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CADORE: Itinerari alla riscoperta degli antichi organi

Da 24 anni, durante l’estate, il Cadore si percorre con un itinerario che si snoda ai piedi delle Dolomiti, alla riscoperta degli antichi organi e degli altri tesori d’arte e di fede, custoditi nelle numerose Chiese del territorio. l’Associazione Organi Storici del Cadore, con il coordinamento e la promozione della Magnifica Comunità è riuscita negli anni a coinvolgere i Comuni, le Associazioni e le Parrocchie, per rivisitare strumenti musicali preziosi attraverso concertazioni di qualità ed in alcuni casi, contribuendo al loro restauro.

Un patrimonio storico artistico, una eredità importante da preservare, conoscere e far conoscere.

il Cadore, infatti, (caso più unico che raro in un territorio così ristretto) può vantare ben 25 organi, di cui oltre la metà funzionanti ed utilizzabili, risalenti ai secoli XVIII e XIX, gran parte costruiti dai migliori esponenti della grande Scuola organaria veneta, quali il Nacchini, i Callido, De Lorenzi, Bazzani.

Il Direttore Artistico, Renzo Bortolot, ha distribuito in ventisei appuntamenti fino al 7 settembre  [quì il programma] il percorso dell’Edizione 2017, aggiungendo alcuni approfondimenti tematici, presentazioni editoriali ed incontri, con la novità dal 2 al 27 agosto a Zoppè di Cadore della mostra ” Il Legno che Risuona, Mandole, Mandolini, Chitarre e… un Clavicembalo”, a cura dell’Arch, Renzo Lazzarin maestro liutaio.

Il folklore immaginario dei Penguin Cafè Orchestra

Era il 1976 quando Brian Eno produsse e pubblicò Music from the Penguin Cafe  per la sua Obscure Records, un album denso di musiche di un “folkore immaginario” suonate da un ensemble errante di orchestrali guidati dalle eclettiche partiture del chitarrista Simon Jeffes. Un suono armonioso e gentile ricco di una grande varietà di strumenti della tradizione fra, ukulele, banjo, mandolini, harmonium, violini e violoncelli, ottoni e percussioni che danno vita ad una colonna sonora intima, esotica, visionaria, un pò elettrica e un pò acustica, divertente e fantasiosa, che alterna pezzi di folk, rock, classica in un mix dal sound unico, inclassificabile e inconfondibile.

Come faranno per strade diverse Jon Hassell, Peter Gabriel, Eno-Byrne, Paul Simon, Ryuichi Sakamoto, questo ampliato e formidabile “quartetto da camera”  accolse altre musiche dal mondo inserendovi degli elementi timbrici ed armonici capaci di creare uno straniamento culturale musicale non totalmente assimilabile ad un genere o tradizione.

Nel succedersi e nell’avvicendarsi di molti musicisti, nel 1981 arriva Penguin Cafè il secondo album che rappresenta un capolavoro surreale di sensibilità melodica, dall’essenziale e labile minimalismo di grande abilità acustica e rigore esecutivo. Seguono la suadente e perfetta fusion etnica orchestrale di Broadcasting from Home (1984), il capolavoro di equilibrismo stilistico Signs of Life (1987), When In Rome  fondamentale album live registrato alla Royal Festival Hall nel 1987, Still Life (1990) album di accompagnamento al balletto omonimo coreografato da David Bintley.

Infine nel 1993 esce Union Cafè e nel 1995 il riassuntivo  Concert Program che presentano nuovi pezzi arrangiati e modulati in lunghezza e profondità orchestrale e che molti di noi hanno potuto apprezzare nel 1991 in un lungo mese di concerti a Bologna, nello spazio dell’ ex carcere di S. Giovanni al Monte. Nella piazza vicino al carcere una porta di metallo con un disegno stilizzato di un tavolo e due sedie diverrà il simbolo dell’orchestra [riprodotta nell’album Brief History]  e da quei concerti scaturirà la raffinata e sognante Silver Star of Bologna.

