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Atene, la dignità di un rinnovato sguardo antico

Da sempre Atene è il luogo in cui poter ritrovare le radici e il cuore della nostra identità culturale, una sorgente di civiltà che la sua grande storia ha consegnato oggi ad un’Europa apparentemente incapace di coglierne la lezione fondante nel sapersi riconoscere e confrontare quali cittadini di una democrazia matura.

Visitare la capitale greca, soprattutto adesso, è un dovere morale evitando se possibile di considerarla come semplici turisti mordi e fuggi in cerca di stereotipi banali e immagini forzatamente originali da condividere subito per il gioco narcisistico della rete.

Bisogna avere la forza di fermarsi, prendersi il tempo necessario per cercare e scoprire la sua antica anima dispersa, imprigionata in una modernità imperfetta di caos e cemento. Occorre dunque dotarsi di uno sguardo lento, innocente e paziente sulla realtà, vagare per la città come una sorta di nostos per accorgersi dell’anima delle persone e riportare alla luce della coscienza innumerevoli atteggiamenti ed episodi di vita che si rivelano essere profondamente significativi della nostra stessa esistenza.

Atene, Piazza Klafthmonos Monumento alla Riconciliazione Nazionale – Suonatore a Monastiraki

Lasciando dunque i percorsi classici della destinazione turistica, proviamo a vivere la città come luogo mutevole e pulsante andando alla ricerca della sua – e della nostra – anima in bilico tra passato e modernità.

Il primo segno di una Atene che prova a fare i conti con la sua capacità di sapersi rinnovare è certamente data dall’avveniristico Centro Culturale della Fondazione Stavros Niarchos di Kallithea progettato da Renzo Piano e inaugurato nel 2016.

Ubicato sul sito del vecchio ippodromo di Atene, l’immenso complesso di 23 ettari voluto dalla grande organizzazione filantropica creata dall’omonimo magnate e armatore greco scomparso nel 1996, si presenta come una splendida testimonianza architettonica da scoprire, un “luogo ideale in cui coltivare la propria anima” trascorrendovi le giornate. Altamente ecosostenibile per l’uso di materiali ad alta tecnologia, accessibile e visibile nelle sue forme trasparenti tipiche di Renzo Piano, il Centro comprende un lungo canale e un ampio spazio d’ingresso a simboleggiare l’Agorà che fa da connessione tra i teatri della Greek National Opera e gli spazi della nuova Biblioteca Nazionale Greca.

Centro Culturale della Fondazione Stavros Niarchos

Edificata in linea opposta e ideale al Partenone quale ritrovato collegamento tra il centro della città e il mare dell’antico porto del Falero, il consiglio è di arrivarci passeggiando per l’immenso parco pensato per celebrare la tradizione orticola greca con i suoi elementi simbolici, evocativi come labirinti e giardini carichi di essenze profumate dai colori cangianti da una stagione all’altra.

Centro Culturale Stavros Niarchos

In questo eden mediterraneo camminando tra la ricca vegetazione che riverbera la luce proveniente da Sud, senza accorgersi di essere man mano sollevati dal terreno, giungiamo sul tetto dell’edificio da cui, nella penombra della tettoia come all’interno di un tempio, girando lo sguardo scopriamo all’improvviso una vista a 360 gradi su Atene che toglie il fiato.

Centro Culturale Stavros Niarchos – giardino e vista

Spostandosi al centro della città sul viale Omonia a Panepistimiou possiamo invece capire come sono sempre apparsi gli edifici dell’antica Atene in tutto il loro splendore grazie ad una moderna triade architettonica del sapere rappresentata da tre edifici neoclassici dell’Università di Atene: l’Accademia Nazionale di Grecia, il Palazzo centrale dell’Università e la Biblioteca Nazionale. Alle prime luci del sole recatevi all’Accademia, attraversate il giardino di ulivi e aranci, ammirate le statue di Platone e Socrate, le colonne in stile ionico sovrastati da Athena e Apollo ed entrate infine nel colonnato centrale sul cui frontone è rappresentata la Nascita di Athena. Osservate attentamente un raffinato ed incantevole gioco di luci e ombre dovuto alle venature cangianti dei marmi, le bordature dorate dei fregi con richiami decorativi legati ai motivi classici, scene evocative di dei in affreschi saturi di colori intensi. Una esperienza che unisce bellezza e sapienza in continuità con il passato ma in forme rinnovate.

Accademia Nazionale Moderna di Atene

Visitate l’interno per avere la sensazione degli spazi di un tempio e una volta fuori, rinvigoriti nella mente, assaggiate un Koulouri, il biscotto al sesamo venduto per strada e quindi gettatevi nella variegata offerta delle numerose librerie che sono alle spalle degli edifici dell’Università.

Oltre a poter vedere l’importante produzione culturale editoriale in lingua greca, noterete numerosissimi rivenditori di libri usati antichi e moderni provenienti da tutto il mondo. E non è difficile imbattersi, avendo la giusta pazienza, in autori o testi italiani rari o non più ristampati in attesa di essere acquistati per una modica cifra.

Non molto distante con una breve passeggiata sul viale Athinas tra rigattieri, palazzi dal gusto liberty e interessanti bazar, potrete infine entrare nel regno dei sapori e del gusto offerto dal Mercato Centrale Municipale di Atene. Basta solo concedersi il tempo per ascoltare, annusare, osservare e scoprirete in questo mercato quanto una città possa mantenere intatte le sue suggestioni gastronomiche orientali e mediterranee. I banconi colmi di carne e pesce con a fianco le infinite varietà di spezie per cucinarli, olive per tutti i gusti e ortaggi succulenti, profumi di cannella, di miele e mandorle, di spanakopita appena sfornata… In tutta questa folla di gente, di ristoranti che reinventano i piatti tipici con vini di ottima qualità e negozi di vario genere, capiterà molto spesso di incontrare non dei semplici negozianti o avidi commercianti, ma persone desiderose di raccontarsi, di entrare in empatia, farsi conoscere nelle loro esperienze prima ancora di proporvi cosa acquistare. Potrete ad esempio trovare un simpatico venditore di pastrami e norcinerie locali che dopo vari liquori offerti e inviti ad assaggiare le gustose tipicità inizierà a raccontarvi parte della sua vita in cerca di confronto con la vostra cultura gastronomica e le vostre esperienze, confronto che ben presto diventa apertura, dialogo, amicizia, ospitalità e volontà di rivedersi.

Mercato Municipale di Atene e prodotti gastronomici

Nonostante gli evidenti segni della sua attuale sofferenza economica e sociale, un giro con gli occhi giusti sotto il cielo antico e luminoso di Atene ci narra di gente resistente che nonostante tutto prova a reinventarsi donando nuova dignità morale ed energia ad una metropoli affacciata su un mare a cui ha affidato la sua secolare saggezza giunta sin noi, una città creata e concepita per l’eternità.

David Murolo

CAMPUS UNIVERSITARI E RIGENERAZIONE URBANA

Cos’è un Campus universitario?

Campus, termine inizialmente utilizzato nei paesi anglosassoni a indicare un’area di pertinenza di edifici non solo per l’istruzione, ma anche di natura aziendale.

Nell’uso comune attuale si lega molto spesso alla compresenza di edifici multifunzionali e un’area aperta di connessione, attrezzata e riconoscibile; riferito alle università indica dunque un complesso di edifici articolati che oltre alle aule e laboratori comprendono sulla stessa area, il Campus appunto,  biblioteche , impianti sportivi, residenze universitarie, aree a verde. Riferirsi ad un Campus connota dunque una offerta didattica articolata e attenta alle esigenze di chi lo frequenta.

Uno dei primi Campus universitari in Italia viene considerato il complesso di edifici che formano l’Università della Calabria, costruiti a partire dal 1972 sulle colline di Arcavacata (Cosenza): al primo edificio polifunzionale progettato si aggiunsero in seguito edifici per altri dipartimenti, residenze per gli studenti, biblioteche, attrezzature sportive e sanitarie; il tutto immerso all’interno di aree a verde. Il Campus UniCal : lo spazio costruito risulta molto compatto e organizzato lungo un asse–strada di carattere esplicitamente urbano, un Campus-cittadella universitaria, costruita ex novo in piena campagna.

Rende – Cosenza – Università della Calabria – le funzioni del Campus

 

Attualmente è normale riferirsi a sedi universitarie premettendo il termine Campus; basta collegarsi ai siti istituzionali per rendersene conto: dalla IULM, alla BOCCONI.

