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Urbino: il Rinascimento dei Laurana nel libro Storie della Vrana

A Urbino il 21 dicembre 2017 alle ore 15.00 nella Sala degli Incisori del Collegio Raffaello (Piazza della Repubblica), Vittorio Sgarbi, Maria Rosaria Valazzi e Alessandro Marchi presenteranno il libro “Storie della Vrana” di David Alberto Murolo. Il volume presente nelle principali biblioteche di settore, tratta le vicende ambientate fra il Quattrocento al Seicento di quattro grandi personaggi originari di un antico borgo dalmata, che hanno rappresentato momenti fondamentali per l’identità artistica e culturale dell’Adriatico e dell’intero Mediterraneo. La pubblicazione offre un’inedita ricerca storica e biografica  su Luciano Laurana, Francesco Laurana, Giovanni Vrana e Yusuf Maskovic, personaggi il cui operato ha avuto riflessi significativi sulla cultura delle Marche e della Serenissima.

In particolare, l’Architetto umanista Luciano Laurana [video] ebbe un ruolo importante nella costruzione del Palazzo Ducale di Urbino,  oltre che per il  rifacimento delle Rocche di Senigallia e Pesaro contribuendo allo sviluppo del Rinascimento. Il libro accolto alla sua prima presentazione pubblica dal Comune di Urbino, ha il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Croata in Italia, del Consiglio Regionale delle Marche e del Consiglio Regionale del Veneto, del Comune di Senigallia con la partecipazione dell’Associazione Culturale Territori Sensibili.

Attraverso il volume si scopre inoltre la caratura di Francesco Laurana [video], il quale produsse un nuovo stile nella scultura umanistica attraverso dei celebri busti, come quello di Battista Sforza,  moglie di Federico da Montefeltro. I lavori dell’artista dalmata oggi si trovano nei musei di tutto il mondo. Interessanti anche le storie di Giovanni Vrana, Ammiraglio della flotta veneta nella Battaglia di Lepanto e Yusuf Maskovic ammiraglio della flotta ottomana a Creta, ultimo avamposto veneto nel XVII sec. Due figure simili per le umili origini, e contrapposti a distanza di un secolo uno dall’altro, nella lunga guerra tra Venezia e Istanbul.

David Alberto Murolo recupera storie che un secolo dopo l’altro narrano di destini incrociati, opposti e paralleli, segnati dall’arte e dalla fede, dall’ambizione e dal potere, da commerci e battaglie, da avventure e idee che ancora oggi testimoniano delle sorti di civiltà diverse, accomunate da un solo mare.

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Il viaggio musicale di Alan Lomax

“Non sapevo perché una vecchia registrazione sul campo fatta da Alan Lomax mi suonasse migliore, ma era così.” –  Bob Dylan –

Alan Lomax (1915-2002) etnomusicologo, antropologo  e produttore discografico è stato uno dei personaggi più importanti della musica del Novecento.

La sua fu una vita errabonda di incessante ricerca, cominciata già negli anni ‘30 quando in compagnia del padre, musicologo a sua volta, compì un lungo viaggio nel sud degli Stati Uniti per documentare con registrazioni sul campo, la cultura musicale dei discendenti degli schiavi deportati dall’Africa

Per più di dieci anni i Lomax (il cui cognome originario era Lomazzi, italiani emigrati in America), muniti solo di un registratore portatile a dischi d’alluminio del peso di un quintale, batterono gli  stati meridionali degli Stati Uniti.

Da questo grandioso lavoro per dimensioni e importanza culturale scaturì una poderosa raccolta di incisioni e registrazioni che confluirono nell’Archive of American Folk Song della Biblioteca del Congresso, con cui gli americani poterono conoscere il Blues, i work songs e spiritual, nonché ascoltare artisti altrimenti destinati all’oblio.

Pioniere della “storia orale”, Lomax realizzò tra l’altro una serie di interviste ai più grandi jazzisti e folksinger americani: Woody Guthrie, Lead Belly, Muddy Waters, Jelly Roll Morton.

