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Musei Archeologici e Paesaggi Culturali | Napoli 9-10 marzo 2018

ICOM Italia e il MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli organizzano, in occasione dei 70 anni del Comitato e dell’Anno europeo del patrimonio culturale, un appuntamento dedicato ai musei archeologici in rapporto ai paesaggi culturali e al patrimonio “a cielo aperto“.

L’incontro vuol porre le basi per la costruzione di un futuro sempre più rispondente alle esigenze del tempo in cui viviamo e si propone come occasione di dialogo e confronto a partire da quei nessi ineludibili tra musei-territori-storia che costituiscono le trame identitarie comuni dei paesaggi culturali del Sud proiettati in una dimensione mediterranea.

Il convegno si articola in due giornate, con relazioni e tavoli tematici dedicati a quattro temi:

1)  Ricerca e documentazione

2) Comunicazione e mediazione

3) Salvaguardia, conservazione programmata e sicurezza

4) Gestione sostenibile e rapporto pubblico-privato

Gli esiti costruiranno i punti chiave di un documento condiviso sugli obiettivi strategici nell’ambito della museologia archeologica. [Scarica il programma]

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CADORE: Itinerari alla riscoperta degli antichi organi

Da 24 anni, durante l’estate, il Cadore si percorre con un itinerario che si snoda ai piedi delle Dolomiti, alla riscoperta degli antichi organi e degli altri tesori d’arte e di fede, custoditi nelle numerose Chiese del territorio. l’Associazione Organi Storici del Cadore, con il coordinamento e la promozione della Magnifica Comunità è riuscita negli anni a coinvolgere i Comuni, le Associazioni e le Parrocchie, per rivisitare strumenti musicali preziosi attraverso concertazioni di qualità ed in alcuni casi, contribuendo al loro restauro.

Un patrimonio storico artistico, una eredità importante da preservare, conoscere e far conoscere.

il Cadore, infatti, (caso più unico che raro in un territorio così ristretto) può vantare ben 25 organi, di cui oltre la metà funzionanti ed utilizzabili, risalenti ai secoli XVIII e XIX, gran parte costruiti dai migliori esponenti della grande Scuola organaria veneta, quali il Nacchini, i Callido, De Lorenzi, Bazzani.

Il Direttore Artistico, Renzo Bortolot, ha distribuito in ventisei appuntamenti fino al 7 settembre  [quì il programma] il percorso dell’Edizione 2017, aggiungendo alcuni approfondimenti tematici, presentazioni editoriali ed incontri, con la novità dal 2 al 27 agosto a Zoppè di Cadore della mostra ” Il Legno che Risuona, Mandole, Mandolini, Chitarre e… un Clavicembalo”, a cura dell’Arch, Renzo Lazzarin maestro liutaio.

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LA DIETA MEDITERRANEA DELL’APOXYOMENOS CROATO

Nel 1996 nell’arcipelago di Lussino (Lošinj) fu ritrovata una bellissima scultura in bronzo di un giovane atleta rappresentato nello stile greco dell’Apoxyomenos (che si deterge).

La statua di 192 cm di altezza, dopo un accurato restauro effettuato da un team italo-croato e un lungo tour mondiale per soddisfare la curiosità degli appassionati di arte e archeologia, nel 2016 è rientrata permanentemente a Lussinpiccolo (Mali Lošinj) per l’inaugurazione di un magnifico museo multisensoriale appositamente ideato per la sua esposizione.

Interni del Museo dell’Apoxyomenos di Mali Lošinj (photo visitlosinj.hr)

Per promuovere l’arrivo della scultura e migliorare la destinazione turistica Mali Lošinj ha quindi elaborato nuovi prodotti e servizi ispirati dalla statua di bronzo, presentando ai visitatori una nuova esperienza di fruizione culturale e benessere psicofisico: il progetto “Apoxyomenos sull’isola della vitalità” che è stato inserito nel secondo report da parte dell’Organizzazione Mondiale del Turismo UNWTO nel 2016 [link] e da questa insignito del Premio Ulysses l’anno precedente per il progetto “I profumi ed i sapori di Lussino”.

Da questo progetto è nato il Festival dell’Apoxyomenos che si tiene annualmente tra aprile e maggio e offre ai visitatori interessati una vasta gamma di eventi, souvenir e prodotti ispirati alla statua e all’antichità classica: dai tour culturali all’aria aperta e sul mare alle immersioni nei siti archeologici, dai cosmetici naturali alle antiche tecniche di massaggio, dai trattamenti anti-stress e cura del corpo ai numerosi laboratori creativi e sugli antichi mestieri.