Ma anche le università statali non sono da meno;  due a caso: Milano Bicocca o  Forlì .

Le sedi universitarie in particolare quelle non pubbliche tendono a divenire sempre più dei centri integrati di servizi da offrire, per attrarre e implementare le iscrizioni.

A differenza del contesto nord-americano dove è nato questo termine connotativo dell’offerta didattica universitaria, in Italia il Campus tende a diffondersi all’interno delle aree urbane anche di medio-piccole dimensioni ponendo dei problemi di organizzazione dei servizi generali.

All’aumento dei corsi di laurea e del numero di iscritti le grandi sedi universitarie delle città metropolitane tendono a diffondere sul territorio i dipartimenti e questo pone un problema di riorganizzazione urbana, di riuso di edifici pubblici e di rapporto tra questi e la città; In questi centri urbani la presenza universitaria assume grande importanza per il peso che assume e per i problemi che innesca, ma nel contempo costituisce una risorsa non solo economica per la presenza di migliaia di studenti, ma anche in termini di possibile rigenerazione urbana. Pensiamo solo a 3 dei molti casi elencabili:  LAquila, Urbino, Pavia.

Un caso di recente intervento ci introduce al tema del titolo: Forlì.

Il Campus Universitario di Forlì recentemente  completato con gli edifici aggiuntivi di servizio e nuove aule,  costituisce un caso emblematico per come si colloca ai margini di un centro storico, nell’area di prima espansione ottocentesca. Un progetto pubblico che si fa carico non solo della organizzazione integrata interna alla università, ma si pone anche come progetto di rigenerazione-riqualificazione urbana: questo concetto si lega alla possibilità di riutilizzare parti esistenti di tessuto urbano, generalmente sottoutilizzato, spesso degradato, per rigenerarlo con nuove funzioni e recupero di spazi, a favore di una fruizione complessiva al di là della specifica funzione ricollocata: può essere un scuola pensata per interagire con la città, edifici recuperati per ospitare incubatrici di impresa o co-working,  spazi per raggruppare interessi e scambi di relazione diversi in un luogo, ma anche aree aperte attrezzate per essere effettivamente usufruibili, per limitarsi ad un elenco molto limitato.

Il progetto del Campus Universitario di Forlì è stato realizzato a partire da un concorso internazionale in due fasi bandito nel 1998 vinto da Lamberto Rossi (capogruppo), Massimo Galletta, Roberto Lazzarini, Marco Tarabella, Paolo Zilli, con la consulenza in particolare di Giancarlo De Carlo, già autore delle residenze universitarie di Urbino.

Forlì, Ospedale Morgagni – 1939

L’interesse di questa realizzazione è concentrata nella riconversione dell’ex Ospedale Morgagni di Forlì – un complesso a padiglioni del primo Novecento al limite del centro storico. Oltre alla  riqualificazione e riutilizzo del patrimonio costruito, recuperando gli edifici più interessanti, ai progettisti si pone un ulteriore problema di carattere urbano da risolvere;  l’ex ospedale costruito ai primi del 1900, ampliato a partire dal 1937 ma poi definitivamente trasferito nel 2004 nel nuovo polo ospedaliero esterno, si collocava ai margini della città storica, tra il nucleo storico di Forlì e la successiva espansione e pur dotato di un vasto parco recintato,  era di fatto una cesura verso la nuova espansione nel corso del XX secolo: chiaramente una funzione ospedaliera non poteva tradursi in una organizzazione spaziale permeabile in grado di favorire l’interscambio tra aree urbane.

Le fasi evolutive del progetto del Campus di Forlì – da http://www.lr-a.eu/pages/archi_campus/forli/forli_1.htm

Il nucleo tipologico dell’impianto universitario (recupero di parti del vecchio ospedale e nuovi edifici connessi dai nuovi percorsi di distribuzione) si traduce nella rottura di questo isolamento. E sono proprio i nuovi percorsi distributivi che assumono una forte caratterizzazione architettonica, con la costruzione di un elemento anche simbolico denominato “trefolo”: tre percorsi-galleria che partendo dai vecchi padiglioni ristrutturati, attraversano il vecchio parco riqualificato distribuendo su un lato le nuove aule didattiche mentre sull’altro si affacciano sulle aree verdi.

Forlì: Schema funzionale: integrazione e connessione con la città. da http://www.lr-a.eu/pages/archi_campus/forli/forli_1.htm

 

Nei tre percorsi-corridoio, di fatto degli edifici-galleria sospesi dal terreno,  si collocano anche spazi di sosta e per lo studio, e intrecciandosi a vari livelli in quota lasciano libero e permeabile il piano del parco; la metafora architettonica del “trefolo” appunto, fili intrecciati, percorsi intrecciati: il Campus Universitario diviene un nuovo sistema aperto tra due parti di città e  un sistema di attraversamento, distribuzione di funzioni e sosta, laddove prima vi era un sistema spaziale chiuso.

Forlì Campus: il trefolo – percorso protetto – distribuzione, spazi di sosta e di studio – http://www.architetti.com/rigenerazione-sostenibile-il-campus-universitario-di-forli.html

Forlì ci introduce ad un altro caso molto simile per  dimensioni e caratteristiche urbane oltre che contemporaneo nella realizzazione, ma diverso per le risposte date in termini di architettura, collocazione e riorganizzazione anche urbana: il Campus universitario di Novara dell’Università del Piemonte Orientale.

Se a Forlì il recupero e la rigenerazione urbana utilizzava vecchi impianti ospedalieri a Novara il tema diventa il recupero del  sistema delle ex caserme; esse costituiscono tuttora in molti ambiti urbani un grande problema di riutilizzo di strutture edilizie di notevole ampiezza e in particolare quelle più antiche a ridosso dei centri storici delle medie città, risultando ormai inglobate all’interno di sistemi urbani più ampi, sono in attesa di soluzioni non facili da trovare sia in termini economici che funzionali, data la dimensione e in molti casi anche lo stato di degrado: un polo didattico, un Campus può essere una possibile soluzione laddove funzionalmente una caserma è già una specie di Campus di natura militare, già spazialmente disposto per servizi di vario genere, mensa, spazi aperti anche sportivi, istruzione anche se di natura non strettamente culturale.

Novara 1944 – Caserma Perrone

A cavallo degli anni tra il 1997 e il 2001 l’amministrazione comunale di Novara con un protocollo di intesa con l’università del Piemonte orientale ristrutturò a fini didattici per la facoltà di economia, 2 ali della grande corte centrale della ex caserma  Perrone: L’area occupa una posizione importante nella città di Novara ed è compresa tra il Centro e l’antica cerchia muraria dei bastioni ottocenteschi.

Non sarà ancora un vero Campus inteso nell’accezione attuale essendo ancora monofunzionale, ma indirizza la scelta di riconversione didattica dell’ intero sito della caserma verso il successivo progetto, ormai quasi tutto realizzato del nuovo Campus universitario di Novara.

Anche qui il problema da risolvere, ancor più che a  Forlì , deriva dalla natura militare del complesso della caserma, che è costituito dalla impenetrabilità e dalla cesura che crea tra  il centro storico di Novara e le aree contermini e di nuova espansione novecentesca della città.

Novara – l’area del Campus Universitario: di fronte tutto il lato sud dell’ex bastione è occupato da altre caserme in fase di dismissione; Un altro prossimo problema da risolvere. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/

Il concorso internazionale indetto nel 2004 vede vincitori un raggruppamento di progettisti: ODB architects, Lamberto Rossi Associati(capogruppo), Stefano Grioni, Roberto Cagnoni, Fabiano Trevisan,  Alberto Tricarico, Manens Intertecnica srl.

Il progetto prevede la suddivisione in 3 lotti funzionali , che rendono esplicite sia la stratificazione delle funzioni sia  il  grado di accesso e fruizione da parte della città: una parte  interna più didattica, una parte semipubblica e infine una terza parte direttamente usufruibile e interconnessa con la città.

Ad oggi sono conclusi i lavori dei primi 2 lotti, (nuove aule universitarie da un lato ed edifici di servizio all’università quali la mensa, la palestra e le residenze per studenti), mentre i lavori per il  terzo lotto (la parte più pubblica, Auditorium, Biblioteca ed edifici commerciali) partiranno in autunno essendo già stata espletata la gara per l’aggiudicazione.