Il posto di Simon Jeffes, scomparso nel 1997, è stato preso dal figlio Arthur, che dopo anni di rifacimenti e concerti commemorativi è riuscito a compiere un nuovo sforzo discografico riprendendo il discorso da dove il padre aveva lasciato. Disponibile dal 5 maggio 2017 per l’etichetta Erased Tapes Records, The Imperfect Sea [anteprima] è il nuovo album dei Penguin Cafè che riprendono e rinnovano forme musicali e atmosfere e suggestioni tipiche della stravagante Orchestra.

Un nuovo pinguino continua a viaggiare alla scoperta di nuovi territori musicali e stati d’animo in quel “mare di imperfezioni”, che riflettono l’idea che la bellezza può essere trovata accettando il Kaos che la vita propone.

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Il viaggio musicale di Alan Lomax

“Non sapevo perché una vecchia registrazione sul campo fatta da Alan Lomax mi suonasse migliore, ma era così.” –  Bob Dylan –

Alan Lomax (1915-2002) etnomusicologo, antropologo  e produttore discografico è stato uno dei personaggi più importanti della musica del Novecento.

La sua fu una vita errabonda di incessante ricerca, cominciata già negli anni ‘30 quando in compagnia del padre, musicologo a sua volta, compì un lungo viaggio nel sud degli Stati Uniti per documentare con registrazioni sul campo, la cultura musicale dei discendenti degli schiavi deportati dall’Africa

Per più di dieci anni i Lomax (il cui cognome originario era Lomazzi, italiani emigrati in America), muniti solo di un registratore portatile a dischi d’alluminio del peso di un quintale, batterono gli  stati meridionali degli Stati Uniti.

Da questo grandioso lavoro per dimensioni e importanza culturale scaturì una poderosa raccolta di incisioni e registrazioni che confluirono nell’Archive of American Folk Song della Biblioteca del Congresso, con cui gli americani poterono conoscere il Blues, i work songs e spiritual, nonché ascoltare artisti altrimenti destinati all’oblio.

Pioniere della “storia orale”, Lomax realizzò tra l’altro una serie di interviste ai più grandi jazzisti e folksinger americani: Woody Guthrie, Lead Belly, Muddy Waters, Jelly Roll Morton.

Negli anni 40 la sua vicinanza  ad artisti politicamente schierati e la sua ostinazione nel raccogliere canzoni di afroamericani in prigione o di lavoratori in sciopero attirò su di lui l’attenzione dell’FBI per sospette attività antiamericane.

Il clima suggeriva di allontanarsi per un po’. Finì a Londra, dove riuscì a trovare un contratto con la BBC per la realizzazione di una serie di incisioni discografiche e trasmissioni radio sulle musiche popolari europee.

In realtà scopo fondamentale del viaggio di Lomax era la creazione della Columbia World Library, ovvero realizzare una collana discografica che contenesse le musiche folk di tutto il mondo in una trentina o quarantina di long playing.

Prima tappa fu la Spagna dove, aiutato da numerosi studiosi e nonostante la sua  avversione per la dittatura Franchista, realizzò centinaia di registrazioni che confluiranno in Folk Music of Spain, 11 LP per l’etichetta Westminster di New York.  I risultati di questa prima ricerca europea sulla musica tradizionale spagnola fu usata abbondantemente da Miles Davis e Gil Evans per il capolavoro “Sketches of Spain”.

L’esperienza spagnola fu importante anche perché è qui che Lomax, per la prima volta, incomincia a fotografare con regolarità i cantori e musicisti che si esibiscono per lui, i paesaggi, la gente comune, l’architettura.

Ed è sulle basi di queste premesse che Lomax, nel 1953 si prepara alla tappa successiva: l’Italia.

Il suo viaggio nel bel paese durò circa sette mesi, a bordo di un furgone Volkswagen, grazie al quale battè in lungo e in largo la penisola realizzando più di duemila registrazioni e scattando migliaia di indimenticabili fotografie.