Ma ciò che rende unico il format del Festival è l’evento La cucina al tempo dell’Apoxyomenos: un’esperienza gastro-enologica offerta da un gruppo di appassionati ricercatori e da una rete di ristoratori permette di assimilare le abitudini, le ricette e i piatti dell’antica Grecia uniti a quelli l’isola di Lussino.

Piatti dell’antica Gastronomia Apoxyomenos

Antica gastronomia da ricettari classici, cucina tradizionale isolana di mare e terra, cooking school, workshop su antiche produzioni vitivinicole e agricole, permettono di godere di un’esperienza unica sotto il segno dell’antico motto: Métron áriston! (Greco: μέτρον ἄριστον – Tutto in moderazione!), esaltando le caratteristiche della dieta mediterranea e di uno stile di vita equilibrato e rispettoso dell’ambiente.

Lussino, “Isola della vitalità”, ha recentemente vinto il prestigioso premio per lo Sviluppo sostenibile nel turismo che l’organizzazione Skal International da 11 anni assegna alle destinazioni più meritevoli. Il primo premio nella categoria “Città” è stato assegnato a Lussino per il contributo alla tutela della natura e dell’ambiente, la tutela del patrimonio culturale, il coinvolgimento e i vantaggi per la comunità/destinazione, l’aspetto educativo, la capacità imprenditoriale, l’innovatività. Un’isola dalla visione sostenibile per un turista nuovo, desideroso di nuove esperienze.

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#3 – Senigallia MiBACT per la fotografia: nuove strategie e nuovi sguardi sul territorio

Terra di fotografia: l’influenza marchigiana sulla fotografia in Italia dal secondo dopoguerra.
Una giornata di studio

Le Marche sono considerate terra di fotografia, avendo dato vita, negli anni ’50, ad esperienze riconosciute quali tasselli fondamentali per la cultura fotografica nazionale. La giornata di studi, che chiama a raccolta esperti, responsabili di archivi, docenti di fotografia e fotografi, prende avvio da una riflessione circa l’influenza, dal secondo dopoguerra a oggi, della fotografia marchigiana su quella italiana, con l’obiettivo di individuarne le esperienze piu’ significative e di far emergere nuove forme di valorizzazione possibile, anche per il territorio, in una prospettiva nazionale e internazionale.

Il programma dell’iniziativa del MiBACT si articolera’ in due tavole rotonde con inizio alle ore 10,00 fino alle 18,30:

la prima, dal titolo “Archivi: esperienze di formazione, catalogazione, conservazione e valorizzazione“, moderata da Laura Moro, Direttore dell’Istituto centrale per il Catalogo e la Documentazione, proporra’ una ricognizione dei patrimoni fotografici esistenti sul territorio e delle dinamiche loro connesse.

La seconda, dal titolo “La fotografia marchigiana: esperienze artistiche e documentaristiche“, moderata dal prof. Gianmario Raggetti, si focalizzera’ su esperienze di autori marchigiani del passato e del presente e della loro incidenza sul percorso della fotografia italiana.

Le conclusioni saranno affidate a François Hebel, gia’ direttore dei Rencontres d’Arles e attuale direttore artistico del Mois de la Photo du Grand Paris, per un’analisi sulla possibile valorizzazione e internazionalizzazione di un territorio attraverso la fotografia.

Maggiori info: Programma in dettaglio

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Roma: la Galleria Nazionale Sostenibile

Mercoledì 14 Giugno 2017, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma verrà presentato il progetto «Galleria Sostenibile»

Una ‘Galleria sostenibile’ tale da diventare un modello da applicare per la creazione della prima filiera di musei sostenibili secondo i principi ambientali, economici e sociali più rappresentativi e con indicatori e certificazioni riconosciuti a livello internazionale. È questo, in estrema sintesi, il progetto che Ada Rosa Balzan, CEO e founder dell’omonima società di consulenza (www.adarosabalzan.it), presenterà mercoledì 14 giugno, nell’ambito del convegno internazionale organizzato dal MIBACT proprio alla Galleria Nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma per Federturismo Confindustria.

«La Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma è la prima grande realtà che aderisce al progetto musei sostenibili proposto da Federturismo Confindustria», spiega Ada Rosa Balzan, che è anche responsabile nazionale dei progetti di sostenibilità per la Federazione che rappresenta in Italia l’industria dei viaggi e del turismo con 21 associazioni di categoria. «Il progetto – continua – nasce dalla volontà di dare un esempio concreto di applicazione dei concetti di sostenibilità dichiarati dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamando il 2017 Anno internazionale del turismo sostenibile per lo sviluppo, prende spunto dal progetto creato che avevo creato per i Museimpresa e portato agli Stati Generali del turismo sostenibile di Pietrarsa, da cui è nato il nuovo piano strategico del turismo per l’Italia, quale best practice ».