Campus Novara e città – il progetto complessivo: le funzioni distribuite su tre strati dall’interno verso l’esterno. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/

Più che a un percorso rappresentativo e risolutivo, come a Forlì, qui è la natura e stratificazione delle funzioni dall’interno verso l’esterno, che operano per ottenere un utilizzo anche pubblico del Campus universitario.

Residenza per studenti fuori sede, Auditorium, Biblioteca ed edifici commerciali si affacciano lungo un nuovo percorso – piazza pedonale aperto e in continuità con i percorsi cittadini, tramite l’abbattimento del muro di recinzione della vecchia caserma.

Novara Campus permeabile. Nella parte in basso (sud) il nuovo percorso – piazza in continuità con la viabilità urbana. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/

Dunque un Campus aperto che innesca una rigenerazione urbana in un punto strategico di Novara.

Vi è ulteriore aspetto di carattere costruttivo-architettonico, che riguarda in particolar modo il rapporto tra i nuovi edifici e quelli esistenti in recupero all’interno di un’area con forti vincoli ambientali-architettonici .

In particolare l’edificio delle nuove aule didattiche lungo oltre 120 metri per 18 metri a luce completamente libera senza pilastri intermedi, che completa la grande corte con il terzo lato mancante è interessante per le soluzioni adottate: E’ un edificio che richiedeva una esecuzione con tecnologie non tradizionali, ma con tecniche che permettessero una compressione dei tempi esecutivi e un abbattimento delle emissioni e dei rumori: scartato il calcestruzzo per ragioni di pesantezza e spessori di soletta (data la notevole luce dell’edificio) si è optato per l’acciaio.

Lato nord-ovest delle nuove aule – http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

L’edificio è costruito quasi interamente a secco, per cui tolti i getti di fondazione tutto quello che è fuori terra è sostanzialmente prefabbricato fuori opera e montato  in cantiere con operazioni di assemblaggio.

Il sottotetto in costruzione completamento libero da pilastri interni e finito con le aule e il corridoio centrale. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

Nello stesso tempo essendo l’area protetta da vincoli, veniva richiesto un aspetto che ricostituisse volumetricamente la terza ala mancante della grande corte ottocentesca e con aperture che si rifacessero alla tipologia di quelle degli edifici originali recuperati.

Il pannello-tipo di facciata in GRC montato a secco e Il lato nord a confronto con la retrostante residenza universitaria. – http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

Le pareti perimetrali  sono di fatto una copia delle facciate della caserma esistente. Ciò che dà modernità e attualità costruttiva è avere prodotto queste facciate non con mattoni sul posto ma con grandi pannelli di GRC (calcestruzzo fibro rinforzato e colorato in pasta) di 5,40 ml di altezza per 2,40 ml di larghezza modulari  prodotti con uno stampo in vetroresina: una tecnologia presa in prestito dalla cantieristica navale.

Il pannello si manifesta in quanto tale poiché i giunti sono ben visibili, e rendono evidente la datazione moderna di questa ricostruzione, senza dissimularla.

Il lato nord affacciato sui padiglioni storici con la hall di ingresso e il corrispondente lato sud con il ponte di collegamento con la futura biblioteca-auditorium e la piazza urbana – http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

Un’aula interna con la struttura metallica in vista e gli spazi distributivi. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

La testata est delle nuove aule con i collegamenti verso gli edifici storici – http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

Anche il nuovo edificio della mensa e aula studio, ripete gli stilemi linguistici imposti dalla conservazione ambientale-architettonica e utilizza le stesse tecnologie di montaggio a secco. A differenza di Forlì il rapporto con gli edifici recuperati, che hanno peraltro una presenza dimensionale preponderante,  ha indirizzato le scelte linguistiche e tipologiche, verso un maggiore amalgama complessivo degli edifici: dai volumi, alle coperture, ai colori. Ciò che distingue la lettura tra nuovo e conservazione è la dichiarata modernità costruttiva dove in particolare la struttura metallica esprime se stessa; laddove vi sono elementi di facciata, anche se ripetono modanature e disegno dell’esistente,  dichiarano come sono stati costruiti e assemblati.

Mensa e aula studio: un edificio a struttura interamente metallica contenuto tra il vecchio muro di cinta restaurato e un nuovo muro interno tipologicamente simile al muro di cinta. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

Il rapporto tra moderno e preesistenze si manifesta per  punti in tutti gli edifici, anche quelli recuperati : laddove possibile si sono ripristinate le vecchie capriate  e strutture di controventamento in acciaio, elementi tipologici delle finestre, i colori originali, modanature e cornici delle pareti. Ma gli elementi funzionali di nuova presenza manifestano la loro essenza costruttiva permettendone una lettura per differenza rispetto al recupero.

Paolo Simonetti

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Operazione Arcevia – Comunità Esistenziale

Nel 1972 Italo Bartoletti nato a Palazzo di Arcevia, avvia una riflessione sui luoghi che conosce bene, studiando l’assetto economico e sociale del territorio, il periodo è quello degli anni sessanta. In quegli anni la collina marchigiana vivrà a suo modo e non solo ad Arcevia, il veloce sviluppo degli anni sessanta, l’identità economica prevalentemente agricola produrrà emigrazione che ben presto impoverirà l’intero territorio. Bartoletti individua in una situazione apparentemente sfavorevole, un elemento di positivo sviluppo, l’attività turistica, che solo dopo molti anni diverrà identitaria per una stupenda collina ricca di tradizioni e cultura. Il progetto viene affidato all’Architetto Ico Parisi che intelligentemente non ipotizza un semplice insediamento abitativo, punta invece su di un progetto di comunità culturale.

Quindi nell’estate 1972 parte “l’Operazione Arcevia“, Parisi pensa di coinvolgere pittori, scultori, musicisti, registi, critici d’arte, chiamati a progettare ambientazioni, percorsi, sollecitazioni, provocazioni intelligenti. Il progetto si avvale di personaggi quali Alberto Burri, Edgardo Mannucci, Pierre Restany, Cesar, Lucio Del Pezzo, Tilson, Valeriano Trubbiani, Aldo Clementi, aderiranno anche Tonino Guerra, Enrico Crispolti, Michelangelo Antonioni.

Il progetto prevede luoghi di residenza, laboratori, spazi per mostre, un teatro all’aperto con le relative infrastrutture. Nel 1976 fu esposto alla Biennale di Venezia, ne ho un ricordo personale alla presentazione del ricchissimo catalogo con l’orgoglio del compaesano consapevole. Nonostante la condivisione di molti di noi, il progetto non verrà mai completato. Le tracce rimaste sono la residenza privata San Settimio di Palazzo di Arcevia, il modello del teatro che fa bella mostra di se nelle sale della Fondazione Burri a Città di Castello e la composizione di Aldo Clementi “l’Orologio di Arcevia“.

Dall’alto a sx: Ico Parisi, Performance Fatima (1976), Modello di Teatro per Arcevia di Alberto Burri, Sopralluogo ad Arcevia degli artisti con J.R. Soto, Prima planimetria Operazione Arcevia

A questo proposito vorrei lanciare un invito allo studio di questa partitura, che è testimonianza di scrittura del contemporaneo, sarebbe bellissimo riascoltarla, magari nei luoghi che l’ha ispirata. Infine voglio complimentarmi per la competenza e la sensibilità dell’Assessore alla Cultura di Arcevia Laura Coppa, proprio lei ci ricorda queste pagine di storia del ‘900 e che con ArtCevia continua ottimamente a sviluppare le intuizioni dell’arte.

Stefano Schiavoni

 

Com’era , dov’era – oppure come non era e dove non era..

Slogan in cui è costretta la comunicazione che tende a semplificare, a dare risposte immediate a bisogni a volte urgenti e immediati, ma la cui soluzione è di natura più complessa.

Lo slogan Com’era , dov’era  sembra sia stato coniato già a Venezia attorno al 1902-1903 in occasione della ricostruzione del Campanile di Piazza S. Marco dopo il suo crollo. Venezia appunto, una forma Urbis e un concentrato di spazi ed edifici di così alta qualità da sembrare “immutabili” nel tempo.

I migliori architetti e uomini del tempo non erano tutti d’accordo a cominciare da Otto Wagner, il grande architetto viennese per finire a Giosuè Carducci.

Il campanile ricostruito sarà alla fine una copia praticamente identica, per quanto falsa dell’originale. Forse si poteva anche non ricostruire o costruirne un altro in posizione diversa. Immagini dell’epoca dimostrano che la forma urbis di Venezia in particolare di quella piazza non è affatto sconvolta. Un’occasione mancata ?

