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Mi ricordo Predrag Matvejević, Maestro del Mediterraneo.

Il 2 febbraio è scomparso Predrag Matvejević, aveva 84 anni.

Un amico, un maestro che ho ammirato e a cui devo tanto.

Il suo sguardo vispo, la pacatezza della parola accompagnata a profonde riflessioni “geopoetiche” sullo sviluppo equilibrato ed armonico dei Paesi del Mediterraneo, hanno inciso sul nostro tempo ed affascinato studiosi e persone di tutto il mondo.

Ci incontrammo la prima volta nel giugno del 1998 durante un convegno sulle “Città del Mediterraneo” tenutosi all’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Fu un lungo e inatteso incontro, ricco di stimoli e riflessioni per chi come me lottava contro la perdita di identità e legame a territori resi indifferenti da uno sviluppo non sostenibile, alienati da sistemi mafiosi e degrado politico.

La comune passione per il mare con le sue civiltà stratificate nei secoli, la letteratura odeporica, le commistioni artistiche tra le sponde e una profonda voglia di cambiamento di prospettiva sociale e culturale misero le basi per un’amicizia di lunga durata.

Nel tempo ebbi modo di conoscere il pensiero di un raffinato e colto cosmopolita, profondo e “fulmineo” nel narrare le ragioni della possibile convivenza come arricchimento sociale. Integrazione e scambio di conoscenze su cui basare prospettive di lungo periodo, elementi ripercorsi poeticamente nel suo Breviario Mediterraneo, testo di rara potenza evocativa in continuità ideale con quella del grande storico Fernand Braudel.

L’attualità delle sue opere, oltre all’immenso valore letterario è ravvisabile nello scarto tra il Mediterraneo e la modernità, nel conflitto tra immigrazione, appartenenza e realtà, un pericolo su cui Predrag ha più volte tentato di scuotere una politica che nel tempo, visti i recenti drammi europei e mondiali, ha continuato ad alzare muri; una politica incapace di ascolto e attenzione consapevole nel far fronte ai reali fabbisogni delle civiltà e nell’integrazione delle molteplici culture che si affacciano alle sponde mediterranee.

Negli anni a venire ci incontrammo diverse volte nella sua casa romana per osservare vecchie e nuove fotografie di paesi delle varie sponde con le loro tradizioni e architetture. Altre volte, in lunghi caffè, discutevamo spesso di antichi cartografi e portolani, usanze marinare, riti e gastronomie in un dialogo ricco di domande apparentememte curiose come la sua richiesta di capire le diverse modalità di panificare e consacrare il pane nelle regioni del Sud-Italia.

Comprendo adesso quanto di quei discorsi fossero parte integrante delle sue opere, del suo modo di pensarsi europeista in costante tensione verso le tante troppe fratture e divisioni dei Paesi a nord dell’Unione Europea con quelli mediterranei.

Amante della sua Croazia, cittadino italiano onorario, Predrag Matvejević, a seguito dell’accorata proposta di candidatura al Nobel per la letteratura nel 2016 lanciata da Claudio Magris e altre illustri personalità, ci ha lasciato in una triste stanza di un ospedale psichiatrico di Zagabria. Alla fine di ottobre dello scorso anno, avevo sentito la moglie al telefono che, col garbo che la contraddistingue, mi raccontò delle condizioni travagliate di Pedrag e il lungo silenzio mediatico degli ultimi anni. Gli promisi una visita che immaginavo di fare in questi giorni…

Mi dispiace non averlo potuto rivedere, dopo aver navigato per alcuni tratti di vita come compagni di viaggio tra la terraferma e il mare.

Rilanciamo allora il suo pensiero che come un buon vento viene ad indicarci oggi più che mai la direzione per continuare con forza a tracciare le linee di demarcazione su quel portolano geografico e sociale euromediterraneo in continuo mutamento. Ricominciamo nuovamente dai contorni delle coste e dalle vie che li attraversano per meglio conoscere il carattere degli abitanti, rimanendo vigili sui pericoli e le minacce di un mondo non sostenibile, offrendo approdi sicuri ai nuovi arrivati e quindi nuove opportunità di pace e prosperità per tutti noi.

Grazie Predrag, “nostro“ Maestro del Mediterraneo.