In Italia, Lomax trova la collaborazione preziosa dell’etnomusicologo reggino Diego Carpitella, all’epoca assistente alla direzione del Centro Nazionale di Studi sulla Musica Popolare di Roma, ricercatore del corpus sonoro e musicale tradizionale del Salento con Ernesto De Martino e per lunghi anni docente di Etnomusicologia alla Sapienza.

Diego Carpitella, lo aiutò a  districarsi nelle sterminate e frammentate realtà locali calabresi tra Scilla, Melia, Palmi, Bagnara, Cardeto, Giffone, Mammola, Cinquefrondi, Vibo Marina, Nicastro registrando circa 130 brani. Ma il viaggio continuò dalla Sicilia al Piemonte, dalla Lombardia, all’Abruzzo, dalla Liguria al Salento, dal Friuli al Veneto, alla ricerca dei suoni della musica popolare, ed alla fine i pezzi raccolti furono oltre tremila.

Lomax registrò e conobbe migliaia di cantanti e musicisti che, durante i momenti di festa e di lavoro, tramandavano una tradizione secolare, aggiungendo tarantelle e zampogne a quell’immenso archivio, fatto di anni di ricerca e passione. Il risultato delle ricerche italiane si può ascoltare  in due dischi intitolati “World Library of Folk” and “Primitive Music”.

Se si vuole invece un resoconto completo di quell’incredibile viaggio, allora bisogna leggere “L’anno più felice della mia vita”, edizioni il Saggiatore. Il libro, il cui titolo è tratto da una citazione in ricordo del periodo italiano trascorso da Lomax, contiene una lunga testimonianza della figlia Anna Lomax Wood e una presentazione di Martin Scorsese. Il volume ricostruisce quello straordinario esercizio di conoscenza, sbalordimento e rivelazione che accompagnarono quel viaggio, come conferma la figlia nel ricordo dei tumultuosi momenti vissuti al seguito del padre: «Alan non si stancò mai di ripetere che il paesaggio sonoro che aveva scoperto in Italia era il più ricco, il più sorprendente vario e originale da lui mai incontrato, e fu sempre molto fiero delle sue registrazioni. (…) so che lavorare con gli italiani, a ogni livello, lo aveva divertito molto: gli erano piaciuti l’acume intellettuale, il senso del tragico e del comico, l’ironia e la capacità di superare ogni ostacolo che aveva trovato in tanti amici- cantanti, musicisti, ricercatori come lui.»

Il libro è una splendida testimonianza dell’Italia del dopoguerra, un documento unico che ritrae un paese in cui la musica popolare era una parte fondamentale della vita quotidiana come si evince da oltre duecento fotografie, commentate dalle parole e dalla sensibilità dello stesso Lomax tratte dai suoi saggi, dai taccuini di viaggio e dalle trasmissioni radiofoniche condotte alla BBC.

I paesaggi, i villaggi, i volti e i corpi segnati dalla povertà ma di umile eleganza e fierezza compongono un autentico reportage sull’Italia rurale degli anni Cinquanta, un mondo che solo pochi anni più tardi verrà cancellato dal boom economico, dalle nuove ondate migratorie interne.

Lomax ebbe la fortuna di arrivare un attimo prima che questi cambiamenti snaturassero per sempre l’antica anima rurale di un paese dove, come racconta lui stesso, «le giovani donne non hanno il permesso di uscire con i ragazzi, di danzare con loro, di sedersi con loro in salotto e neanche di parlarci per strada, le ragazze, tutte, cantano durante il lavoro. Tutte le canzoni sono d’amore e le loro voci squillanti, alte, si sentono da lontano, attraverso gli oliveti, e dicono ai ragazzi che passano di lì: siamo qui, stiamo pensando a voi».