Venezia non si è costruita compiuta e immutabile in un attimo ma bensì in più di dieci secoli di storia, con stratificazioni linguistiche, tecnologiche, demolizioni e rifacimenti, le più svariate ma sempre attinenti alle varie epoche: al posto di un’architettura gotica se le necessità lo richiedevano non si esitava e a ricostruire con uno “stile” barocco; attenzione “stile” non inteso come ricopertura di uno scheletro costruttivo, bensì inteso come risultato dell’applicazione di tecnologie e sistemi costruttivi attinenti al proprio tempo. Solo uno sguardo distratto non percepisce queste differenze e queste sostituzioni; occorre fare uno sforzo di conoscenza.

In ogni caso è un dovere porsi il problema della preservazione e conservazione del monumento, ma quando dovesse sparire cosa si fa?

Un episodio interessante tra i tanti, fortunatamente senza vittime, che conferma un dibattito che non è solo dei nostri giorni e che nel corso del secolo scorso ha avuto modo di declinarsi in svariate occasioni: le ricostruzioni post belliche in Italia ma anche all’estero e le grandi calamità naturali che in Italia per la maggior parte sono costituite dalla sequenza cadenzata dei Terremoti oltre ai disastri provocati dall’uomo (ricordiamo tra tutti il Vajont e il Gleno). Ogni occasione ha però assunto una propria particolarità nelle motivazioni e risposte date nel merito della ricostruzione.

Le cronache recenti del Terremoto, ormai tre casi di notevole intensità, distruzione materiale e tributo in vite umane nell’arco degli ultimi 7 anni (Aquila, Emilia e ancora Marche Umbria e alto Lazio), riporta al centro dell’attenzione il problema della ricostruzione, il dove e il come, in una maniera ben più drammatica dell’episodio Veneziano.

Dov’era com’era  torna dunque prepotentemente attuale.

E’ un tema che riguarda da vicino anche l’architettura, intesa come quella professione specifica che deve prefigurare lo spazio che verrà costruito: dare risposte in termini di fattibilità, assieme ad altre competenze tecniche e specialistiche, ma soprattutto pensare e tradurre in progetto un possibile spazio artificiale da costruire o ricostruire e che accoglierà (riaccoglierà) la vita delle persone.

Gli slogan potrebbero andare bene nella fase immediata del dramma per esprimere una reazione, per infondere coraggio, ma sono pur sempre affermazioni semplici di fronte a  problemi ben più complessi.

Ricostruiamo esattamente tutto quello che è crollato? Ricostruiamo solo le parti più rappresentative di un tessuto antico? Una piazza o alcune vie con gli edifici dalle antiche facciate prospicienti? Ricostruiamo un singolo monumento? Qualcosa che gli assomiglia, cioè qualcosa di pittoresco? Non facciamo niente di tutto ciò e ricostruiamo in un altro luogo? Ma anche altrove, come e cosa ricostruiamo?

MEMORIA

E’ il fulcro su cui ruotano tutti  discorsi.

Chi vive in un luogo e in quel luogo ha intessuto le relazioni che hanno permeato la propria vita, acquisisce un’immagine di questi luoghi non tanto fisica quanto mentale, cioè non restituibile con una fotografia, ma restituibile attraverso tutti i sensi.

E’ un’immagine che si forma nella fisicità di quegli spazi, ma anche formata dai suoni, dagli odori, dal caldo e dal freddo, dal senso di protezione o meno di quegli spazi. Ma sono soprattutto le relazioni sociali intessute in quegli spazi che creano il senso di appartenenza ad un luogo e ad una comunità, perché quelle relazioni si sono svolte lì e gli spazi erano autentici.

Quando questo spazio che contiene l’immagine o più immagini sparisce o si deteriora all’improvviso a causa di un evento traumatico, allora è il ricordo che lavora alla ricomposizione di quella immagine.

Sono rimasto molto colpito leggendo le interviste dei superstiti del Vajont ad anni di distanza a ricostruzione avvenuta, per cui alcuni ricordavano Longarone come una cittadina con i portici, quando a Longarone non ve n’erano affatto se non un grande terrazzo prospiciente una piazza: evidentemente il ricordo qui ha cercato di ricostruire pezzi sconnessi dell’esistenza prima dell’evento traumatico, un’esperienza di portici frequentati in un altro luogo e ricomposti in un unico luogo-ricordo

Longarone prima del disastro

 

Longarone dopo il disastro

La memoria potrebbe essere definita come la maniera in cui nel momento presente si percepisce un’immagine del passato basata su tracce rimaste impresse nella nostra mente.

Se la memoria lavora alla ricomposizione dell’immagine, la coscienza di ciò che è accaduto e la percezione della frattura con il passato portano a immagini diverse anche all’interno di una stessa comunità. Si può rimanere fortemente ancorati in un processo di continuità con il passato e quindi ricostruire pietra su pietra, come è stato ad esempio in Friuli dopo il sisma del 1976, oppure una ricostruzione sullo stesso luogo con forme diverse (la ricostruzione di Longarone), può infine portare all’abbandono dei luoghi e a un trasferimento (Valle del Belice).

Come era e dov’era non riesce ad essere un protocollo applicabile in senso generale, nemmeno dove si decide di recuperare integralmente, perché questo recupero presupporrebbe il recupero integrale della identità architettonica e spaziale che vorrebbe dire recupero della identità costruttiva, distributiva e materica: non è possibile farlo se non per singoli spazi-monumenti con uno sforzo notevole (investimento e tecniche di restauro), giustificabile in virtù del valore culturale, simbolico e monumentale.

In ogni caso lo spazio complessivo sarà diverso, gli spazi di relazione ed emotivi non saranno più quelli di prima.

L’intervento di ricostruzione evidenzia sempre una frattura tra le aspettative del ricordo e la concreta realizzazione.

Il piano di ricostruzione di Palmi a seguito di un terremoto distruttivo – 1783

PREVENZIONE.

Cosa significa? In Italia oltre il 70% del patrimonio edilizio non è in grado di resistere ai terremoti che potrebbero colpirlo.  Oltre 120 miliardi di Euro (147 esposti in una recente trasmissione televisiva) spesi negli ultimi 50 anni per la sola ricostruzione dopo gli eventi succedutesi.
Stiamo parlando di un patrimonio edilizio di  monumenti, nuclei di città storiche, ma soprattutto stiamo parlando di abitazioni per lo più private.

Le risorse:

in media negli ultimi anni sono stati spesi 4 miliardi di Euro per ogni anno per la ricostruzione, il che vuole anche dire che questa cifra è il costo annuo per la mancata prevenzione.

Quindi le risorse se si sono trovate dopo il terremoto le si possono trovare anche prima, dato che costituiscono un continuum nel bilancio pubblico e con la certezza che un altro terremoto ci sarà e che si continuerà a spendere in ogni caso lasciando immutato il problema.

Certo ci vuole un drastico cambiamento di obiettivi.

Come fare? Esistono già molte proposte maturate in questi ultimi anni. Proposte che non trattano tanto le metodologie tecniche già mature, ma piuttosto tendono a mettere a fuoco  progetti e interventi per accelerare scelte di carattere preventivo coinvolgendo soprattutto chi quel patrimonio edilizio lo utilizza, per la maggior parte proprietari privati.

Per quanto possa sembrare strano si dimentica in fretta l’emergenza (solo chi l’ha subita direttamente ne resta segnato), e chi non è stato toccato  tende a sentire l’evento come lontano nel tempo e nello spazio.

E’ proprio su questa inconsapevolezza che occorre agire.

Adeguamento strutturale:

come è stato per le scelte energetiche  ormai ineluttabili a causa delle ricadute sulla nostra vita quotidiana (costi, inquinamento, salute) e del pianeta che abitiamo, a maggior ragione occorre reindirizzare scelte e risorse anche private sul tema della prevenzione al sisma.

Ad esempio, esattamente come si è fatto per i temi del risparmio energetico e delle tecnologie pulite,  si punta al tema delle detrazioni fiscali, agli incentivi. Sono stati messi a punto detrazioni fiscali nelle ultime leggi di stabilità per l’adeguamento strutturale delle  strutture edilizie private nelle zona a rischio sisma, da sommare alla riqualificazione energetica.

Ma non sembrano funzionare: il privato che investe vuole un ritorno economico a breve e investire in risanamento strutturale non dà nessun ritorno economico visibile. In  mancanza della percezione del rischio e quindi dello stimolo ad agire, sarebbe più efficace, anche se può sembrare vessatorio, rendere obbligatorio l’adeguamento strutturale in occasione di un adeguamento energetico, per cui devono essere interventi contemporanei per non perdere tutti requisiti alla detrazione fiscale (allora non si farà né l’uno, né l’altro?) oppure accompagnare l’intervento con prestiti agevolati (Cassa depositi e prestiti).