David Murolo, 3 febbraio 2017

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SU “LETTERE MERIDIANE” E LA DECOSTRUZIONE DELL’IMMAGINARIO CALABRO

Intervista semiseria di Francesco Bevilacqua a se stesso

Domanda.

Non vorrei sembrare irriverente, ma non Le sembra che definirsi “cercatore di luoghi perduti”, ormai nel pieno del XXI secolo, come fa Lei sul Suo sito, sia un po’ infantile, un po’ fantasy, o al massimo tardo-new-age? (L’intervistatore sogghigna per il colpo d’inizio, bene assestato).

Risposta.

Sono certo che se La accompagnassi, e poi la abbandonassi, in una valle della Sila o dell’Aspromonte (ma potrei dire anche del Pollino, dell’Orsomarso, della Catena Costiera, delle Serre … insomma di uno dei grandi massicci montuosi della Calabria), Lei verrebbe assalito dal panico. E se non avesse avvertito nessuno a casa, circa la Sua posizione, diventerebbe di sicuro cibo per lupi. Salvo che il suo telefonino non fosse scarico e che avesse campo (fatti entrambi improbabili) e che gli uomini del Soccorso Alpino, allertati magari da Sua moglie, non la trovassero prima dei lupi. Ah, giusto per non far torto ai lupi: loro non mangiano gli uomini, vivi. Tutt’al più un’addentatina al cadavere, solo se hanno tanta fame da sopportare la puzza umana.

Domanda.

Intendevo solo chiederLe se è credibile che esistano “luoghi perduti” nel bel mezzo dell’Europa civilizzata. Con i satelliti, le mappe di Google Heart, le carte topografiche, i GPS. E una regione turistica come la Calabria poi. (Con aria più accondiscendente, ma sempre compiaciuta).

Risposta.

Le piace la tisana di lamponi che Le ho offerto? Sa dove ho raccolto quelle essenze? Sulla Serra di Novacco, nel massiccio dell’Orsomarso, l’estate scorsa. Vede, da quelle parti passò solo un viaggiatore straniero. La zona era tropo isolata e selvaggia già all’epoca. Per la verità era un ufficiale delle truppe napoleoniche, Duret de Tavel, che, ai primi dell’Ottocento combatteva i “briganti” filo-borbonici. Aveva come scolte dei prezzolati del posto. Descrive la zona tra Mormanno ed Orsomarso come una landa orrida e desolata, immersa in foreste inestricabili, abitata solo da animali selvatici. E ancora oggi, da quelle parti non trovi quasi mai nessuno, se non qualche pazzo come me. Come vede le “Indie di quaggiù” di cui parlavano i gesuiti, tra il cinquecento e il seicento, a proposito del Sud Italia, esistono ancora. E la Calabria ne è piena.

Domanda.

E quello sarebbe un “luogo perduto”? (Incredulo).

Risposta.

Lei insiste con questa storia. E allora Le dirò che non c’è nulla di più “perduto”, sulla Terra, di ciò che ci sta vicino, sia che si tratti di persone, sia che si tratti di luoghi. La civiltà – come la chiama Lei – ci aliena dalle persone, nel senso che sostituisce la comunicazione e l’informazione alle relazioni. Ma nello stesso tempo ci estranea dai luoghi in cui abitiamo. Che si trasformano in semplici contenitori territoriali o, se vogliamo, in “non luoghi”, per dirla con Marc Augé (conosce?), spazi artificiali privi di valori storici, identitari e relazionali. Per cui, paradossalmente, il borgo e le cascate di Panetti, pur stando ad un quarto d’ora dall’abitato di Platania (un piccolo comune montano della Presila Catanzarese), sono luoghi perduti ancor più di una remota valle del bacino dell’Orinoco. Di quel luogo non sanno nulla nemmeno coloro che vi abitano vicino. Nel senso che non ne riconoscono l’identità, il valore. La foresta amazzonica, invece, crediamo di conoscerla tutti attraverso l’informazione artefatta e oleografica che ce ne fanno i mezzi di comunicazione di massa. Il conservare memoria di una civiltà, come lo intendeva Corrado Alvaro, è cosa esattamente opposta alla bulimia di informazione omologata e bugiarda che ci propina la civiltà, e che serve, viceversa, a deformare il passato, ad edulcorarlo e restituircelo come un puro bene di consumo. Ecco il senso del mio cercare luoghi perduti. Cerco di riconnettere le anime degli uomini con l’anima dei luoghi. Chiaro?