Cinquefrondi (Calabria): ballo dei giganti, suonatori e danzatrici di tarantella, accompagnamento dei giganti (1953) – fonte http://www.culturalequity.org/

Il ricercatore avverte l’importanza delle sue scoperte, rimane colpito dalla diversità della musica e dal virtuosismo dei musicisti tanto da paragonare la sua esperienza a quella di un uomo del rinascimento davanti ai tesori sepolti dell’antichità classica. Ai tempi Lomax offrì la sua ricerca alla RAI, proponendo la creazione di piccole radio locali che sul modello americano trasmettessero musica locale, ma l’emittente nazionale rifiutò preferendo investire sul modello sanremese. Successivamente le sue tracce furono usate ampiamente da Pasolini nel suo Decamerone, che però non ne citò la provenienza.

Dell’Italia Lomax scrive ancora nel suo diario di viaggio «La maggior parte degli italiani – non importa chi siano o come vivano – ha una passione per l’estetica – scriveva il ricercatore nel suo diario – Magari hanno soltanto una collina rocciosa e le mani nude per lavorare, ma su quella collina costruiranno una casa o un intero paese le cui linee si armonizzano perfettamente con il contesto. Allo stesso modo una comunità può avere una tradizione limitata soltanto a una o due melodie, ma sa esattamente come debbano essere cantate».

E’ una passione fortissima quella che spinge Lomax a continuare il suo vagabondaggio nonostante numerose disavventure (quasi tutti i taccuini del ricercatore vennero rubati alla fine del viaggio), regalandoci magnifiche suggestioni come le lamentatrici dai capelli bianchi come in un “Mississipi blues” mediterraneo, i mulattieri di Montepertuso, i cantori delle solfatare, i lavoratori delle vigne che cantano “con le bocche macchiate di viola, non di santi ma di belle ragazze”, i pescatori “schiavi di galea vestiti di stracci che si passano la rete di mano in mano” che cantano mentre i tonni finiscono nella mattanza; i fieri contadini di Cinquefrondi e di Mammola suonatori di sincopate tarantelle per “le donne che con felicità ed orgoglio danzano all’aperto”. Come fosse l’ultimo dei romantici pionieri del Grand-tour, Lomax con meticolosa accortezza e con un sistema di classificazione musicale, riprese suoni e sentimenti antichi sul suo Magnecord PT-6 per interi mesi.

Calabria: canto alla tonnara, canto e zampogna, suonatore di ciaramella o pipita (1953) – fonte http://www.culturalequity.org/

Ricordando il suo incontro con Alan il regista italiano, Vittorio De Seta, gli chiese di poter utilizzare una sua registrazione per un film-documentario, che stava girando, sulla pesca del pescespada nello stretto di Messina, [video] e in seguito scrisse: “E ‘stato un tempo mitico. Nessuno di noi sospettava che quel mondo fatto di musica, canzoni, la povertà, la gioia, la disperazione,  la violenza, l’ingiustizia, l’amore, il dialetto e la poesia, formata nel corso dei millenni, sarebbe stato spazzato via in un paio di anni …

E’ grazie anche a De Seta che il lavoro di Lomax compie un ulteriore salto in avanti,  e diventa un autentico saggio antropologico dove vengono messe in risalto le relazioni tra musica, lavoro e cultura: i suoni costituiscono il mezzo che permette l’organizzazione del lavoro, del tempo, delle tecniche e dei comportamenti.

L’espressione sui volti di questi cantori è tesa e dolorosa. Non sembrano cantare, ma gridare e lamentarsi come abbandonati a un’angoscia che dà tormento. Le ciglia sono aggrottate. i muscoli facciali sono tesi all’altezza degli zigomi, il volto e il collo sono arrossati per la tensione, le vene e i muscoli del collo sono in rilievo, come se invece di cantare stessero sollevando dei pesi. Possono intonare i loro accordi solo urlando così: quando chiesi loro di ripetere un verso a bassa voce, l’armonia andò in pezzi e non riuscirono a ricordare la melodia”.

Così si legge nelle annotazioni di Lomax, che evocano immagini suggestive rurali affrescate in quegli anni da Rocco Scotellaro ne “I contadini del Sud”, immagini e suoni di un passato che si era mantenuto inalterato fino a quel momento, quasi mitico, prima che tutto venisse trasformato dal progresso economico omologante e dalle grandi emigrazioni.

maggiori info: The Association for Cultural Equity (ACE) fondata da Alan Lomax

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Art Covers : sinestesia tra musica e immagine

Che connessione esiste tra i suoni e le forme, le illustrazioni e le melodie?