Altre proposte ruotano attorno alla istituzione di una polizza assicurativa obbligatoria come già avviene in altri paesi europei , ma così oltre che a percepirla come una ulteriore tassa sulla casa si torna a non attivare una prevenzione ma a trovare strumenti finanziari ancora una volta per ricostruire e non per prevenire.

Certo tutti questi meccanismi diventerebbero operativi se accompagnati da una presa di coscienza collettiva, forse la cosa più efficacie per prevenire: la sottostima del rischio è diffusa perché si percepisce l’evento come una cosa forse probabile, ma lontana nel tempo.

Certamente un lavoro va fatto per mantenere una memoria collettiva degli eventi, ma non è che questo sia un tema politico di successo; come per gli investimenti privati che non hanno riscontro economico immediato, investire su questa tema, politicamente non porta vantaggi immediati.

C’è ancora un gran lavoro da fare per trovare i meccanismi corretti ed efficaci, ma c’è anche da meditare sul fatto che le responsabilità sono un po’ diffuse tra cittadini, amministratori a vario titolo e organi politici di più alto livello.

La conoscenza del territorio:

da un punto di vista sismico è stata acquisita in questi ultimi anni dai nostri geologici e ricercatori e permetterebbe una mappatura del territorio per microzone, strumento indispensabile da porre al centro di una corretta zonizzazione e pianificazione territoriale; deve essere ulteriormente finanziata. Se ne parla da tempo, ma ancora oggi il Consiglio Nazionale dei Geologi denuncia una mancanza di coordinamento per portare a termine il progetto di mappatura di dettaglio, mancanza cronica dei fondi per farlo, carenza di personale, in sostanza una sottovalutazione permanente di questa priorità da parte della pubblica amministrazione. In tutti i comuni a rischio sismico perlomeno del livello 1 e 2 occorrerebbe affiancare nell’ufficio tecnico il geologo. La relazione geologica che accompagna un nuovo progetto ad oggi è obbligatoria, ma chi la guarda? Non è certo competente l’ufficio protocollo del singolo comune! Occorre assumere personale, occorre investire, occorre rendersi conto dell’importanza che ha.

Qui il discorso della conoscenza geologica si salda anche ad altri fenomeni dovuti al dissesto idrogeologico e del conseguente malcostume nell’uso del territorio: dal dopoguerra in particolare si è continuato a costruire in aree a rischio frane, alluvioni, creando e allargando ulteriormente le aree dissestate.

RICOSTRUZIONE

La priorità prima è salvare vite umane, ma subito dopo decidere tempi e modi per ridare un futuro possibile a chi ha subito. Abbiamo assistito nel corso dei vari eventi ad approcci i più disparati e con esiti contrastanti.

Il come, il dove, il quando ricostruire, esigono risposte immediate laddove si tratta di ricostituire beni primari alla vita dell’uomo.

E un bene primario è lo spazio costruito per abitare, lavorare, per la vita sociale, cioè il tessuto costruito delle città, dei paesi, dei borghi, che comprende anche lo spazio antropizzato che li circonda, i percorsi, gli spazi del lavoro e dell’incontro, l’utilizzo agricolo degli spazi aperti, i manufatti di servizio di questi ultimi, e non ultimo il rapporto che si crea tra tutto lo spazio antropizzato e lo spazio naturale non interessato dallo sfruttamento dell’uomo, quest’ultimo spazio divenuto sempre più importante nella nostra epoca per la volontà di protezione che riveste.

Qui veramente si apre un campo vasto e diviso sulle soluzioni da adottare. Premesso che ormai si sta consolidando una giusta posizione che non permette lo sradicamento delle comunità rispetto al luogo in cui hanno vissuto, ma di più, le stesse comunità non dovrebbero nemmeno essere divise nel momento dell’emergenza, quando occorre sistemarle durante la prima accoglienza, con il rischio che questa prima accoglienza si protragga ben oltre e diventi un fatto permanente.

Cosa ricostruire?

Le case, anche e soprattutto quelle antiche, non erano adatte a resistere. Vanno ricostruite finte, cioè che sembrino simili al passato ma inevitabilmente con tecniche costruttive e distributive aggiornate, quindi senza identità costruttiva, ma solo di facciata? Poi ci sono i monumenti il cui valore sta nella loro testimonianza di opera d’arte autentica e molto spesso di simbolo e testimonianza; soprattutto qui non possiamo barare: o si ripristina in anastilosi (pezzo originario per pezzo originario) e solo quello che è recuperabile oppure non è proponibile con le attuali teorie del restauro.

Un esempio limite recente, duramente contestato da molti, è il recupero di ciò che rimaneva del Castello di Matrera in Spagna: un manifesto, che giudico riuscito, di ciò che implica la volontà di perpetuare in sicurezza un segno e una memoria collettiva: da una parte la legislazione spagnola che vieta qualsiasi mimesi nell’approccio della conservazione dei monumenti, dall’altro uno specifico progetto di architettura: il volume bianco aggiunto per motivi strutturali ha un valore simbolico per ricostituire il volume perso, appunto un’immagine della memoria e non è in cemento (come ho letto in molte recensioni negative e mal informate) ma in mattoni e intonaco di calce monocroma. Certo fa discutere ed è giusto che sia così.

Castello di Matrera in Spagna prima dell’intervento di recupero

 

Castello di Matrera in Spagna dopo l’intervento di recupero

 

Occorrerà dunque valutare caso per caso, e in mancanza di un protocollo preventivo questo caso per caso sarà la vera sfida da affrontare.

La situazione particolare dell’appennino è diversa ad esempio da quella del Friuli 1976 o dell’Emilia:  se anche qui ci sono molti i borghi ormai semi abbandonati (fatto comunque comune a tutta l’Italia) e cittadine che si rianimano solo nel periodo delle ferie estive, il crinale appenninico si trova in una situazione di relativo isolamento rispetto alle aree maggiormente attrezzate: collegamenti difficili e Il lavoro, quello che crea comunità proiettata verso il futuro, che sta altrove. Non per questo non si può tentare di  immaginare future condizioni possibili di esistenza: in questi luoghi è già avvenuto un terremoto silenzioso, un cambiamento epocale che li ha  trasformati, resi vuoti e apparentemente inservibili a ospitare la vita di una comunità viva; luoghi che hanno già subito, o stanno subendo un irreversibile abbandono.

Cosa facciamo di queste strutture ? Abbiamo un progetto non tanto per il recupero, quanto per ridare la vita, rianimarle, riabilitarle? Il costo è sostenibile?

Torniamo un attimo a cosa sta succedendo all’Aquila: ho letto alcune interessanti considerazioni del prof. Calafati economista dei sistemi territoriali al Gran Sasso Science Institute (Gssi).

Nel merito della ricostruzione in atto: Calafati osserva che: “…Il terremoto è arrivato in un momento molto difficile per L’Aquila…la deindustrializzazione… l’università era in una fase di stallo. Ma L’Aquila non era una di quelle città del Sud con l’economia allo sbando, aveva un reddito procapite stabile. Per questo poteva essere più libera di costruire il proprio futuro...”

Poi il terremoto. Proprio dall’università poteva ripartire il rilancio : “…L’Aquila deve diventare una città residenziale per i suoi 24 mila studenti iscritti e non per i 4 mila che oggi frequentano. Deve interpretare il modello tedesco o quello inglese con la frequenza al 90%. Nessuna città italiana è riuscita a fare questo. È possibile facendo delle scelte che rendano attraente la città agli studenti: corsi innovativi e qualità della vita. L’Aquila è prossima a Roma, ha i laboratori del Gran Sasso, ha il profilo di città della conoscenza.…”

Ancora Calafati: “…L’Aquila ha un grande centro storico e lì l’emergenza della conservazione è ovvia.  Poi c’è una larga parte del sistema  insediativo, disastroso prima del terremoto, sul quale si potevano fare delle inserzioni molto innovative… A tutt’oggi L’Aquila non ha un piano regolatore nuovo dopo il terremoto. Quello vigente è di decenni fa e assegna edilizia per 100 mila abitanti. Era già sovradimensionato all’epoca. Il primo problema è mettersi con attenzione a decidere che città fisica si vuole. Il punto di partenza della riflessione però deve essere nazionale, visto che la ricostruzione la paga l’Italia…” .