Si tratta di un progetto pilota in itinere, iniziato nel 2016 con la valutazione di efficientamento energetico della struttura per ottenere la riduzione dei suoi consumi ed emissioni di CO2 attraverso le ultime tecnologie a disposizione e l’utilizzo di fonti alternative. «Successivamente è stato affiancato il percorso di sostenibilità sociale – sottolinea Ada Rosa Balzan – dove la Galleria ha già iniziato a promuovere la diffusione della cultura della sostenibilità coinvolgendo nello sviluppo del progetto due classi di master della Business School del Sole 24 ore in management della cultura e dell’energia».

La Galleria Nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma ha avviato anche il percorso per ottenere la certificazione iso 20121 per gli eventi sostenibili.

«La Galleria Nazionale, tramite questa certificazione, intende dotarsi di un sistema di gestione sostenibile oggettivo, riconosciuto e verificabile da un ente terzo. La ISO 20121 – conclude Ada Rosa Balzan – certificherà dunque le nuove modalità con le quali vengono organizzati e ospitati eventi, dal codice etico e di comportamento sostenibile per gli addetti interni ai parametri di sostenibilità per i fornitori di servizi (caffetteria, catering, bar) durante gli eventi».

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Percorsi artistici tra Cadore e Friuli

La Magnifica Comunità di Cadore e la Società Filologica Friulana rinnovano la loro collaborazione – rafforzatasi nel 2009 con il congresso sociale che il sodalizio friulano tenne a Pieve – proponendo un convegno che rientra nell’ambito della Settimana della cultura cadorina e della concomitante Settimana della cultura friulana. Sabato 13 maggio 2017 alle ore 14.30 presso la Sala polifunzionale “G. Fioretto” di Laggio (Vigo di Cadore) si terrà il convegno di studi Percorsi artistici tra Cadore e Friuli.

Interverranno Raffaella Cargnelutti (“L’opera imperfetta” e “La lunga notte”. La vita e le opere di Gianfrancesco da Tolmezzo e di Giovanni Antonio de’ Sacchis detto Pordenone), Giorgio Reolon (Appunti sul pittore Osvaldo Gortanutti e la sua attività in Cadore), Luciana Simonetti (Dalla materia all’illusione: come nasce una scultura lignea. Alcune riflessioni e qualche esempio di sculture “viste da vicino”), Letizia Lonzi (Francesco Carbogno e la scultura in Cadore nel secondo Settecento), Imelda Cargnello (La casa nelle vallate della Carnia) e Emanuele D’Andrea (Cadore e Friuli la fotografia tra Ottocento e Novecento: i fotografi itineranti).

Queste giornate di approfondimento culturale vogliono indagare sulle storiche relazioni tra il Cadore e il Friuli e sono delle autentiche opportunità di dialogo e di crescita” commenta il Presidente della Magnifica Comunità di Cadore Prof. Renzo Bortolot. “Negli anni abbiamo realizzato, in collaborazione con la Filologica Friulana, delle attività di ricerca indirizzate alla tradizione, alla storia e alla attualità della gestione museale. Quest’anno abbiamo voluto concentrarci sull’arte, e sulle relazioni costanti nel corso dei secoli che hanno prodotto inestimabili opere oggi conservate nelle varie chiese e in altri luoghi delle due regioni”.

Per la Società Filologica questa è la quarta edizione della “Setemane de culture furlane”, “un’esperienza resa possibile – commenta il Presidente della Società Filologica Federico Vicariograzie all’entusiastica adesione e partecipazione di amici e associazioni, come la Magnifica Comunità, che si impegnano con passione per far maturare una nuova dimensione culturale».

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Barche e tradizioni marinare in Croazia

Le popolazioni costiere dell’Adriatico hanno prodotto nei secoli una straordinaria cultura e per tanti versi unica per quanto riguarda le attività artigianali e le costruzioni navali. Dopo molti anni di profondo oblio da qualche tempo, grazie ai programmi di cooperazione europea ed enti culturali internazionali, la ricerca delle tradizioni marinare e della navigazione conosce un rinnovato interesse volto al recupero, salvaguardia e valorizzazione consapevole di un patrimonio su cui si è sviluppata la civiltà mediterranea.

Tra molteplici esempi di valorizzazione e alcune affermate realtà museali marinare come Cesenatico e San Benedetto del Tronto, in Croazia si è scelta la strada del recupero e della promozione rivitalizzando le tradizioni marinare e le antiche tecniche navali.

In questa prospettiva nel 2016 l’UNESCO [link] ha inserito nel registro delle buone pratiche di salvaguardia il progetto dell’Ecomuseo dedicato alla Batana, la barca tradizionale di Rovigno.