Pollino. Serra Ciavole. Ph F. Bevilacqua

Domanda.

Non proprio. L’anima dei luoghi? Non mi dica che anche Lei crede che i luoghi abbiano un’anima. Vede che c’è qualcosa di new-age nel Suo pensiero? Forse si riferisce al suo libretto dal titolo “Genius loci“? (Ostentatamente divertito).

Risposta.

In quel libretto, come lo chiama Lei, ho cercato di spiegare come dai filosofi presocratici, passando per il panpsichismo, l’ilozoismo, l’animismo di quasi tutti i popoli primitivi, Platone, Plotino, Virgilio, sino ad arrivare a Jung e ad Hillman e perfino ad architetti e pianificatori dei nostri giorni, si è sempre sostenuto che anche i luoghi hanno un’anima, per nulla dissimile a quella umana. Ovviamente non è un dogma, come quelli a cui ci ha abituati il pensiero cattolico: ognuno è libero di crederci o meno. Sta di fatto che riconoscere l’anima dei luoghi significa dare loro una dignità, capire quel che essi contano per le comunità che vi abitano, anzi, che fanno parte delle “comunità” e che, in quanto tali vanno rispettati. Enzo Bianchi, il priore della Comunità di Bose, dice che l’antico precetto evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso” non si riferisce solo agli uomini ma alla Terra intera, alle sue creature, ai singoli luoghi. E perfino Papa Francesco, nell’enciclica “Laudato si'” ci raccomanda di coltivare la nostra amicizia con Dio in un luogo geografico preciso, che è quello che ci ospita ed ha contribuito a formare la nostra identità. Capisce ora?

Domanda.

Beh, se lo dice anche il Papa! Ma questa storia dei luoghi come si lega al Suo amore per la Calabria? Lei si fregia di non viaggiare fuori dalla Calabria, di essere “uno stanziale errante”. E qui veniamo al Suo ultimo libro, “Lettere meridiane, cento libri per conoscere la Calabria“. Della Calabria se ne parla spesso sui media. La sua realtà, i suoi problemi, anche le sue bellezze sono tutto sommato conosciute? Perché ha scritto tanti libri, molti dei quali sulla Calabria: guide storico-naturalistiche ed escursionistiche ai parchi, libri fotografici, saggi sui viaggiatori, i descrittori, i narratori ed i paesaggi della Calabria? Ed ora anche quest’ultimo, nel quale addirittura sostiene che per conoscere la Calabria bisogna leggere almeno cento libri?

Risposta.

Perché della Calabria è nota la sua immagine stereotipa. E la mia mission come scrittore è decostruire l’immaginario calabro, che poi è frutto, soprattutto, di una auto-rappresentazione dei calabresi. Faccio qualche esempio. Chi erano e chi sono i calabresi? Bruzi uccisori (presunti tali) di Cristo, prima; briganti, poi; ‘ndranghetisti ora. Qual è il tipo del calabrese? Duro, spietato, pericoloso, permaloso, omertoso, indolente, assistito, rassegnato etc. Quali sono i caratteri del paesaggio calabro? Bellissime coste, ma col mare sporco, servizi inadeguati. Il tutto condito dal famoso “non finito calabro”. E le montagne? Una volta, un famoso alpinista mi disse: “Perché, in Calabria ci sono montagne?”

Domanda.

Ma come, le cose non stanno proprio così? (Sinceramente incredulo).

Risposta.

Lei è calabrese vero? E che sa della storia della Calabria? Della geografia, dell’antropologia, della letteratura, della filosofia? Ha mai letto Cassiodoro, Gioacchino da Fiore, Campanella, Telesio, Alvaro, Perri, La Cava, Repaci, De Angelis? Che sa dei Bruzi, della dominazione romana, delle colonie magnogreche, dei bizantini, dei normanni e via discorrendo? Come si può conoscere, comprendere la Calabria, con le sue ombre e le sue luci, col bello e col brutto, se non si indaga su quanto è accaduto nei secoli in questa regione? Come si possono esprimere giudizi? E questo vale per gli outsider, per i forestieri, ma anche per gli insider, i calabresi stessi.

Serre. Placanica. Ph F. Bevilacqua

Domanda.