Negli anni 40 la sua vicinanza  ad artisti politicamente schierati e la sua ostinazione nel raccogliere canzoni di afroamericani in prigione o di lavoratori in sciopero attirò su di lui l’attenzione dell’FBI per sospette attività antiamericane.

Il clima suggeriva di allontanarsi per un po’. Finì a Londra, dove riuscì a trovare un contratto con la BBC per la realizzazione di una serie di incisioni discografiche e trasmissioni radio sulle musiche popolari europee.

In realtà scopo fondamentale del viaggio di Lomax era la creazione della Columbia World Library, ovvero realizzare una collana discografica che contenesse le musiche folk di tutto il mondo in una trentina o quarantina di long playing.

Prima tappa fu la Spagna dove, aiutato da numerosi studiosi e nonostante la sua  avversione per la dittatura Franchista, realizzò centinaia di registrazioni che confluiranno in Folk Music of Spain, 11 LP per l’etichetta Westminster di New York.  I risultati di questa prima ricerca europea sulla musica tradizionale spagnola fu usata abbondantemente da Miles Davis e Gil Evans per il capolavoro “Sketches of Spain”.

L’esperienza spagnola fu importante anche perché è qui che Lomax, per la prima volta, incomincia a fotografare con regolarità i cantori e musicisti che si esibiscono per lui, i paesaggi, la gente comune, l’architettura.

Ed è sulle basi di queste premesse che Lomax, nel 1953 si prepara alla tappa successiva: l’Italia.

Il suo viaggio nel bel paese durò circa sette mesi, a bordo di un furgone Volkswagen, grazie al quale battè in lungo e in largo la penisola realizzando più di duemila registrazioni e scattando migliaia di indimenticabili fotografie.

In Italia, Lomax trova la collaborazione preziosa dell’etnomusicologo reggino Diego Carpitella, all’epoca assistente alla direzione del Centro Nazionale di Studi sulla Musica Popolare di Roma, ricercatore del corpus sonoro e musicale tradizionale del Salento con Ernesto De Martino e per lunghi anni docente di Etnomusicologia alla Sapienza.

Diego Carpitella, lo aiutò a  districarsi nelle sterminate e frammentate realtà locali calabresi tra Scilla, Melia, Palmi, Bagnara, Cardeto, Giffone, Mammola, Cinquefrondi, Vibo Marina, Nicastro registrando circa 130 brani. Ma il viaggio continuò dalla Sicilia al Piemonte, dalla Lombardia, all’Abruzzo, dalla Liguria al Salento, dal Friuli al Veneto, alla ricerca dei suoni della musica popolare, ed alla fine i pezzi raccolti furono oltre tremila.

Lomax registrò e conobbe migliaia di cantanti e musicisti che, durante i momenti di festa e di lavoro, tramandavano una tradizione secolare, aggiungendo tarantelle e zampogne a quell’immenso archivio, fatto di anni di ricerca e passione. Il risultato delle ricerche italiane si può ascoltare  in due dischi intitolati “World Library of Folk” and “Primitive Music”.

Se si vuole invece un resoconto completo di quell’incredibile viaggio, allora bisogna leggere “L’anno più felice della mia vita”, edizioni il Saggiatore. Il libro, il cui titolo è tratto da una citazione in ricordo del periodo italiano trascorso da Lomax, contiene una lunga testimonianza della figlia Anna Lomax Wood e una presentazione di Martin Scorsese. Il volume ricostruisce quello straordinario esercizio di conoscenza, sbalordimento e rivelazione che accompagnarono quel viaggio, come conferma la figlia nel ricordo dei tumultuosi momenti vissuti al seguito del padre: «Alan non si stancò mai di ripetere che il paesaggio sonoro che aveva scoperto in Italia era il più ricco, il più sorprendente vario e originale da lui mai incontrato, e fu sempre molto fiero delle sue registrazioni. (…) so che lavorare con gli italiani, a ogni livello, lo aveva divertito molto: gli erano piaciuti l’acume intellettuale, il senso del tragico e del comico, l’ironia e la capacità di superare ogni ostacolo che aveva trovato in tanti amici- cantanti, musicisti, ricercatori come lui.»