Batana in navigazione con Rovigno sullo sfondo (photo by Ecomuseo della Batana)

La batana è una barca da pesca in legno a fondo piatto lunga da 4 a 8,5 metri che veniva usata a remi e vela per la pesca in acque poco profonde. Simile a una gondola veneziana, allo scafo della Neretva o komiška Šandula. Il suo nome deriverebbe dal verbo battere, a causa dei suoni prodotti dal fondo piatto della barca sulla superficie dell’acqua e le dimensioni variano in quanto venivano costruite con materiali locali nel piano terra delle case ed era proprio la lunghezza del locale a determinare le dimensioni della barca.

Ecomuseo della Batana di Rovigno

Nel porto di Rovigno è possibile ancora oggi ammirare alcune batane usate occasionalmente dai pescatori la cui a vela principale dalla forma rettangolare di cotone trattato e dipinta in giallo, rosso o verde, con simboli geometrici, identifica il proprietario e la famiglia.

Spostandoci a Fiume e nel Quarnaro troviamo un’interessante iniziativa denominata “Mala barka” nata da un progetto europeo di cooperazione rivolto al patrimonio marittimo dell’Alto Adriatico. Il progetto sviluppato tra Slovenia e Croazia permette di conoscere e apprezzare la ricca eredità marittima del Quarnaro grazie a iniziative culturali, gastronomiche, festival e regate che si svolgeranno nei porti della regione.

Esposizione barche tradizionali a Fiume (photo by Turističkoj zajednici Kvarnera)

Tra molteplici attività che hanno permesso inoltre di costruire delle piccole barche tradizionali in legno (da cui il nome del progetto) che permettono di veleggiare nel porto di Mošćenička Draga, una visita merita il Museo storico e marittimo del Litorale croato di Fiume e le varie cittadine pescherecce nei dintorni pronte a deliziarvi il palato grazie a konobe e ristoranti di ottima qualità.

Del 1953 è invece la più antica regata d’Europa costituita da 74 barche da pesca tradizionali che partendo da Vis percorse 40 miglia a sudovest per giungere fino a Palagruža. Essendo le acque di quest’ultima isola un luogo prediletto per la pesca la regata annuale che si svolse fino al 1936 assicurava ai primi arrivati la possibilità di godere dei posti migliori durante la stagione estiva. Nella tradizione marinara dalmata l’isola di Vis e il piccolo villaggio di Komiža custodiscono sin da tempi remoti l’essenza preziosa di quella devozione e passione per la navigazione e la pesca che caratterizza da secoli l’Adriatico e il Mediterraneo.

Spingendosi per pescare verso il mare aperto e le isole all’estremità dell’arcipelago, gli abitanti di Vis hanno quindi costruito e sviluppato una barca adatta alle loro esigenze: la Gajeta Falkuša (Gaeta falcata), barca un tempo comune soprattutto nella Dalmazia centro-meridionale e nel Golfo di Gaeta da cui deriverebbe il nome. La barca di Vis dalla particolare falchetta staccabile, costruita esclusivamente col legno di cipresso proveniente dall’isola di Svetac, presenta le dimensioni di 9 metri di lunghezza e 2,90 metri in larghezza con l’albero che corrisponde alla sua lunghezza.

a sx la Gajeta falkuša in navigazione; a sx Komiza con le barche tradizionali tirate a secco e la tecnica di costruzione e navigazione a bordo (photo by http://gajetafalkusa.com)

Questa tecnica costruttiva con poppa e prua dritte e col medesimo disegno, in modo da offrire la minima resistenza possibile all’acqua, permetteva l’apertura del baglio massimo, differenziandola così dalle altre imbarcazioni tradizionali adriatiche. A bordo la Falkuša che ha navigato attivamente fino alla metà del XX secolo, aveva degli attrezzi sempre presenti in navigazione quali bussola e lanterne, botti di legno per salare il pesce, vasi per vino ed acqua, reti e ceste. Dopo l’affondamento dell’ultimo esemplare di Gaeta falcata – di nome Cicibela – nella notte fra il 25 e 26 agosto 1986 un gruppo di komizani il 17 agosto del 1995 costruirono una nuova barca secondo i dettami tradizionali battezzandola col nome di Komiza-Lisbon e varata il giorno di San Nicola del 1997. Una seconda Gaeta falcata (Mikula) fu varata nel 2005 e oggi finalmente ci si appresta a riprodurne altre sia per scopi turistici che per riprendere la tradizione della storica regata pelagica [link].

Altra regata storica è legata alla secolare tradizione marinara e navale di Murter in cui la vela latina è la principale caratteristica. Il giorno di San Michele, protettore dell’Isola, liuti, gaete e caicchi (gajeta, leut, batana), a vele spiegate seguono il tragitto utilizzato dai vecchi abitanti di Murter che navigavano per raggiungere oltremare i loro terreni di uliveti e vigneti alle Kornati rievocando così antichi legami tra terra e mare.