Scusi, ma non vorrà negare che i calabresi hanno molti vizi e che anche a causa di questi vizi hanno martoriato il proprio territorio, i loro tesori d’arte e d’architettura? E, in fondo, hanno compromesso anche la loro reputazione?

 

Risposta.

Non lo nego affatto. Anzi lo affermo. Ma bisognerebbe chiedersi perché tutto questo è potuto accadere. Salvo che non se ne voglia fare una questione di razza: i calabresi sono fatti così, sono inferiori, sottosviluppati, brachicefali (con poco cervello insomma) come diceva Lombroso. Ma le teorie razziali sono state sconfessate dalla biologia e non sono più un buon alibi per liquidare i problemi senza ragionare.

Domanda.

E allora se non è per un fatto di indole, di carattere, di razza …, perché?

 

Risposta.

Le potrei rispondere con Carlo Levi (lui parlava dei lucani ma va bene anche per i calabresi), con Pier Paolo Pasolini, con Giuseppe Berto. Avevano capito che il perché sta nel complesso di inferiorità della civiltà contadina della Calabria (e del Sud) rispetto alla civiltà industriale del Nord. Dall’Unità in avanti non si è fatto altro che magnificare le sorti dell’Italia industrializzata e denigrare quelle dell’Italia contadina. Sicché i contadini calabresi hanno pensato che tutto ciò che rappresentava quella civiltà inferiore – costruzioni, arti, saperi, storie, paesaggi – non servisse a nulla, non valesse nulla. Ed hanno cominciato a considerarsi una razza inferiore, maledetta, negletta. Hanno dimenticato tutto di se stessi, della loro storia e del loro territorio. Ed hanno cominciato a svendere tutto al peggior offerente. Anche la dignità. A partire dalle classi dirigenti, ovviamente.

Orsomarso. Pressi del Crivo di Rosannita. Ph. F. Bevilacqua

Domanda.

Come spiega il successo inatteso di narratori calabresi come Carmine Abate, Mimmo Gangemi, Gioacchino Criaco, che, nei loro romanzi, raccontano una Calabria che per gran parte non si conosce?

 

Risposta.

Ecco, vede? Questa è la riprova che della Calabria, fuori dalla Calabria, non interessano solo le notizie di cronaca nera. Se la Calabria e i calabresi sono raccontati bene, se si parla di quel che fuori nessuno sa, se si offrono interpretazioni originali, la gente intelligente è interessata, vuol sapere. Qualche giorno fa un docente dell’Istituto Rosmini di Trento mi preannunciava che con un gruppo di studenti sarà in Aspromonte, a Bova, per conoscere dal vivo la realtà della minoranza ellenofona dell’Aspromonte. Ho commentato: finalmente, le Dolomiti vanno in Aspromonte. E, a tal proposito, mi permetta di aggiungere: mi fa un po’ ridere quando i calabresi propongono di far diventare un loro luogo, una loro zona patrimonio mondiale dell’umanità. Che pensino prima a renderlo patrimonio dei calabresi! La Dolomiti, prima di diventare sito Unesco erano patrimonio dei trentini, degli altoetesini, dei veneti.

Domanda.

Posso capire. Ma si tratterà certamente di un viaggio, diciamo, folkloristico. In cerca solo di capre e tarantelle. Una gita scolastica come tante …

 

Risposta.

Tutt’altro. I ragazzi del Rosmini hanno studiato a lungo sui libri e su Internet quella realtà. Ed hanno capito che non è per nulla immobile. Non è un museo en plein air. Non è solo vecchi pastori che risalgono il greto delle fiumare con piccoli branchi di capre. A parte l’accoglienza diffusa nelle case del centro storico, per visitatori consapevoli, che da Bova si sta irradiando anche in altri paesi della zona, a parte “Paleariza“, il festival di ento-musica ed altro che si tiene d’estate, di recente, ad esempio, una cinquantina di pastori/e si sono consorziati per produrre e commercializzare i loro formaggi con tecniche innovative ma sempre partendo dalla tradizione. Ed è stato anche creato un marchio – “Cangiari” (che in dialetto significa “cambiare”) del Gruppo Cooperativo GOEL, che produce tessuti realizzati nei tanti vecchi telai sparsi nei paesi grecanici e li utilizza sino a farne abiti sartoriali. Ovviamente, tutto questo non è che un esempio. Non c’è ideazione senza identità, come dice Umberto Galimberti. Il futuro ha un cuore antico, titola un bel libro di Carlo Levi.