Quante volte abbiamo comprato un disco semplicemente perché attratti dalla sua copertina ?

Dal dopoguerra in poi sino ad oggi, con la ripresa delle vendite del vinile, il rapporto tra la copertina di un disco è stato un elemento chiave nella fruizione della musica da parte del pubblico e ha contribuito a connotare significativamente il suo messaggio. Un rapporto inscindibile tra artisti e musicisti attratti dalla possibilità di ritrovarsi “democraticamente” in milioni di case di tutto il mondo a presentare il loro mood poetico.

Questo è l’universo sinestetico in cui si sono mossi gli autori di “Art Record Covers” recente lavoro di Francesco Spampinato tradotto in diverse lingue per i tipi della Taschen. Il libro è una sontuosa antologia che comprende più di 500 opere d’arte di dischi leggendari dagli anni ’40 ad oggi.

Sfogliando il volume, la musica entra nel nostro sguardo con copertine mitiche firmate da oltre 270 pittori e scenografi che hanno definito il rapporto “eccitante” tra musicisti e le arti visive con una strategia comunicativa che si è mantenuta nel tempo a partire dalle innovazioni introdotte dal graphic designer statunitense Alex Steinweiss.

In questa magnifica galleria portatile che da il via ad una forma di collezionismo a prezzi accessibili troviamo Salvador Dalí per l’album di Jackie Gleason, Lonesome Echo, 1955, The Velvet Underground e Nico con la banana di Andy Warhol, il ‘Sgt. Pepper Lonely Hearts Club ‘dei Beatles – opera di Peter Blake, immagini di Robert Mapplethorpe per Patty Smith, Roy Lichtenstein per i Freeman Studies di Négyesy e Cage, Keith Haring per David Bowie e altre indimenticabili copertine che ci hanno fatto sognare negli anni e che continuano a stupirci…

da destra: Andy Warhol per i Velvet Underground, Storm Thorgerson per i Pink Floyd, Peter Blake per i Beatles, Mati Klarwein per Miles Davis, Keith Haring per David Bowie, Roger Law per Jimi Hendrix, Robert Mapplethorpe per Patty Smith, Roy Lichtenstein per J. Nègesy e J. Cage.

da destra: Basquiat per Rammellzee e K-Rob, Salvador Dalì per Jackie Gleason, George Hardie per i Led Zeppelin, Jeff Koons per Lady Gaga, Jamie Reid per i Sex Pistols, Andy Warhol per i Rolling Stones, Caesar Monti, Wanda Spinello e Marco Damiani per P.F.M., Anton Corbjin per U2.

da destra: Kirk Weddleper i Nirvana, Gerhard Richter per i Sonic Youth, Roberto Masotti per Franco Battiato, Henry Fantin-Latour per New Order, Robert Rauschenberg per Talking Heads, Mario Schifano per “Le stelle di Mario Schifano”, Mick Rock per Lou Reed, Barry Godber per i King Crimson.

Jaco Pastorius

Crescere con la musica di grande ascolto è una esperienza comune a tanti.

Vogliamo segnalare alcuni personaggi e relativi prodotti discografici che hanno segnato la storia degli ultimi decenni.