Il libro è una splendida testimonianza dell’Italia del dopoguerra, un documento unico che ritrae un paese in cui la musica popolare era una parte fondamentale della vita quotidiana come si evince da oltre duecento fotografie, commentate dalle parole e dalla sensibilità dello stesso Lomax tratte dai suoi saggi, dai taccuini di viaggio e dalle trasmissioni radiofoniche condotte alla BBC.

I paesaggi, i villaggi, i volti e i corpi segnati dalla povertà ma di umile eleganza e fierezza compongono un autentico reportage sull’Italia rurale degli anni Cinquanta, un mondo che solo pochi anni più tardi verrà cancellato dal boom economico, dalle nuove ondate migratorie interne.

Lomax ebbe la fortuna di arrivare un attimo prima che questi cambiamenti snaturassero per sempre l’antica anima rurale di un paese dove, come racconta lui stesso, «le giovani donne non hanno il permesso di uscire con i ragazzi, di danzare con loro, di sedersi con loro in salotto e neanche di parlarci per strada, le ragazze, tutte, cantano durante il lavoro. Tutte le canzoni sono d’amore e le loro voci squillanti, alte, si sentono da lontano, attraverso gli oliveti, e dicono ai ragazzi che passano di lì: siamo qui, stiamo pensando a voi».

Cinquefrondi (Calabria): ballo dei giganti, suonatori e danzatrici di tarantella, accompagnamento dei giganti (1953) – fonte http://www.culturalequity.org/

Il ricercatore avverte l’importanza delle sue scoperte, rimane colpito dalla diversità della musica e dal virtuosismo dei musicisti tanto da paragonare la sua esperienza a quella di un uomo del rinascimento davanti ai tesori sepolti dell’antichità classica. Ai tempi Lomax offrì la sua ricerca alla RAI, proponendo la creazione di piccole radio locali che sul modello americano trasmettessero musica locale, ma l’emittente nazionale rifiutò preferendo investire sul modello sanremese. Successivamente le sue tracce furono usate ampiamente da Pasolini nel suo Decamerone, che però non ne citò la provenienza.

Dell’Italia Lomax scrive ancora nel suo diario di viaggio «La maggior parte degli italiani – non importa chi siano o come vivano – ha una passione per l’estetica – scriveva il ricercatore nel suo diario – Magari hanno soltanto una collina rocciosa e le mani nude per lavorare, ma su quella collina costruiranno una casa o un intero paese le cui linee si armonizzano perfettamente con il contesto. Allo stesso modo una comunità può avere una tradizione limitata soltanto a una o due melodie, ma sa esattamente come debbano essere cantate».

E’ una passione fortissima quella che spinge Lomax a continuare il suo vagabondaggio nonostante numerose disavventure (quasi tutti i taccuini del ricercatore vennero rubati alla fine del viaggio), regalandoci magnifiche suggestioni come le lamentatrici dai capelli bianchi come in un “Mississipi blues” mediterraneo, i mulattieri di Montepertuso, i cantori delle solfatare, i lavoratori delle vigne che cantano “con le bocche macchiate di viola, non di santi ma di belle ragazze”, i pescatori “schiavi di galea vestiti di stracci che si passano la rete di mano in mano” che cantano mentre i tonni finiscono nella mattanza; i fieri contadini di Cinquefrondi e di Mammola suonatori di sincopate tarantelle per “le donne che con felicità ed orgoglio danzano all’aperto”. Come fosse l’ultimo dei romantici pionieri del Grand-tour, Lomax con meticolosa accortezza e con un sistema di classificazione musicale, riprese suoni e sentimenti antichi sul suo Magnecord PT-6 per interi mesi.