Aspromonte. Rocche di S. Pietro. Ph F. Bevilacqua.

Domanda.

E in “Lettere meridiane”, Lei sostiene queste … cose bislacche?

 

Risposta.

Queste e molte altre. Come l’idea che il lungo sonno della tradizione, l’oblio della civiltà contadina ha prodotto una malattia che chiamo “amnesia dei luoghi” e che questa ha gettato l’intera popolazione calabrese in una sorta di “coma topografico”. Come la proposta introdurre nella Costituzione un “diritto alla nostalgia”, non come sentimento immobilizzante ma come desiderio di riconoscersi, finalmente, in un paese, come scrive Cesare Pavese, in un villaggio vivente nella memoria, come dice Ernesto De Martino. Come l’intuizione di Rilke, secondo cui si nasce solo provvisoriamente in un luogo, ma solo dopo tanto tempo vi si rinasce, ogni giorno più definitivamente.

Francesco Bevilacqua

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EUGENIO MICCINI: La Voce dei Poeti

Nel 2005 la Mediateca delle Marche pubblicò per i suoi Quaderni, un volume dal titolo significativo : I SEMINARI DI CARTACANTA  Dalla Carta al Web, www.Percorsidell’Arte.Lab. Il libro raccoglie saggi e trascrizioni di interventi realizzati durante i seminari del 2003 e del 2004. Uno di questi interventi lo abbiamo voluto pubblicare in forma integrale, si tratta del contributo di Eugenio Miccini (1925-2007) uno dei grandi protagonisti della ricerca poetica ed artistica italiana. Sono trascorsi 13 anni, eppure le sue parole risultano così attuali, la sua colta analisi così lucida. Pensiamo che questa nostra scelta contribuisca ad una riflessione collettiva oggi indispensabile, buona lettura.
La redazione
EUGENIO MICCINI
La Voce dei Poeti
Come diceva Picasso : “io non cerco, io trovo“. La parola “invenzione” dal suo etimo latino, significa trovare. Quindi noi poeti visivi abbiamo trovato che la comunicazione bassa, anche ai tempi di Dante, era il volgare. Lui scriveva in italiano e per convincere i dotti ha dovuto scrivere un trattato in latino, il De Vulgari Eloquentia. Oggi la gente è alfabetizzata ad un altro tipo di linguaggio che ibrida due forme espressive, due codici espressivi, la parola e l’immagine. Wittgenstein scriveva che la parola è la rappresentazione logica delle cose, della realtà. Purtroppo anche il grande Wittgenstein si sbagliava ed è stato corretto proprio da Roland Barthes quando dice che le parole hanno abbandonato le cose.
Tra l’universo della cosiddetta realtà e l’universo simbolico, c’è ormai un divario incolmabile, per cui i poeti che erano “in situazione“, hanno sentito che la loro voce non serviva più a nulla, perchè non aveva un utente. Quindi la poesia si è trovata a parlare di sè, non più a parlare “del” mondo, ma a parlare “nelmondo. Si è innamorata di sè, proprio nel momento in cui nel secolo trascorso c’era una ridondanza delle comunicazioni così dette sociali, con la grande invadenza dei mass-media, della pubblicità, di tutta la struttura mercantile della civiltà dei consumi.
Faccio un passo indietro. Qualche anno fa la Biennale di Venezia organizzò un convegno intitolato “Lo scambio tra le arti nel novecento“, in ritardo di ben 40 anni rispetto ai due convegni che facemmo a Firenze su “Arte e tecnologia” e su “Arte e comunicazione“, studiando le interazioni tra codici espressivi diversi in ogni campo della cultura. Pensate al potere logico della parola che costituisce un linguaggio temporale, avvicinatela all’immagine che invece è un linguaggio ambiguo, spaziale, cercate di creare un sinergismo tra la parola e l’immagine. Questo l’ha fatto la pubblicità, non l’hanno fatto gli artisti. Il nostro volgare era proprio un rispecchiamento, anzi allora si chiamava un risarcimento estetico di tutto quello che la civiltà contemporanea andava producendo, dilapidando, disperdendo. In fondo anche la Pop Art, nonostante fosse un’apologia negativa della società dei consumi, le immagini le ha trovate e non solo, ma un tecnico specializzato della serigrafia diceva che anche Warhol ha sbagliato scientemente tutte le serigrafie, perchè non erano “ben a registro” come si dice in termine tecnico. Ho per altro insegnato in Accademie di Belle Arti nelle quali le discipline cartografiche, non comprendevano la serigrafia.
Il novecento ha prodotto tanti capolavori, ma non esiste un catalogo di quelli serigrafici.