La tradizionale regata Latinsko Idro è, naturalmente, seguita da vari eventi come i workshop sulle abilità marittime, lezioni, mostre e la tradizionale merenda di sardine fritte.

Regata Latinsko Idro; (photo by Muzej betinske drvene brodogradnje, Murter)

Le barche tradizionali sono collocate a Betina località croata situata sull’isola di Murter, in cui è possibile visitare il bel Museo dedicato all’arte della costruzione delle Betina Gajetas.

Tecnica costruttiva della Betina Gajetas

Le storiche imbarcazioni di origine medievale con vela latina sono oggi patrimonio culturale della Repubblica di Croazia in quanto nel tempo hanno profondamente influenzato lo sviluppo urbano culturale e sociale dell’isola e del piccolo borgo marinaro sin dal 1740, anno in cui nacquero i primi cantieri navali con la costruzione di moli, negozi e magazzini.

Museo della Gajeta di Betina, Isola di Murter; (photo by Muzej betinske drvene brodogradnje)

Infine a sancire il profondo legame degli abitanti dalmati col mare è interessante sapere che davanti alla costa sud-ovest della città di Hvar, si trovano le Isole Spalmadori (in croato Pakleni Otoci) la cui etimologia significa “isole della pece“, (paklina significa appunto “pece”, “pegola”). Infatti su queste magnifiche isolette in cui pascolavano greggi e si raccoglieva il sale, in passato in uno squero situato nella baia di Palmižana il catrame veniva spalmato sul fasciame delle barche per calafatarle dopo aver inserito stoppa incatramata nelle fessure fra le tavole di legno.

Antica calafatura e Pakleni Otoci

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“Il Cartastorie” l’archivio si rappresenta!

Può un archivio animarsi e far rivivere storie che sono conservate in milioni di documenti, presentando frammenti di vicende, luoghi, popoli e persone?

La risposta si trova nelle cinquecentesche sale del Palazzo Ricca sede dell’Archivio storico del Banco di Napoli dove da pochi mesi è attivo il progetto “Il Cartastorie” premiato con l’European Union Prize for Cultural Heritage / Europa Nostra Awards 2017 [link].

Il progetto propone un vero viaggio multimediale, interattivo e teatrale nella storia della città attraverso suggestive sale colme di antichi scaffali e documenti che consentono di ricostruire la grande storia di Napoli e del suo popolo.

Nell’archivio di 14mila metri quadri esistono 330 stanze, 80 chilometri di carte, 17 milioni di nomi, che dal 1539 raccontano secoli di storie di Napoli e del suo Regno. Una sconfinata documentazione della vita economica della nazione partenopea e dei suoi cittadini tra le più grandi al mondo il cui inestimabile valore viene valorizzato con risorse creative multimediali e percorsi immaginativi.

Dalle visite di narrazione teatrale e digitale con percorsi bilingue, in italiano e inglese, alla produzione di cortometraggi e spettacoli con artisti locali, musicisti e poeti, ai giochi di scrittura creativa ispirati alla ricerca effettuata negli archivi. Si viene accompagnati così in una dimensione di immersione e immedesimazione con fatti, personaggi e vicende che hanno partecipato alla grande costruzione della storia del Regno di Napoli con le sue innumerevoli e varie storie di vita vissuta, raggruppate per tematiche come per la peste, San Gennaro, la schiavitù, Caravaggio, etc..

Il Cartastorie: installazioni ed eventi nell’archivio storico

Il modo impegnativo in cui vengono utilizzati tour narrativi e workshop di narrazione per introdurre visitatori in diverse sezioni dell’archivio trasforma le informazioni statiche in una fonte dinamica per la comunità, che incoraggia la riflessione e la partecipazione pubblica a questa preziosa risorsa“, ha sottolineato la giuria nelle motivazioni del premio europeo.

L’innovativo progetto di sensibilizzazione che mira a promuovere e proteggere il patrimonio culturale e gli elementi di cultura tangibile e intangibile che si riferiscono a diverse epoche, può essere visto come un grande incentivo per realtà simili e rappresenta un esempio importante per il resto d’Europa, dove la storia degli archivi ha un’imponente eredità. “Questa iniziativa è facilmente applicabile a qualsiasi archivio in tutta Europa ed è un modo immaginativo e vibrante per includere la comunità più ampia in questo tipo di patrimonio. Insegna ai partecipanti a valorizzare il loro patrimonio locale e quindi proteggerlo “, ha ancora dichiarato la giuria del premio europeo.