Calabria: canto alla tonnara, canto e zampogna, suonatore di ciaramella o pipita (1953) – fonte http://www.culturalequity.org/

Ricordando il suo incontro con Alan il regista italiano, Vittorio De Seta, gli chiese di poter utilizzare una sua registrazione per un film-documentario, che stava girando, sulla pesca del pescespada nello stretto di Messina, [video] e in seguito scrisse: “E ‘stato un tempo mitico. Nessuno di noi sospettava che quel mondo fatto di musica, canzoni, la povertà, la gioia, la disperazione,  la violenza, l’ingiustizia, l’amore, il dialetto e la poesia, formata nel corso dei millenni, sarebbe stato spazzato via in un paio di anni …

E’ grazie anche a De Seta che il lavoro di Lomax compie un ulteriore salto in avanti,  e diventa un autentico saggio antropologico dove vengono messe in risalto le relazioni tra musica, lavoro e cultura: i suoni costituiscono il mezzo che permette l’organizzazione del lavoro, del tempo, delle tecniche e dei comportamenti.

L’espressione sui volti di questi cantori è tesa e dolorosa. Non sembrano cantare, ma gridare e lamentarsi come abbandonati a un’angoscia che dà tormento. Le ciglia sono aggrottate. i muscoli facciali sono tesi all’altezza degli zigomi, il volto e il collo sono arrossati per la tensione, le vene e i muscoli del collo sono in rilievo, come se invece di cantare stessero sollevando dei pesi. Possono intonare i loro accordi solo urlando così: quando chiesi loro di ripetere un verso a bassa voce, l’armonia andò in pezzi e non riuscirono a ricordare la melodia”.

Così si legge nelle annotazioni di Lomax, che evocano immagini suggestive rurali affrescate in quegli anni da Rocco Scotellaro ne “I contadini del Sud”, immagini e suoni di un passato che si era mantenuto inalterato fino a quel momento, quasi mitico, prima che tutto venisse trasformato dal progresso economico omologante e dalle grandi emigrazioni.

maggiori info: The Association for Cultural Equity (ACE) fondata da Alan Lomax

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Art Covers : sinestesia tra musica e immagine

Che connessione esiste tra i suoni e le forme, le illustrazioni e le melodie?

Quante volte abbiamo comprato un disco semplicemente perché attratti dalla sua copertina ?

Dal dopoguerra in poi sino ad oggi, con la ripresa delle vendite del vinile, il rapporto tra la copertina di un disco è stato un elemento chiave nella fruizione della musica da parte del pubblico e ha contribuito a connotare significativamente il suo messaggio. Un rapporto inscindibile tra artisti e musicisti attratti dalla possibilità di ritrovarsi “democraticamente” in milioni di case di tutto il mondo a presentare il loro mood poetico.

Questo è l’universo sinestetico in cui si sono mossi gli autori di “Art Record Covers” recente lavoro di Francesco Spampinato tradotto in diverse lingue per i tipi della Taschen. Il libro è una sontuosa antologia che comprende più di 500 opere d’arte di dischi leggendari dagli anni ’40 ad oggi.

Sfogliando il volume, la musica entra nel nostro sguardo con copertine mitiche firmate da oltre 270 pittori e scenografi che hanno definito il rapporto “eccitante” tra musicisti e le arti visive con una strategia comunicativa che si è mantenuta nel tempo a partire dalle innovazioni introdotte dal graphic designer statunitense Alex Steinweiss.

In questa magnifica galleria portatile che da il via ad una forma di collezionismo a prezzi accessibili troviamo Salvador Dalí per l’album di Jackie Gleason, Lonesome Echo, 1955, The Velvet Underground e Nico con la banana di Andy Warhol, il ‘Sgt. Pepper Lonely Hearts Club ‘dei Beatles – opera di Peter Blake, immagini di Robert Mapplethorpe per Patty Smith, Roy Lichtenstein per i Freeman Studies di Négyesy e Cage, Keith Haring per David Bowie e altre indimenticabili copertine che ci hanno fatto sognare negli anni e che continuano a stupirci…

da destra: Andy Warhol per i Velvet Underground, Storm Thorgerson per i Pink Floyd, Peter Blake per i Beatles, Mati Klarwein per Miles Davis, Keith Haring per David Bowie, Roger Law per Jimi Hendrix, Robert Mapplethorpe per Patty Smith, Roy Lichtenstein per J. Nègesy e J. Cage.