Un invito al riascolto di

Un bellissimo disco pubblicato nel 1983, un grande musicista, da ascoltare su vinile o cd possibilmente con un buon impianto valvolare. Musiche dello stesso Pastorius, Duke Ellington, John Coltrane, Gil Evans e Miles Davis.
Una tessitura di suoni e alcune tracce memorabili [video] da fruire immergendosi nelle esecuzioni tutte rigorosamente dal vivo.
Sul palco una magnifica Big Band, la poetica Harmonica di Jean “Toots” Thielemans ed il basso continuo di Pastorius in versione fretless.
Forse lo stesso strumento, un Fender Jazz Bass del 1962 da lui trasformato riempiendo i solchi rimasti dalla rimozione delle barrette metalliche con mastice per legno e rivestendo il manico con resina epossidica marina.
Negli anni 60 altri musicisti avevano optato per l’elettrico con il manico dolce per produrre suoni indimenticabili come John Entwistle dei Who, Bill Wyman dei Rolling Stones e John Paul Jones dei Led Zeppelin ma la personalità di Pastorius fu unica nello sfruttare tutte le opportunità di produzione sonora dello strumento.
John Francis Pastorius detto Jaco nasce nel 1951 a Norristown in Pennsylvania e morirà, ucciso da un buttafuori nel 1987. Padre tedesco e mamma scandinava, un nonno batterista dilettante, Jaco seguirà fin da giovane il padre, ottimo batterista jazz, nel suo girovagare da orchestrale. Inizia a suonare a 12 anni la batteria, poi le prime esperienze con il basso intorno ai 15 anni, il suo primo strumento, che lo caratterizzerà, sarà un Fender Jazz del 1960.
Le cronache di settore iniziano ad interessarsi di lui nel 1974 quando con Paul Bley al piano, Pat Metheny alla chitarra e Bruce Ditmas alla batteria, si esibisce per diverse serate al Jazz Club di New York.
Nel 1975 il suo primo album da solista, tra i musicisti  Herbie Hancock. Il 1976 è l’anno del suo ingresso nei Weather Report in sostituzione di Alphonso Johnson, rimarrà con il gruppo fino al 1982. Nel 1981 fonda la Word of Mouth Big Band, ma non sarà questo il motivo del suo abbandono dei Weather Report, Pastorius aveva un carattere scontroso con una vita portata costantemente all’eccesso, non sempre sufficientemente lucido durante le frequentissime performance, possiamo dire non proprio il compagno di strada ideale per lo storico ensemble.
Rimane indimenticabile per noi fortunati, il concerto dei Weather Report in Piazza IV novembre a Perugia nel 1973 per la prima edizione di Umbria Jazz. Ma un bellissimo ricordo è anche quello di Jaco Pastorius un anno prima della sua scomparsa, in quintetto in vari palasport e teatri tenda da nord a sud della nostra penisola, tra un pubblico entusiasta e vera musica fusion.
Jaco, il documentario del 2015 diretto da Paul Marchand e Stephen Kijak e prodotto da Robert Trujillo dei Metallica, ispirato alla vita e alla carriera del più grande bassista di sempre approfondisce le brillanti qualità di un innovatore, un rivoluzionario delle note.
A chi gli chiedeva se la sua musica fosse definibile fusion jazz, Jaco era solito rispondere:
Io non suono fusion, io suono musica americana moderna. Punto e a capo“.

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FRANK ZAPPA: ROCK COME PRASSI COMPOSITIVA

A più di vent’anni dalla morte avvenuta il 4 dicembre 1993, Frank Zappa resta, per molti versi un musicista enigmatico. Nonostante libri e numerosi saggi ne abbiano indagato da tempo la figura e la produzione sotto varie angolature, solo di recente e con ritardo si è avviata nel mondo anglosassone, una seria ricognizione musicologica in grado di illustrare la sua capacità di pensare il rock con gli strumenti conoscitivi della musica classico-contemporanea. Zappa è infatti una figura unica nella storia della musica del ventesimo secolo. E’ stato il solo grande compositore a cimentarsi con pari attenzione e maestria sia nel campo del rock che in quello della musica “colta” nel senso più ampio ed aggiornato del termine: dall’ensemble all’orchestra sinfonica, alle forme elettroacustiche ed elettroniche.