Eugenio Miccini, Senza titolo (serie Poesia trovata), 1987.

 

Tornando al convegno di Venezia sullo scambio tra le arti del novecento, Umberto Eco dichiarò che lo scambio tra i linguaggi nella letteratura era una forma retorica che si chiamava ipotiposi, ho scritto un libro sulla retorica della fotografia e conosco bene le immagini della ipotiposi. Non concordai e dissi che l’ipotiposi è l’allusione di un linguaggio ad un altro linguaggio, ma sempre all’interno della letteratura. Mentre noi della poesia visiva non abbiamo usato un linguaggio che alludesse ad un altro linguaggio, abbiamo usato due codici diversi:
l’immagine e la parola.
Un giorno ricevetti una lettera da uno degli americani, Lawrence Ferlinghetti. C’era stata la commemorazione di Francesca Bertini regina del cinema muto, avevo scritto su una tela emulsionata tratta da un fotogramma di un film con la Bertini ” la poesia è morta, viva la poesia“, come usavano dire i francesi quando moriva il re ” morto il re, viva il re”. Ferlinghetti mi chiese il permesso di mettere questa frase in un suo libro intitolato “Il poeta“, acconsentii.
In che senso la poesia come la intendevamo noi era morta? C’è un bel saggio di Jan Mukarosvky, che dice che ogni invenzione stilistica, ogni innovazione estetica, rompe la tradizione, la infrange, con un lento processo creativo che costituisce la storia della cultura, però a sua volta crea anch’essa un modello che bisogna evitare. Sarebbe quella rivoluzione permanente di cui parlava Trotskij, quando non bastava conquistare il potere, bisognava mantenerselo vivo in maniera sempre critica. Quindi il rischio di noi artisti o poeti, non so bene cosa siamo, potrebbe essere quello di riscrivere le cose già scritte, di ridipingere le cose già dipinte, per cui l’arte genererebbe l’arte. Allora un mio antico allievo che faceva poesia visiva, Achille Bonito Oliva, ha inventato un concetto che lui chiama “lo strabismo culturale“. Lui diceva “bisogna essere strabici nel campo della cultura : con un occhio si guarda il mondo dell’arte e quindi si prende forza dalla tradizione, sia pure per rinnegarla, criticarla o non criticarla, ma con l’altro occhio bisogna guardare il mondo della vita“. Il mondo della vita non è un mondo inerte, produce un sacco di testimonianze di se, anche in questi momenti così drammatici, che sono tanto più drammatici quanto più sono documentati attraverso le immagini..
Molti insegnanti di lettere ignorano gli epigrammi che Vittorio Alfieri scriveva sui giornalisti e che risultano assenti anche dalle antologie di Letteratura Italiana. Diceva “chi ci infama? I giornalisti, chi si infama? I giornalisti. Chi li sfama i giornalisti? ” e ancora ” i giornalisti, gli invidiosi, i cupidi, i tristi “.
Non vorrei dire male di una categoria a cui anch’io appartengo, voglio dire che anche l’informazione ha dei lati negativi.
Il vecchio Marshall McLuhan diceva che il tram elettrico non solo fa meglio quello che prima faceva il tram a cavalli, ma ha inventato delle prestazioni che prima erano impensabili. Dobbiamo riflettere un pò su questo.
Quali sono le prestazioni che non esistevano prima della rivoluzione tecnologica ed erano perfino impensabili? L’altro giorno ero insieme a Vittorio Fagone e c’era una artista che parlava non solo della solitudine dell’artista, ma del silenzio dell’artista oggi ed io ho detto : “attenzione, il silenzio ce l’ hanno loro. La nostra piccola, esile voce non avrà grandi udienze, non avrà grande riscontro, ma è un parlare autentico“, mentre le cosiddette comunicazioni di massa che si potrebbero giustamente definire mezzi di comunicazioni “per” la massa, ormai sono condannati ad una tale ridondanza per cui l’entropia li riduce al silenzio.
E’ un silenzio comunicativo, oppure un rumore comunicativo così alto, forse perchè sono arrivati al livello degli ultrasuoni, per cui noi non possiamo neanche percepirlo.
Eppure invadono anche quello spazio che invece dovrebbe essere occupato dalla voce dei poeti.
Eugenio Miccini