da destra: Basquiat per Rammellzee e K-Rob, Salvador Dalì per Jackie Gleason, George Hardie per i Led Zeppelin, Jeff Koons per Lady Gaga, Jamie Reid per i Sex Pistols, Andy Warhol per i Rolling Stones, Caesar Monti, Wanda Spinello e Marco Damiani per P.F.M., Anton Corbjin per U2.

da destra: Kirk Weddleper i Nirvana, Gerhard Richter per i Sonic Youth, Roberto Masotti per Franco Battiato, Henry Fantin-Latour per New Order, Robert Rauschenberg per Talking Heads, Mario Schifano per “Le stelle di Mario Schifano”, Mick Rock per Lou Reed, Barry Godber per i King Crimson.

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Il Museo della Stampa – Centro Studi Stampatori Ebrei di Soncino

Chissà se Piero Manzoni fu interessato dalla Tipografia dei Soncino in via Lanfranco nell’omonima cittadina lombarda, quando da bambino vi trascorreva le vacanze estive con il padre Conte Egisto Manzoni di Chiosca, Valeria Meroni la madre, i suoi fratelli e sorelle. Chissà se pensò solo un attimo alla storia quattrocentesca di quella stamperia, mentre nello studio milanese ascoltando di continuo musica, elaborava i numerosi suoi percorsi creativi. Alcune delle opere lo lasciano intuire ad esempio “Alfabeto” del 1958, o le altre del 1960 “Uovo Scultura n.21” (un vero uovo confezionato in una scatola di legno con impressa ad inchiostro la sua impronta). Inoltre  “Le linee”, realizzate su grandi rotoli di carta con inchiostro tipografico di lunghezze variabili di km.1 o km.7.200 e la più poetica e concettuale “La linea Infinita“. Manzoni nasce a Soncino nel 1933 e vi esordisce artisticamente con una mostra nel 1956 al Castello Sforzesco. La città lo ricorda oggi avendogli dedicato una piccola piazza dove è anche collocata la copia di una sua opera “Base Magica-Scultura Vivente“.

Piero Manzoni e la “Base Magica”

L’artista prematuramente scomparso nel 1963, introdusse l’arte concettuale in Italia come percorso di ricerca autonoma, in un panorama costituito dalle grandi città europee della cultura. Visse la sua Milano del dopoguerra con intelligenza, ironia ed uso sapiente della provocazione artistica, tra i confronti e le strategie poetiche, discusse a lungo prevalentemente al Bar Giamaica. Attualmente una Fondazione cura la sua eredità artistica con grande capacità, mantenendone viva la storia attraverso la tutela delle sue opere.

Oggi a Soncino è possibile visitare negli stessi locali di Via Lanfranco, un bellissimo Museo della Stampa che è anche Centro Studi. Gli ospiti sono introdotti dalla frase di Francesco Bacone che a noi piace molto ” La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende esatto“.

Soncino, Casa degli Stampatori

Nel 1483 Israel Nathan così scriveva al figlio nel colophon del primo libro da lui stampato “tu costruirai l’edificio del mondo, innalzerai la sapienza e produrrai libri mediante la stampa ; in questo vi sono due utilità somme: l’una è che prestissimo se ne produrranno molti, fin tanto che la terra sarà colma di sapere, l’altra è che il loro prezzo non arriverà a quello dei libri scritti con la penna o con lo stilo e chi non avrà sostanze sufficienti per acquisti costosi li comprerà a vil prezzo e al posto dell’oro darà l’argento“.
La storia della stampa si intreccia in tal modo con il borgo di Soncino e con le vicende di una famiglia di ebrei provenienti da Spira (Speier) città tedesca situata vicino a Magonza.
A causa delle numerose persecuzioni anti ebraiche, la famiglia del medico Israel Nathan fu costretta ad allontanarsi dalla Germania per luoghi più ospitali, giunse a Soncino, ove con il benestare dei Duchi di Milano, si insedio nel 1441.
Proprio in quegli anni il borgo viveva il suo rinascimento con un notevole sviluppo di iniziative artigianali, culturali e commerciali, tra le altre la famiglia Nathan intraprese l’attività di stampatori. Il medico ebbe l’idea di applicare la recente tecnica della stampa a caratteri mobili alla sua lingua e quindi di impiantare una tipografia, il figlio Giosuè stampò a Soncino 25 edizioni portando l’arte della stampa ad un alto livello qualitativo.