L’Aquila – 1575

Georg Frisch, urbanista ed ex coordinatore per la ricostruzione dell’Aquila, descrive in modo simile che all’Aquila “…si stanno ricostruendo gli edifici anche degli 1950-60 adottando il criterio del dov’era, com’era e riproducendo quartieri che si sarebbe potuto migliorare….purtroppo non si è ragionato in termini urbanistici…” (vedi)

Un’occasione persa in riferimento al futuro: cosa ne sarà del centro storico restaurato ma vuoto di vita; forse un museo all’aperto? Forse una città in declino? In ogni caso per completare questa ricostruzione ci vorranno almeno altri dieci anni. Possiamo aspettare?

E’ evidente che “come ricostruire” diventa parte del progetto tutto da fare e ancora da avviare della prevenzione: sapere quali sono le priorità future, i problemi da risolvere in un dato territorio, oltre il fatto contingente del sisma, permette da subito, di avviare la fase di ricostruzione nella direzione di un progetto complessivo già chiarito.

Occorre dire che almeno dopo l’ultimo evento, si sono cominciati a sentire discorsi e propositi  istituzionali un po’ diversi rispetto al passato. Il Progetto CASAITALIA costituisce un discorso sostanzialmente nuovo per l’impegno di spesa previsto e per la tempistica che si ammette di lunga durata, generazionale. 100 miliardi da spendere su 30 anni: oltre 3 miliardi all’anno è una cifra che si avvicina al “costo” di 4 miliardi annui sostenuto sinora per non fare niente in prevenzione.

Questo impegno è stato formalizzato consultando le proposte di istituzioni come l’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica), le scuole politecniche e personalità come Renzo Piano, per limitarsi alle evidenze, ma è un tam tam di analisi e proposte, anche variegate, che ormai da tempo vengono dalle  componenti culturali e tecniche della società civile che ormai è un delitto non ascoltare.

In particolare il documento dell’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) datato 6 settembre 2016, raccoglie una serie di proposte che possono essere un punto di partenza anche terminologico innovativo.

Il documento individua tre nuclei su cui lavorare:

1) conservazione attiva.

Individua un motivo (i motivi) per cui mantenere un ruolo alla rete dei  centri storici minori ed è la conservazione dei valori duraturi che questi centri esprimono; questo recupero deve però essere accompagnato da una “.:.riflessione immediata e strategica sul futuro dei centri colpiti dal sisma per identificare azioni praticabili in grado di consolidare economie fragili ma persistenti e prefigurare nuove direzioni di sviluppo: turismo culturale e ambientale, nuove economie della cultura, consolidamento delle vocazioni agro-forestali ed eno-gastronomiche…”

2) sicurezza urbana diffusa.

Un lavoro che deve fare la pianificazione urbanistica  è quello di affrontare lo “spaesamento” generato da eventi di questo genere e lo deve prevedere già nella fase di prevenzione prevedendo una Struttura urbana primaria : questa struttura primaria ha il compito di “…garantire la permanenza della riconoscibilità identitaria urbana, ma anche la precisa definizione degli spazi e dei manufatti che devono svolgere una funzione primaria di sicurezza…” . Sono edifici pubblici resi realmente sicuri che possono essere utilizzati come ricoveri temporanei (ricordiamoci delle scuole, e delle case per gli studenti, che continuano a crollare al primo scossone!), ma sono anche spazi aperti attrezzati che normalmente sono spazi collettivi del borgo, della cittadina.

Questi spazi aperti sono contigui al tessuto storico costruito e costituito normalmente da case plurifamiliari strettamente connesse le une alle altre; aggregati edilizi che devono essere messi in condizioni di sicurezza per garantire la massima agibilità degli spazi aperti. Quindi il tessuto in via di recupero non può esser più trattato come fatto finora con interventi singoli al livello della singola unità, ma deve essere considerato come aggregato unico : individuare unità minime di intervento per dare maggiore garanzia di stabilità strutturale, economie di scala, puntando anche ad una diversa possibile domanda-offerta immobiliare. In questi termini il recupero “…deve perciò prescindere dai requisiti soggettivi dei proprietari in quanto partecipa al consolidamento della “struttura urbana primaria”…immaginare l’acquisizione al patrimonio pubblico, nel caso di proprietari inadempienti…o di eccessivo frazionamento” .

3) conoscere per programmare la sicurezza.

Razionalizzazione, consultabilità delle banche dati e costruzione di una informatizzazione georeferenziata di tutti i dati sensibili relativi al costruito.

Sensibilizzazione degli abitanti almeno nelle prime due fasce di pericolosità sismica per attivare la diagnosi degli edifici: conoscere con precisione la resistenza delle case in cui abitiamo in  relazione all’area in cui siamo e programmare come agevolare fiscalmente questa campagna diagnostica fino anche a condurla direttamente da parte dello stato come quota parte dell’investimento sulla prevenzione: questo avrebbe il doppio vantaggio di costruire una conoscenza di dettaglio del patrimonio edilizio (banca dati georeferenziata) e di agevolare la adozione (finalmente) del fascicolo del fabbricato in mano al privato.

Non ultimo ripensare anche alla frammentazione dei processi autorizzativi attuali in Italia, in capo a molteplici “uffici” separati e non comunicanti: la coerenza di integrità dei manufatti rimane un obiettivo primario da raggiungere attraverso una coerenza e interdisciplinarietà delle competenze che devono giudicare/approvare un atto edilizio.

NON SOLO TERREMOTI

Rimarrebbe una considerazione da fare sullo scelte di sviluppo generale del patrimonio edilizio italiano, sul consumo di suolo e sull’impatto in riferimento alla sostenibilità complessiva; si riallaccia prepotentemente alla necessità del recupero  come progetto futuro dello sviluppo edilizio in Italia,  a partire dall’enorme persistenza di strutture non utilizzate.

prendiamo le cifre Istat 2011:

  • totale abitazioni 28.863.604 – abitazioni occupate 24.141.324 (83% circa) non occupate (17% circa).
  • aumento della popolazione tra censimento 2001 e 2011 : 4,3% dovuto essenzialmente a popolazione straniera. Tolto l’aumento di popolazione straniera le nascite si sono dimezzate e le classi da 0 a 30 anni sono il 50% di quelle tra 30 e 65 anni. Alla prossima rilevazione statistica avremo una diminuzione probabile del 7-10%, e il gap tra aumento popolazione e non occupazione del costruito aumenterà ancora
  • Aumento delle abitazioni tra i due censimenti : 5,8%. (1,4% in più rispetto all’aumento di popolazione).

Il paese fantasma di Craco in Basilicata

Servono  nuove  abitazioni ?

L’invenduto è già enorme allo stato attuale e nello stesso tempo abbiamo piani regolatori che prevedono espansioni complessive per almeno altri 6 milioni di vani, che oltre a essere inutili produrranno un ulteriore consumo di suolo con le conseguenze sulla sostenibilità ben note. (da consultare il recente applicativo SOIL MONITOR realizzato dall’Università di Napoli Federico II e dal CNR, (http://www.soilmonitor.it/); un altro tassello alla conoscenza integrata descritta prima.

Il recupero oggi è l’unica prospettiva progettuale, Una Grande opera pubblica, alternativa di certo al ponte sullo Stretto di Messina, una vera occasione economica e di rilancio occupazionale, ma soprattutto di rigenerazione sia delle aree a rischio, sia delle città metropolitane.

Su questi ultimi temi non conosco iniziative politiche e proposte di legge conseguenti.

Paolo Simonetti

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GLI SPAZI DELLE CITTA’- Una riflessione su Nuova Vita ai Mercati e Funding the Cooperative City

In occasione dell’articolo su Sopra Elevata ho parlato di spazi abbandonati, della volontà di dargli voce. La loro voce è la nostra poiché noi li abbiamo vissuti. Ma uno spazio anche quando è abitato può vivere comunque l’abbandono e, dentro di esso, anche chi vi si muove.

Uno è il luogo fisico, l’altro è quello sociale occupato dalle persone che abitano lo spazio. Sembra un gioco di parole ma questa unità ci definisce. In effetti questi due luoghi ne creano uno solo.