Un mirabile progetto che manifesta la grande vivacità culturale e creativa di Napoli e dell’antica istituzione bancaria napoletana, che apre le sue pagine dimenticate e intime consegnandole alla grande storia.

Maggiori informazioni

Archivio Storico del Banco di Napoli [link]

Via dei Tribunali 214 – 80139 – Napoli

Il percorso multimediale de “Il Cartastorie” è situato al primo piano su una superficie di circa 600 mq è visitabile nei seguenti orari:

Lunedì, giovedì e sabato: dalle 10.00 alle 17.00

Martedì e venerdì: dalle 14.00 alle 20.00

Domenica: dalle 10.00 alle 14.00

Mercoledì: aperto solo per gruppi, su prenotazione alla mail prenotazioni@ilcartastorie.it

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PIANO STRATEGICO DEL TURISMO PER L’ITALIA (2017-2022)

Il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il Piano Strategico del Turismo [2017-2022], che delinea lo sviluppo del settore nei prossimi sei anni per rilanciare la leadership italiana sul mercato turistico mondiale.

Il documento – già approvato dal Comitato permanente per la promozione del turismo (14 settembre 2016) e dalla Conferenza Stato-Regioni (15 settembre 2016) – ha concluso l’iter parlamentare alla Camera e al Senato rispettivamente il 27 gennaio e il 2 febbraio 2017, accogliendo le osservazioni emerse nel corso del dibattito, in particolare riguardo all’esplicita attenzione alle aree del terremoto e l’integrazione delle politiche turistiche con quelle di industria 4.0. Con l’approvazione definitiva del Governo, esso diventa a tutti gli effetti lo strumento dal quale discenderanno le azioni e i provvedimenti in campo turistico.

Con il Piano Strategico del Turismo (PST), il Governo intende ridisegnare la programmazione in materia di economia del turismo rimettendola al centro delle politiche nazionali e dando operatività all’indirizzo strategico di creare una visione omogenea in tema di turismo e cultura.

Il documento ha un orizzonte temporale di sei anni e agisce su leve fondamentali come l’innovazione tecnologica e organizzativa, la valorizzazione delle competenze, la qualità dei servizi. Tali aspetti saranno integrati con la necessità di un utilizzo sostenibile e durevole del patrimonio ambientale e culturale.

Il Piano è stato elaborato con la piena partecipazione delle istituzioni pubbliche, degli operatori di settore, degli stakeholders e delle comunità – per migliorare le politiche sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta – e la Direzione Generale Turismo del MiBACT ha coordinato il processo.

Per promuovere il confronto tecnico sono stati adottati metodi e strumenti digitali avanzati e il Piano sarà monitorato di anno in anno, diventando così uno strumento costantemente aggiornato in grado di far evolvere in modo condiviso obiettivi e politiche e creare un sistema stabile di governance del settore.

ulteriori info: http://www.pst.beniculturali.it/

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Il viaggio musicale di Alan Lomax

“Non sapevo perché una vecchia registrazione sul campo fatta da Alan Lomax mi suonasse migliore, ma era così.” –  Bob Dylan –

Alan Lomax (1915-2002) etnomusicologo, antropologo  e produttore discografico è stato uno dei personaggi più importanti della musica del Novecento.

La sua fu una vita errabonda di incessante ricerca, cominciata già negli anni ‘30 quando in compagnia del padre, musicologo a sua volta, compì un lungo viaggio nel sud degli Stati Uniti per documentare con registrazioni sul campo, la cultura musicale dei discendenti degli schiavi deportati dall’Africa

Per più di dieci anni i Lomax (il cui cognome originario era Lomazzi, italiani emigrati in America), muniti solo di un registratore portatile a dischi d’alluminio del peso di un quintale, batterono gli  stati meridionali degli Stati Uniti.

Da questo grandioso lavoro per dimensioni e importanza culturale scaturì una poderosa raccolta di incisioni e registrazioni che confluirono nell’Archive of American Folk Song della Biblioteca del Congresso, con cui gli americani poterono conoscere il Blues, i work songs e spiritual, nonché ascoltare artisti altrimenti destinati all’oblio.

Pioniere della “storia orale”, Lomax realizzò tra l’altro una serie di interviste ai più grandi jazzisti e folksinger americani: Woody Guthrie, Lead Belly, Muddy Waters, Jelly Roll Morton.

Negli anni 40 la sua vicinanza  ad artisti politicamente schierati e la sua ostinazione nel raccogliere canzoni di afroamericani in prigione o di lavoratori in sciopero attirò su di lui l’attenzione dell’FBI per sospette attività antiamericane.

Il clima suggeriva di allontanarsi per un po’. Finì a Londra, dove riuscì a trovare un contratto con la BBC per la realizzazione di una serie di incisioni discografiche e trasmissioni radio sulle musiche popolari europee.

