un mondo di suoni e di immagini oggi dissolto rimanendo per lungo tempo i soli capaci di penetrare il mare con  macchine da presa e attrezzature appositamente create. I quattro amici oltre a produrre film di valore come La Carrozza d’oro di Jean Renoir e Vulcano di William Dieterle (entrambi con Anna Magnani), furono anche i primi al mondo a fare le prime riprese subacquee in technicolor e a schermo panoramico con “Sesto continente” (1954), diretto da Folco Quilici ancora studente del Centro Sperimentale di Cinematografia, il quale inizierà negli anni successivi una grande operazione di divulgazione mediale legata a tematiche marine. La pionieristica avventura cinematografica subacquea era ormai matura per continuare a esplorare il mondo sommerso e ancora oggi affascinare milioni di spettatori.

Per un ulteriore approfondimento:

  • Il Mediterraneo era il mio regno: Memorie di un aristocratico siciliano” di Francesco Alliata, Neri Pozza Editore, 2015
  • “Le Eolie della Panaria Film 1946-1949” 2 vol. – a cura di Rita Cedrini, Edizioni del Centro Studi e Ricerche di Storia e Problemi Eoliani, 2002 Lipari
  • “La Sicilia tra Schermo e Storia” – a cura di Sebastiano Gesù, Giuseppe Maimone Editore, Catania, 2008