All’interno di questo legame uno dialoga con l’altro, uno è il riflesso dell’altro ma uno potrebbe non dialogare più con l’altro, come in qualsiasi relazione. La differenza è che un luogo non include una sola persona ma una comunità che può scegliere cosa farne. Una parte di questa comunità è formata da cittadini che si attivano in modo indipendente per ridare vita al luogo dell’abbandono. Associazioni, cooperative, singole iniziative, parliamo di persone con idee chiare su cosa sia il diritto di cittadinanza e quindi il dovere, desiderosi di dare risposte alle esigenze comuni senza attendere le istituzioni.

Durante la preparazione di Nuova Vita ai Mercati al primo interesse verso la struttura di due mercati rionali di Roma, il Mercato Metronio e il Mercato Pigneto, si è aggiunto, con molta facilità, quello verso chi ha proposte per restituire valore economico e sociale a luoghi apparentemente fuori dal tempo. Il confronto con altre realtà simili o uguali in città europee, mi ha posto una questione: è proprio vero che siano fuori dal tempo? E chi lo stabilisce? E cos’è il tempo se gli interessi di sfruttamento mirano a cancellarlo anziché recuperarlo per viverlo come presente? Altrove il recupero non ha posto domande si è stabilito da solo, a volte tutto è proseguito senza alcuna interruzione, nonostante in quei territori, come ovunque in Europa, siano presenti dei centri commerciali, ritenuti i diretti responsabili dell’abbandono dei mercati. Molte le proposte: dalla vendita di merci a Km0 a piccoli ristoranti che cucinano prodotti freschi del mercato, dal co-working all’apertura di attività artigianali (vedi video).

Perché quindi lasciare che il bellissimo Mercato Metronio (realizzato dall’ing. Riccardo Morandi nel 1956) ancora in studio e visitato regolarmente da tecnici stranieri, con una concezione di architettura ascendente, piena, che concilia il servizio con il gusto dello sguardo, scompaia nell’ennesimo travolgimento urbanistico? E, confrontato con esso, per quale motivo il Mercato Pigneto, rimasto incompleto e costruito in anni recenti, non ha avuto lo stesso desiderio di sguardo, di servizio, di impegno, di progetto architettonico anziché produrre una visione discendente dello spazio?

Una comunità si specchia in ciò che costruisce, non solo edifici ma prima di tutto idee, in come realizza i propri desideri, come risponde alle esigenze della popolazione. Una comunità è tale se ogni parte di essa collabora per il meglio. Per tutti ma soprattutto per chi è più debole. Io credo che in questi luoghi si legga molto della nostra società, qui si ravvisa quanto il divario tra esigenze del cittadino e istituzioni (qui chiuse in una unica definizione pur nella complessità) sia considerevole.

Lo ammetto, mi piacciono molto i mercati. Ogni volta che ci entro ricordo i colori, l’abbondanza di prodotti nostrani, le olive al cartoccio che mi comprava mia madre mentre passavamo tra i banchi chiacchierando con i venditori. Nei mercati prima o poi passano tutti, qui si sommano le aspettative economiche e sociali, un microcosmo in cui tutto si muove non solo per comprare ma anche per dialogare, persino per andare incontro alle difficoltà di molti (ci sono venditori che aiutano materialmente gli anziani in difficoltà, questo ho scoperto).

Il lavoro successivo sulle realtà associative, Funding the Cooperative City, ha spinto oltre la mia riflessione. Per mezzo di una open call indetta da Eutropian alcune associazioni italiane e di altre nazioni europee si sono incontrate, nella parte conclusiva del workshop a Roma, all’interno di un altro mercato, Mercato di Primavalle I, per raccontare le proprie esperienze e mettersi in relazione. Eravamo in una struttura anch’essa molto importante realizzata nel 1950 dalla prima donna architetto italiana, Elena Luzzatto; anche qui il recupero urge.

Viviamo in tempi molto poco comunitari risultato di un ripiegamento sul personale, su cosa serve nella contingenza perdendo la visione del futuro. Quelle associazioni e cooperative (e rimando al video per conoscerle poiché alcune sono impegnate da decenni con risultati talvolta straordinari) sono prima di tutto persone che non accettano questo stato di cose, rispondono a esigenze quotidiane, tentano di costruire attraverso il recupero, guardano al futuro passando per il presente e con un occhio attento verso il passato. Si mettono in gioco, come si dice, tra difficoltà economiche, di mantenimento degli spazi, di relazioni con le istituzioni, di ore spese a inserire sé stessi e i propri desideri dentro quelli di altri.

Tra tanti incontri uno mi ha colpito particolarmente, quello con una persona che non ho incontrato direttamente ma attraverso un racconto. Durante il sopralluogo al Mercato Metronio io e Federico Greco siamo entrati in una stanza. Una vecchia scrivania, un telefono nero a disco, una stufa elettrica impolverata e poi vecchie schede sui passaggi di merci. Era l’ufficio dell’Ispettore Annonario che dal 1957 al 1997 gestiva e monitorava le regole del mercato, un uomo, secondo i racconti, che tutti stimavano. Per questo hanno scelto di conservare tutto come lui lo ha lasciato.

Mi piace immaginarlo arrivare ogni giorno salutando tutti, prendendo con loro il caffè, a volte forse discutendo animatamente e altre dialogando senza problemi. Mi piace pensare che ogni cosa passa attraverso le persone e quello che possono dare, anche solo facendo il lavoro che ci si aspetta.

Mi piace pensare, e qui mi aggancio direttamente con l’articolo su Sopra Elevata, al NOI. Chiamatela utopia, nulla in contrario, tanto più che quest’anno ricorre il 500° anniversario della pubblicazione di Utopia di Tommaso Moro, una lettura consigliatissima.

Una città può essere il miglior modo di vivere insieme, persino con i problemi che essa comporta perché ogni problema ha una risposta, bisogna solo volerla dare.

Questo io posso scrivere non essendo esperta di urbanistica, di architettura, di associazionismo, di tutto quello che possono fare e fanno coloro che sanno nel preciso cosa vuol dire. Lo scrivo nello stesso modo in cui mi approccio a ogni lavoro, che sia di mia iniziativa o commissionato: raccontare ogni cosa attraverso le emozioni con la massima semplicità che riesco a trovare, sottraendo ogni complessità alla difficoltà di fruizione.

So fare solo questo ed è bellissimo poterlo fare, quando ci riesco ovviamente.

Emanuela Liverani

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Ascoltare la Città – Mi chiamo Sopra Elevata

La prima cosa che feci quando pensai di scrivere e realizzare Sopra Elevata [video] fu guardare di nuovo “La forma della città” (1974) di P. P. Pasolini. Lui nel video è a Orte insieme a Ninetto a cui spiega, tramite inquadrature della macchina da presa, la deturpazione del disegno puro di una città. Parla di “inclinazione” del paesaggio determinata dai nuovi edifici necessari, ma “senza fantasia”, sulla forma “perfetta” della città rinascimentale. L’offendeva il diverso carattere stilistico che spezzava l’armonia con la natura circostante; parlava di difendere le umili cose, come l’antica stradina che portava alle mura cittadine, allo stesso modo in cui si difendevano le grandi opere d’arte. Andava difeso il passato anonimo, il passato popolare.

La seconda fu pensare a Michelangelo Antonioni.

Antonioni e l’Architettura, le superfici che si frappongono o si accostano ai personaggi, la relazione tra i luoghi interni ed esterni a loro, gli oggetti tra le parole impossibili di umani incapaci di comunicare.

Sopra Elevata non è la stradina di Orte, nemmeno si inserisce con armonia in una forma perfetta, perché è sita in un luogo imperfetto; esiste per un fine utilitario, per collegare porzioni di una città sviluppatasi senza regole, quando nei primi anni 70 del Novecento un progresso senza sviluppo ferì mortalmente le comunità – gli stessi anni in cui Pasolini realizzava quel prezioso documentario.

Il quartiere popolare in cui si trova questa rampa rossa e grigia, enorme e invasiva, ha però una base armonica, appartiene a un passato in cui costruire significava voler lasciare un segno di stile, pensare a chi ne usufruiva e al suo sguardo. Sulla Prenestina a Roma quella rampa della tangenziale est è nota, o almeno così lo era anni fa, come sopraelevata, termine ormai obsoleto. Una città tradotta in metropoli non riesce a conservare l’armonia di cui parlava Pasolini; essa si espande senza criteri, si evolve assorbendo piccoli stanziamenti preesistenti o originandone altri frutto del disordine sociale, ma ogni porzione di città che possiede una storia e una cultura ha un suo centro equilibrato.