In realtà scopo fondamentale del viaggio di Lomax era la creazione della Columbia World Library, ovvero realizzare una collana discografica che contenesse le musiche folk di tutto il mondo in una trentina o quarantina di long playing.

Prima tappa fu la Spagna dove, aiutato da numerosi studiosi e nonostante la sua  avversione per la dittatura Franchista, realizzò centinaia di registrazioni che confluiranno in Folk Music of Spain, 11 LP per l’etichetta Westminster di New York.  I risultati di questa prima ricerca europea sulla musica tradizionale spagnola fu usata abbondantemente da Miles Davis e Gil Evans per il capolavoro “Sketches of Spain”.

L’esperienza spagnola fu importante anche perché è qui che Lomax, per la prima volta, incomincia a fotografare con regolarità i cantori e musicisti che si esibiscono per lui, i paesaggi, la gente comune, l’architettura.

Ed è sulle basi di queste premesse che Lomax, nel 1953 si prepara alla tappa successiva: l’Italia.

Il suo viaggio nel bel paese durò circa sette mesi, a bordo di un furgone Volkswagen, grazie al quale battè in lungo e in largo la penisola realizzando più di duemila registrazioni e scattando migliaia di indimenticabili fotografie.

In Italia, Lomax trova la collaborazione preziosa dell’etnomusicologo reggino Diego Carpitella, all’epoca assistente alla direzione del Centro Nazionale di Studi sulla Musica Popolare di Roma, ricercatore del corpus sonoro e musicale tradizionale del Salento con Ernesto De Martino e per lunghi anni docente di Etnomusicologia alla Sapienza.

Diego Carpitella, lo aiutò a  districarsi nelle sterminate e frammentate realtà locali calabresi tra Scilla, Melia, Palmi, Bagnara, Cardeto, Giffone, Mammola, Cinquefrondi, Vibo Marina, Nicastro registrando circa 130 brani. Ma il viaggio continuò dalla Sicilia al Piemonte, dalla Lombardia, all’Abruzzo, dalla Liguria al Salento, dal Friuli al Veneto, alla ricerca dei suoni della musica popolare, ed alla fine i pezzi raccolti furono oltre tremila.

Lomax registrò e conobbe migliaia di cantanti e musicisti che, durante i momenti di festa e di lavoro, tramandavano una tradizione secolare, aggiungendo tarantelle e zampogne a quell’immenso archivio, fatto di anni di ricerca e passione. Il risultato delle ricerche italiane si può ascoltare  in due dischi intitolati “World Library of Folk” and “Primitive Music”.

Se si vuole invece un resoconto completo di quell’incredibile viaggio, allora bisogna leggere “L’anno più felice della mia vita”, edizioni il Saggiatore. Il libro, il cui titolo è tratto da una citazione in ricordo del periodo italiano trascorso da Lomax, contiene una lunga testimonianza della figlia Anna Lomax Wood e una presentazione di Martin Scorsese. Il volume ricostruisce quello straordinario esercizio di conoscenza, sbalordimento e rivelazione che accompagnarono quel viaggio, come conferma la figlia nel ricordo dei tumultuosi momenti vissuti al seguito del padre: «Alan non si stancò mai di ripetere che il paesaggio sonoro che aveva scoperto in Italia era il più ricco, il più sorprendente vario e originale da lui mai incontrato, e fu sempre molto fiero delle sue registrazioni. (…) so che lavorare con gli italiani, a ogni livello, lo aveva divertito molto: gli erano piaciuti l’acume intellettuale, il senso del tragico e del comico, l’ironia e la capacità di superare ogni ostacolo che aveva trovato in tanti amici- cantanti, musicisti, ricercatori come lui.»

Il libro è una splendida testimonianza dell’Italia del dopoguerra, un documento unico che ritrae un paese in cui la musica popolare era una parte fondamentale della vita quotidiana come si evince da oltre duecento fotografie, commentate dalle parole e dalla sensibilità dello stesso Lomax tratte dai suoi saggi, dai taccuini di viaggio e dalle trasmissioni radiofoniche condotte alla BBC.

I paesaggi, i villaggi, i volti e i corpi segnati dalla povertà ma di umile eleganza e fierezza compongono un autentico reportage sull’Italia rurale degli anni Cinquanta, un mondo che solo pochi anni più tardi verrà cancellato dal boom economico, dalle nuove ondate migratorie interne.

Lomax ebbe la fortuna di arrivare un attimo prima che questi cambiamenti snaturassero per sempre l’antica anima rurale di un paese dove, come racconta lui stesso, «le giovani donne non hanno il permesso di uscire con i ragazzi, di danzare con loro, di sedersi con loro in salotto e neanche di parlarci per strada, le ragazze, tutte, cantano durante il lavoro. Tutte le canzoni sono d’amore e le loro voci squillanti, alte, si sentono da lontano, attraverso gli oliveti, e dicono ai ragazzi che passano di lì: siamo qui, stiamo pensando a voi».