Museo della Stampa di Soncino, sale interne

Nel 1488 fu stampata nella tipografia dei “Soncino” unici stampatori ebrei in attività in Italia dall’ultimo decennio del 400 al primo quarto del 500, la prima Bibbia completa di vocaboli in ebraico. I Soncino soggiornarono quindi a Venezia ed ebbero rapporti con Aldo Manunzio, seguendolo nel suo successivo spostamento a Fano ove inaugurarono un nuovo corso editoriale con pubblicazioni non più solo in ebraico, ma anche in latino ed in volgare. L’attività della famiglia continuò a Salonicco ed a Costantinopoli, quindi in Turchia ed in Egitto, firmando le edizioni con il loro nome. Il rinascimento, come sappiamo, portò l’editoria nel mondo di allora, il mediterraneo cullerà la diffusione della conoscenza attraverso la stampa, tutto nacque in un piccolo borgo lombardo, per responsabilità delle persecuzioni anti ebraiche.

A sinistra: Yitzhaq ben Shlomoh ibn Sahula, Sefer Meshal ha-qadmoni, s.l. [Fano o Pesaro], Gershom Soncino, s.d. (inizio XVI secolo). BNUTO, Hebr.VII.74. Marca tipografica. L’edizione si attribuisce a Soncino grazie alla marca tipografica.
A destra: Marca tipografica usata da Gershom Soncino a Rimini, Salonicco e Costantinopoli nel 1522 – 1523. nella scitta ebraica disposta ai lati si legge: “Il nome del Signore è una torre saldissima: il giusto vi si rifugia ed è al sicuro”.

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FRANK ZAPPA: ROCK COME PRASSI COMPOSITIVA

A più di vent’anni dalla morte avvenuta il 4 dicembre 1993, Frank Zappa resta, per molti versi un musicista enigmatico. Nonostante libri e numerosi saggi ne abbiano indagato da tempo la figura e la produzione sotto varie angolature, solo di recente e con ritardo si è avviata nel mondo anglosassone, una seria ricognizione musicologica in grado di illustrare la sua capacità di pensare il rock con gli strumenti conoscitivi della musica classico-contemporanea. Zappa è infatti una figura unica nella storia della musica del ventesimo secolo. E’ stato il solo grande compositore a cimentarsi con pari attenzione e maestria sia nel campo del rock che in quello della musica “colta” nel senso più ampio ed aggiornato del termine: dall’ensemble all’orchestra sinfonica, alle forme elettroacustiche ed elettroniche.

Frank Zappa

Il libro di Giordano Montecchi pubblicato per le Edizioni Arcana, amplia un saggio apparso nel volume collettaneo “Frank Zappa Domani” curato da Gianfranco Salvatore e pubblicato da Castelvecchi, affronta per la prima volta alcuni degli affascinanti meccanismi teorico-pratici della sua arte, rivelando la sorprendente originalità con cui Zappa crea il suo lessico musicale e ponendosi come una pionieristica esplorazione del linguaggio modale del musicista. Viene così alla luce un magistero compositivo nel quale rock e pratiche eurocolte mostrano singolari affinità di concezione.
La narrazione e l’analisi abbracciano i primi cruciali quindici anni dell’attività di Zappa, da quando nella seconda metà degli anni sessanta, alla testa dei Mothers of Invention, mette a soqquadro la scena rock internazionale, fino agli sviluppi successivi ed alla compiuta elaborazione di quel suo stile unico ed inconfondibile che lo ha consegnato alla storia della musica [video]. Un tratto provocatorio, coltissimo, ma anche divertentissimo, sempre al confine tra satira socio-culturale e densità di stile. Ecco perchè questo è un testo prezioso, che va a collocarsi tra i vari studi analitici dell’opera zappiana e che si rivolge sia agli appassionati della musica rock che a quelli della classico-contemporanea.