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DOLLY – “ILLUSTRARE STORIE PER IL CINEMA”

L’idea sottesa alla sezione Dolly per la Sceneggiatura visiva del Premio Internazionale Mattador è quella di aver prefigurato, già nel 2105, da parte degli organizzatori triestini e dunque proposto anche quest’anno all’attenzione di potenziali giovani autori di cinema, modalità di scrittura delle immagini filmiche o dei media audiovisivi aggiuntive, quando non sostitutive, rispetto ai consueti modelli letterari. In questo senso, l’innovazione costituita da Dolly si qualifica come un suggerimento di sperimentazione di scrittura creativa atta a prefigurare una sorta di scommessa artistica per gli sceneggiatori-disegnatori partecipanti: scrivere un film disegnandolo.

Il coinvolgimento di forme scritturali differenti che uniscano la parola scritta con l’immagine, amplia le possibilità inventive e narrative in ordine alla sinteticità, al cromatismo, alle forme, alle linee di sviluppo di spazi e volumi che possono trovare, in un numero limitato di tavole, un senso di storia visiva alla quale fare riferimento nei tempi successivi, quelli dedicati alla pratica messa in opera – sul set – sotto forma di immagini filmate. Se il tradizionale script di un film, prima di diventare un apparato di immagini in movimento, si trova inevitabilmente soggetto a tempi di attesa, preparazione, riscrittura, produzione ed edizione a volte anche lunghi, è prevedibile che l’”invecchiamento” di un testo sceneggiato in forma letteraria sia attenuato da un similare racconto esposto però sotto forma di story board e questo in ragione del fatto che tendenzialmente la parola – denotativa e significante in maniera precisa – per così dire, si logora nel tempo più dell’immagine. La quale, per la caratteristica di sinteticità che l’avvicina significativamente proprio al linguaggio cinematografico di suggerire ed evocare piuttosto che, appunto, dire analiticamente qualcosa, può potenzialmente resistere di più a quella che potremmo segnalare come un’ideale sequenza: idea-creazione-sviluppo-attesa-lavoro finito.

Premio Mattador

Insomma, pensare per immagini, ovvero pre-vedere una storia, sentirla nella mente e nel cuore e disegnarla, è una pratica che in qualche modo, e stupendamente, può ridurre o eliminare il passaggio ripetitivo e regressivo che dalla visione approda alla messa in scrittura di vicende che poi saranno destinate a tornare ad essere immagini sullo schermo. Come dire, se un/una giovane ha qualcosa da dire – con quella potente spinta all’Arte che potremmo definire come una vitale urgenza necessaria – meglio un’immagine originale che nasca e resti tale piuttosto che la seconda copia di quella stessa immagine.

Un’altra motivazione determinante la nascita di Dolly è partita dal convincimento che, come noto, il mondo delle immagini ha ormai invaso e pervaso la vita quotidiana a livelli impensabili solo pochi anni fa e con un ritmo, una velocità ed un’eccitazione digitale sempre crescenti. E quindi, un possibile modo per mettersi sulla lunghezza d’onda dei giovani artisti visivi, dei disegnatori, dei pittori, degli scenografi, degli sceneggiatori-scrittori, è quello di intercettare nuove potenzialità nonché inedite aperture espressive connesse a queste nuove occasioni tecnico-creative acquisite dalle nuove generazioni. È anche per questa ragione che l’attenzione di Dolly – sulla scorta delle aspirazioni e delle volontà del giovane Matteo Caenazzo alla figura del quale Mattador si ispira – si rivolge in maniera attenta ed appassionata agli studenti delle Accademie, dei Corsi di Arte e di Beni culturali o di chi in ogni caso percorre la variegata via artistica del disegno, della pittura o della scultura per ideare, creare e fare cinema.

Fabrizio Borin, Docente di Storia del Cinema all’Università Ca’ Foscari di Venezia  – Direttore artistico del Premio Mattador e della collana Scrivere le immagini. Quaderni di sceneggiatura.