Cinquefrondi (Calabria): ballo dei giganti, suonatori e danzatrici di tarantella, accompagnamento dei giganti (1953) – fonte http://www.culturalequity.org/

Il ricercatore avverte l’importanza delle sue scoperte, rimane colpito dalla diversità della musica e dal virtuosismo dei musicisti tanto da paragonare la sua esperienza a quella di un uomo del rinascimento davanti ai tesori sepolti dell’antichità classica. Ai tempi Lomax offrì la sua ricerca alla RAI, proponendo la creazione di piccole radio locali che sul modello americano trasmettessero musica locale, ma l’emittente nazionale rifiutò preferendo investire sul modello sanremese. Successivamente le sue tracce furono usate ampiamente da Pasolini nel suo Decamerone, che però non ne citò la provenienza.

Dell’Italia Lomax scrive ancora nel suo diario di viaggio «La maggior parte degli italiani – non importa chi siano o come vivano – ha una passione per l’estetica – scriveva il ricercatore nel suo diario – Magari hanno soltanto una collina rocciosa e le mani nude per lavorare, ma su quella collina costruiranno una casa o un intero paese le cui linee si armonizzano perfettamente con il contesto. Allo stesso modo una comunità può avere una tradizione limitata soltanto a una o due melodie, ma sa esattamente come debbano essere cantate».

E’ una passione fortissima quella che spinge Lomax a continuare il suo vagabondaggio nonostante numerose disavventure (quasi tutti i taccuini del ricercatore vennero rubati alla fine del viaggio), regalandoci magnifiche suggestioni come le lamentatrici dai capelli bianchi come in un “Mississipi blues” mediterraneo, i mulattieri di Montepertuso, i cantori delle solfatare, i lavoratori delle vigne che cantano “con le bocche macchiate di viola, non di santi ma di belle ragazze”, i pescatori “schiavi di galea vestiti di stracci che si passano la rete di mano in mano” che cantano mentre i tonni finiscono nella mattanza; i fieri contadini di Cinquefrondi e di Mammola suonatori di sincopate tarantelle per “le donne che con felicità ed orgoglio danzano all’aperto”. Come fosse l’ultimo dei romantici pionieri del Grand-tour, Lomax con meticolosa accortezza e con un sistema di classificazione musicale, riprese suoni e sentimenti antichi sul suo Magnecord PT-6 per interi mesi.

Calabria: canto alla tonnara, canto e zampogna, suonatore di ciaramella o pipita (1953) – fonte http://www.culturalequity.org/

Ricordando il suo incontro con Alan il regista italiano, Vittorio De Seta, gli chiese di poter utilizzare una sua registrazione per un film-documentario, che stava girando, sulla pesca del pescespada nello stretto di Messina, [video] e in seguito scrisse: “E ‘stato un tempo mitico. Nessuno di noi sospettava che quel mondo fatto di musica, canzoni, la povertà, la gioia, la disperazione,  la violenza, l’ingiustizia, l’amore, il dialetto e la poesia, formata nel corso dei millenni, sarebbe stato spazzato via in un paio di anni …

E’ grazie anche a De Seta che il lavoro di Lomax compie un ulteriore salto in avanti,  e diventa un autentico saggio antropologico dove vengono messe in risalto le relazioni tra musica, lavoro e cultura: i suoni costituiscono il mezzo che permette l’organizzazione del lavoro, del tempo, delle tecniche e dei comportamenti.

L’espressione sui volti di questi cantori è tesa e dolorosa. Non sembrano cantare, ma gridare e lamentarsi come abbandonati a un’angoscia che dà tormento. Le ciglia sono aggrottate. i muscoli facciali sono tesi all’altezza degli zigomi, il volto e il collo sono arrossati per la tensione, le vene e i muscoli del collo sono in rilievo, come se invece di cantare stessero sollevando dei pesi. Possono intonare i loro accordi solo urlando così: quando chiesi loro di ripetere un verso a bassa voce, l’armonia andò in pezzi e non riuscirono a ricordare la melodia”.

Così si legge nelle annotazioni di Lomax, che evocano immagini suggestive rurali affrescate in quegli anni da Rocco Scotellaro ne “I contadini del Sud”, immagini e suoni di un passato che si era mantenuto inalterato fino a quel momento, quasi mitico, prima che tutto venisse trasformato dal progresso economico omologante e dalle grandi emigrazioni.

maggiori info: The Association for Cultural Equity (ACE) fondata da Alan Lomax