Frank Zappa

Il libro di Giordano Montecchi pubblicato per le Edizioni Arcana, amplia un saggio apparso nel volume collettaneo “Frank Zappa Domani” curato da Gianfranco Salvatore e pubblicato da Castelvecchi, affronta per la prima volta alcuni degli affascinanti meccanismi teorico-pratici della sua arte, rivelando la sorprendente originalità con cui Zappa crea il suo lessico musicale e ponendosi come una pionieristica esplorazione del linguaggio modale del musicista. Viene così alla luce un magistero compositivo nel quale rock e pratiche eurocolte mostrano singolari affinità di concezione.
La narrazione e l’analisi abbracciano i primi cruciali quindici anni dell’attività di Zappa, da quando nella seconda metà degli anni sessanta, alla testa dei Mothers of Invention, mette a soqquadro la scena rock internazionale, fino agli sviluppi successivi ed alla compiuta elaborazione di quel suo stile unico ed inconfondibile che lo ha consegnato alla storia della musica [video]. Un tratto provocatorio, coltissimo, ma anche divertentissimo, sempre al confine tra satira socio-culturale e densità di stile. Ecco perchè questo è un testo prezioso, che va a collocarsi tra i vari studi analitici dell’opera zappiana e che si rivolge sia agli appassionati della musica rock che a quelli della classico-contemporanea.

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La filosofia di Han Bennink

Parlare di Han Bennink significa intraprendere un viaggio nella storia del jazz europeo, a cominciare dai primi tentativi di emancipazione dal modello americano fino agli esiti più estremi della free improvisation.
Altro obiettivo del volume è analizzare il drumming benninkiano, sempre riconoscibile indipendentemente dal contesto musicale in cui egli si ritrova.
Intervistando lo stesso Bennink, Catalano prova a descrivere cosa significa essere un improvvisatore prima ancora che un batterista, affrontando così un tema molto discusso come l’improvvisazione, ma da una prospettiva diversa rispetto a quella puramente tecnico-musicale o filosofica.
Raul Catalano
dopo essersi laureato in filosofia presso l’Università Cà Foscari di Venezia nel 2012, ha ottenuto il Diploma in Batteria e Percussioni Jazz presso il Conservatorio di Venezia. E’ membro dell’ ensemble Elettrofoscari, nato dal laboratorio sull’improvvisazione diretto dal Prof. Daniele Goldoni.

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Omaggio a Demetrio Stratos

Un bel concerto quello realizzato a settembre alla Tenuta dello Scompiglio di Vorno (Lucca), organizzato dall’omonima associazione culturale nel contesto del percorso artistico “Assemblaggi Provvisori”. Performance, concerti, installazioni, mostre, incontri laboratoriali e teatro per ragazzi, sono le articolate attività dell’associazione. Un omaggio all’indimenticato grande sperimentatore Demetrio Stratos, una prima assoluta il concerto “John Cage Mesostico per Demetrio Stratos” [link] con David Moss voce, Patrizio Fariselli piano e tastiere, Luigi Ceccarelli elettronica, Antonio Caggiano percussioni.

Copertina del libro "Stratos e Area"

Copertina del libro “Stratos e Area”

Presentato anche il libro “Stratos e Area” di Lelli e Masotti (Edizioni Arcana), il volume è dedicato agli scomparsi Gianni Sassi, Daniel Charles e Walter Marchetti. Un bellissimo libro quello di Silvia Lelli e Roberto Masotti, i due fotografi ricostruiscono dieci anni della nostra storia a partire dalla metà degli anni 70 con una serie di immagini serrate, un bianco e nero raffinato e diretto, una impaginazione impeccabile.

Stratos e gli Area sono gli assoluti protagonisti, molte delle foto scelte per il volume sono state copertine di loro dischi o hanno illustrato precedenti volumi pubblicati su questi importanti musicisti. La sequenza così realizzata rappresenta benissimo una storia breve ma  intensa, compromessa dalla prematura scomparsa di Demetrio e di Capiozzo. I testi di Marco Pierini e degli stessi Lelli e Masotti, raccontano, analizzano, approfondiscono un periodo magico per la ricerca artistica, assolutamente irripetibile. Un libro che consigliamo agli appassionati della buona fotografia e della storia della musica contemporanea.

Speriamo che Moss, Fariselli, Ceccarelli e Caggiano replichino presto la loro bellissima performance, ci saremo!