Sopra Elevata si frappose tra due file di edifici ordinari ma belli, spezzò la sequenza, provocò danni enormi ai proprietari degli appartamenti che ora si affacciavano su una fila lunghissima di auto, il grigiore dello smog. Non fu mai amata e negli anni la proposta del suo abbattimento è divenuta sempre più pressante. Tutto il rancore di anni si era espresso nei confronti di una forma, e così facendo fu dotata di un carattere antropomorfo, le consegnarono un’anima.

Personalmente negli anni ho iniziato ad amarla proprio in virtù di questa ingiustizia, di questo modo cieco e balordo di vedere le cose. “Ella” è lì ormai quasi cinquantenne, ci conosce, ci sopporta, ci trasporta.

E’ stato semplice dedicarle una storia, difficile è stato raccontarla. Narrare il dolore e i sogni di un essere privo di corpo umano ha richiesto una buona dose di incoscienza. Ma una storia è una storia e darle una definizione mi risultava impossibile; ogni libertà costretta in una definizione agisce nel suo contrario, diviene rassicurante, noiosa e quindi tendente all’esclusione. Non volevo questo per il mio film.

La locandina del film

Figlia di un padre degenere (il Progresso) e di una madre pressante nelle richieste (la Città), Sopra Elevata è sola, sofferente nel desiderio di essere amata. La sua voce esprime i suoi desideri ma anche la vergogna di essere nuda in mezzo alla folla che la circonda, senza avere la possibilità di spiegare, di partire, di volare verso un cielo percepito come libertà totale. Un’anima imprigionata sottoposta al giudizio.

La sua ricerca verso la conquista di un valore chiama in causa il Noi, noi che viviamo la città come proiezione dei nostri desideri. Dare valore al luogo in cui viviamo è darlo a noi stessi. Sopra Elevata è, quindi, la nostra storia.

La Cultura Zen attribuisce a uno spazio vuoto una pienezza invisibile all’occhio umano data dall’oggetto che lo ha vissuto, dei rapporti che esso ha stabilito con chi l’ha maneggiato o solo guardato. Ogni spazio vive, così come ogni essere umano non più fisicamente presente continuerà ad esserci. E’ l’energia che una presenza ha scatenato a continuare a vivere, persino il ricordo è energia.

Lo spazio di Sopra Elevata, quando non sarà più, continuerà a vivere.

Un occhio che guarda come semplice atto è insultato dalla nostra pretesa di limitarlo; gli occhi da soli non ce la fanno a decifrare quello che vive in e fuori di noi, ci vogliono le emozioni; una cosa per quanto inanimata esiste perché la tocchiamo, ne parliamo, la ricordiamo.

E’ un atto sacro quello dello sguardo, lì risiede il bello non nella sua esplicazione superficiale. Anche questo c’è in Sopra Elevata.

La città. Il rapporto tra la sua architettura e i soggetti che la vivono dialoga da sempre con il Cinema.

Still frame Sopra Elevata

Simbolo di alienazione, limite di comunicazione tra se stessi e gli altri e poi tra il sé e il sé, caotico spazio perfetto per improvvisi pericoli, perdita di identità, solitudine, soffocamento di culture e lingue, le luci delle insegne, gli spari nella notte. La città tentacolare. Ogni genere ha trovato dentro la città il suo racconto.

Nei film la città è stata protagonista, proiezione delle vicende dei personaggi, persino il contrario quando la storia ha richiesto che fossero i personaggi la superficie riflettente della città. La lista è infinita quindi inutile cercarvi un termine per stilarne una, posso però tentare di citare due esempi che riguardano da vicino la protagonista del mio film breve.

Still frame Sopra Elevata

Sopra Elevata fu scelta da Ettore Scola per “Un borghese piccolo piccolo” (1977) in cui l’edificio storico e piccolo borghese dove vivono i protagonisti è soffocato dalla sua presenza, con quell’affaccio su di lei in cui il panorama tangibile è contrapposto a un desiderio antico di riscatto sociale, una visione di orizzonti perduti; la scelse Luciano Salce per “Fantozzi” (1975) in cui il dramma della quotidianità urbana si esplica nell’impossibilità delprotagonista di conquistare il suo posto in un autobus, di inserirsi nella stresStill frame Sopra Elevatasante macchina impiegatizia, di divenire anche lui un piccolo borghese ma con una tragedia tutta personale di inadatto cronico al sistema ufficio/famiglia/successo/modernità. E non potevano fare scelta migliore visto che all’epoca, da poco conclusa, essa era il simbolo più recente di una Roma che più si collegava più si allontanava nelle sue parti, come la società che si era formata dopo gli anni della “ricchezza”, cattiva consigliera di quelli a venire, sfilacciata nelle parti che ipoteticamente si volevano allacciare.

Il Cinema e l’Architettura.

Con Sopra Elevata ho scoperto un mondo che non conoscevo. Un numero incredibile di architetti e urbanisti più che appassionati di cinema, direi esperti massimi di questa relazione stretta e ormai secolare. L’architettura è un’arte. E’ espressione di una visione. La visione di una comunità, la visione di un’ideale. E’ espressione di un’armonia. E’ il modo più immediato in cui ci raccontiamo nei secoli. Diviene ora necessario riprendere il nostro racconto, dobbiamo ritrovarci perché ci siamo persi. Di un film senza anima e passione, di un edificio privo di desiderio di resistere nel tempo, di una strada senza alberi, di una scrittura senza il senso di eternità, di tutto questo fatto esclusivamente per accontentare l’oggi non rimarrà niente. Viviamo tempi affamati ma non capaci di digerire, e così continuiamo a trascinarci abbagliati da una voglia di cambiamento che ci rende immobili e persino irresponsabili.

Molti spazi abbandonati possono essere recuperati per farli parlare di nuovo, per metterli ancora in relazione con i destinatari finali. Spazi vuoti, semivuoti, pieni. Una città riserva sorprese, riesce a trovare un accordo persino con la natura che spesso ne riprende possesso, come il caso esemplare del lago naturale del Parco delle Energie a Roma. Per la tangenziale e quindi per Sopra Elevata esistono progetti per trasformarla in un parco sospeso, come è accaduto in altre città del mondo. Pensare Sopra Elevata adornata da piante, orti, panchine, percorsa da biciclette, da giochi di bambini, da ragazzi che pomiciano, da passeggiatori sorridenti…bé, ne sarebbe felice. Finalmente amata. Eppure è di questi giorni un’altra sofferenza per lei, del tutto prevedibile vista l’incuria, chiusa al traffico in attesa di lavori di consolidamento a causa del terremoto nelle Marche, poiché un pilone è andato fuori asse. A me piace pensare che uno degli ennesimi tentativi di volarsene via abbia avuto quasi fortuna.

Ci sarebbero tante storie di spazi da raccontare. Edifici industriali – quante ne hanno viste -, ferrovie abbandonate, casali di campagna inurbati, mastodontiche opere che non hanno mai vissuto – quante ne hanno sognate -, antiche rocche confuse tra la vegetazione, quartieri storici soffocati dai palazzinari, palazzi storici costruiti su mura antiche, ponti su cui non passa più nessuno…e poi, la città sotterranea…ovunque in Italia.

La meraviglia che mi ha consegnato Sopra Elevata dal momento in cui si è resa indipendente da me, è nel sapere che qualcuno mi dice ancora di aver visto il film on line, persino a distanza di quel tempo che come scadenza del classico e abusato yogurt costringe i cortometraggi nella vetrina dei festival, fulminanti come un’apparizione che quasi pensi non sia mai avvenuta. E’ la meraviglia di chi mi scrive perché si è emozionato, di chi ancora mi chiede di proiettarlo, di chi, come in questo caso, mi chiede di scriverne.

Ma è stata meraviglia grande quando una coppia di urbanisti e architetti, Daniela Patti e Levente Polyak di Eutropian, mi hanno chiesto di collaborare per realizzare video istituzionali diversi dal solito, di continuare sulla strada iniziata con Sopra Elevata. Video istituzionali con cui emozionarsi su associazioni, cooperative, mercati, luoghi abbandonati. Non potevo crederci. Ne abbiamo già fatti due e progettiamo di fare altro, molto altro. E’ una sfida, un esperimento che stiamo ancora studiando.

E mentre continuo a lavorare ai miei progetti, presa dalla necessità io stessa di raccontarmi, quando camminando vedo uno spazio bisognoso di comunicare mi riesce facile, come ascoltare le persone, tendere le orecchie verso quel suono, quel respiro, quel battito, quella indicibile voglia di dire “Mi chiamo…”.

Emanuela Liverani