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La filosofia di Han Bennink

Parlare di Han Bennink significa intraprendere un viaggio nella storia del jazz europeo, a cominciare dai primi tentativi di emancipazione dal modello americano fino agli esiti più estremi della free improvisation.
Altro obiettivo del volume è analizzare il drumming benninkiano, sempre riconoscibile indipendentemente dal contesto musicale in cui egli si ritrova.
Intervistando lo stesso Bennink, Catalano prova a descrivere cosa significa essere un improvvisatore prima ancora che un batterista, affrontando così un tema molto discusso come l’improvvisazione, ma da una prospettiva diversa rispetto a quella puramente tecnico-musicale o filosofica.
Raul Catalano
dopo essersi laureato in filosofia presso l’Università Cà Foscari di Venezia nel 2012, ha ottenuto il Diploma in Batteria e Percussioni Jazz presso il Conservatorio di Venezia. E’ membro dell’ ensemble Elettrofoscari, nato dal laboratorio sull’improvvisazione diretto dal Prof. Daniele Goldoni.

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GRAND TOUR ITALIANO: 61 FILM DEI PRIMI ANNI DEL ‘900

Copertina del Cofanetto Grand Tour Italiano

Copertina del Cofanetto Grand Tour Italiano

Attraverso un paziente e lungo lavoro di ricerca e restauro di antiche pellicole la Cineteca di Bologna,  in collaborazione con il FAI  ha selezionato 61 film di viaggio inserendoli in un doppio cofanetto dal titolo “Grand tour italiano“, travelogues girati dalla oltre un secolo fa in tutta la nostra penisola dai primi operatori cinematografici. Ripercorrendo idealmente i movimenti di Paisà di Rossellini, ci immergiamo in viaggio da Sud a Nord, dai vulcani alla campagna meridionale, dalle costiere del tirreno e dell’Adriatico fino alle Grandi città del  centro e del settentrione  per giungere alle magnifiche vette  delle Alpi.

il DVD curato da Andrea Meneghelli e pubblicato dalle EdizioniCineteca è un affresco visivo del nostro Paese, tra bianco&nero, pellicole colorate antiche e rare accompagnate dalla musica di Daniele Furlati.

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I Geroglifici e la Croce: Athanasius Kircher

in un Seicento europeo ricco di fermenti scientifici e culturali  sicuramente funzionali allo sdoganamento dalla neofilosofia platonica rinascimentale, come si definirebbe oggi l’esigenza di cambiamento del secolo barocco, la figura del gesuita tedesco Athanasius Kircher (1602-1680), si inserisce in modo singolarmente autonomo per il suo approccio “anomalo” alla scienza.

Persona estremamente curiosa, letterato, astronomo, matematico, geologo, egittologo, ottico, poliglotta, Kircher incarna perfettamente il sapere enciclopedico, caratteristica che fa di lui un uomo tra i più colti del suo tempo.

Copertina del libro di Giuliano Mori su kircher

Di grande importanza il suo contributo come divulgatore culturale, forse l’ultimo degli ermetici rinascimentali, poi interprete di un’epoca attraverso la creazione di un grandioso museo. Una raccolta di reperti archeologici, curiosità naturali, invenzioni meccaniche, lanterne magiche e orologi magnetici, che dal 1651 diventò un luogo di attrazione della Roma pontificia.

Nel suo saggio Giuliano Mori ricostruisce nel dettaglio il personaggio Kircher collocandolo in modo storicamente corretto al di fuori di ogni immagine stereotipata, costruttore della “Storia universale del mondo“, dove trovano posto tutti i popoli e le religioni della Terra.

Un libro che narra la storia di un pensiero che giunge sino ad oggi carico di sapere e notevoli intuizioni.

Giuliano Mori

I Geroglifici e la Croce. Athanasius Kircher tra Egitto e Roma

Edizioni della Normale, Pisa, 2016