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Atene, la dignità di un rinnovato sguardo antico

Da sempre Atene è il luogo in cui poter ritrovare le radici e il cuore della nostra identità culturale, una sorgente di civiltà che la sua grande storia ha consegnato oggi ad un’Europa apparentemente incapace di coglierne la lezione fondante nel sapersi riconoscere e confrontare quali cittadini di una democrazia matura.

Visitare la capitale greca, soprattutto adesso, è un dovere morale evitando se possibile di considerarla come semplici turisti mordi e fuggi in cerca di stereotipi banali e immagini forzatamente originali da condividere subito per il gioco narcisistico della rete.

Bisogna avere la forza di fermarsi, prendersi il tempo necessario per cercare e scoprire la sua antica anima dispersa, imprigionata in una modernità imperfetta di caos e cemento. Occorre dunque dotarsi di uno sguardo lento, innocente e paziente sulla realtà, vagare per la città come una sorta di nostos per accorgersi dell’anima delle persone e riportare alla luce della coscienza innumerevoli atteggiamenti ed episodi di vita che si rivelano essere profondamente significativi della nostra stessa esistenza.

Atene, Piazza Klafthmonos Monumento alla Riconciliazione Nazionale – Suonatore a Monastiraki

Lasciando dunque i percorsi classici della destinazione turistica, proviamo a vivere la città come luogo mutevole e pulsante andando alla ricerca della sua – e della nostra – anima in bilico tra passato e modernità.

Il primo segno di una Atene che prova a fare i conti con la sua capacità di sapersi rinnovare è certamente data dall’avveniristico Centro Culturale della Fondazione Stavros Niarchos di Kallithea progettato da Renzo Piano e inaugurato nel 2016.

Ubicato sul sito del vecchio ippodromo di Atene, l’immenso complesso di 23 ettari voluto dalla grande organizzazione filantropica creata dall’omonimo magnate e armatore greco scomparso nel 1996, si presenta come una splendida testimonianza architettonica da scoprire, un “luogo ideale in cui coltivare la propria anima” trascorrendovi le giornate. Altamente ecosostenibile per l’uso di materiali ad alta tecnologia, accessibile e visibile nelle sue forme trasparenti tipiche di Renzo Piano, il Centro comprende un lungo canale e un ampio spazio d’ingresso a simboleggiare l’Agorà che fa da connessione tra i teatri della Greek National Opera e gli spazi della nuova Biblioteca Nazionale Greca.

Centro Culturale della Fondazione Stavros Niarchos

Edificata in linea opposta e ideale al Partenone quale ritrovato collegamento tra il centro della città e il mare dell’antico porto del Falero, il consiglio è di arrivarci passeggiando per l’immenso parco pensato per celebrare la tradizione orticola greca con i suoi elementi simbolici, evocativi come labirinti e giardini carichi di essenze profumate dai colori cangianti da una stagione all’altra.

Centro Culturale Stavros Niarchos

In questo eden mediterraneo camminando tra la ricca vegetazione che riverbera la luce proveniente da Sud, senza accorgersi di essere man mano sollevati dal terreno, giungiamo sul tetto dell’edificio da cui, nella penombra della tettoia come all’interno di un tempio, girando lo sguardo scopriamo all’improvviso una vista a 360 gradi su Atene che toglie il fiato.

Centro Culturale Stavros Niarchos – giardino e vista

Spostandosi al centro della città sul viale Omonia a Panepistimiou possiamo invece capire come sono sempre apparsi gli edifici dell’antica Atene in tutto il loro splendore grazie ad una moderna triade architettonica del sapere rappresentata da tre edifici neoclassici dell’Università di Atene: l’Accademia Nazionale di Grecia, il Palazzo centrale dell’Università e la Biblioteca Nazionale. Alle prime luci del sole recatevi all’Accademia, attraversate il giardino di ulivi e aranci, ammirate le statue di Platone e Socrate, le colonne in stile ionico sovrastati da Athena e Apollo ed entrate infine nel colonnato centrale sul cui frontone è rappresentata la Nascita di Athena. Osservate attentamente un raffinato ed incantevole gioco di luci e ombre dovuto alle venature cangianti dei marmi, le bordature dorate dei fregi con richiami decorativi legati ai motivi classici, scene evocative di dei in affreschi saturi di colori intensi. Una esperienza che unisce bellezza e sapienza in continuità con il passato ma in forme rinnovate.

Accademia Nazionale Moderna di Atene

Visitate l’interno per avere la sensazione degli spazi di un tempio e una volta fuori, rinvigoriti nella mente, assaggiate un Koulouri, il biscotto al sesamo venduto per strada e quindi gettatevi nella variegata offerta delle numerose librerie che sono alle spalle degli edifici dell’Università.

Oltre a poter vedere l’importante produzione culturale editoriale in lingua greca, noterete numerosissimi rivenditori di libri usati antichi e moderni provenienti da tutto il mondo. E non è difficile imbattersi, avendo la giusta pazienza, in autori o testi italiani rari o non più ristampati in attesa di essere acquistati per una modica cifra.

Non molto distante con una breve passeggiata sul viale Athinas tra rigattieri, palazzi dal gusto liberty e interessanti bazar, potrete infine entrare nel regno dei sapori e del gusto offerto dal Mercato Centrale Municipale di Atene. Basta solo concedersi il tempo per ascoltare, annusare, osservare e scoprirete in questo mercato quanto una città possa mantenere intatte le sue suggestioni gastronomiche orientali e mediterranee. I banconi colmi di carne e pesce con a fianco le infinite varietà di spezie per cucinarli, olive per tutti i gusti e ortaggi succulenti, profumi di cannella, di miele e mandorle, di spanakopita appena sfornata… In tutta questa folla di gente, di ristoranti che reinventano i piatti tipici con vini di ottima qualità e negozi di vario genere, capiterà molto spesso di incontrare non dei semplici negozianti o avidi commercianti, ma persone desiderose di raccontarsi, di entrare in empatia, farsi conoscere nelle loro esperienze prima ancora di proporvi cosa acquistare. Potrete ad esempio trovare un simpatico venditore di pastrami e norcinerie locali che dopo vari liquori offerti e inviti ad assaggiare le gustose tipicità inizierà a raccontarvi parte della sua vita in cerca di confronto con la vostra cultura gastronomica e le vostre esperienze, confronto che ben presto diventa apertura, dialogo, amicizia, ospitalità e volontà di rivedersi.

Mercato Municipale di Atene e prodotti gastronomici

Nonostante gli evidenti segni della sua attuale sofferenza economica e sociale, un giro con gli occhi giusti sotto il cielo antico e luminoso di Atene ci narra di gente resistente che nonostante tutto prova a reinventarsi donando nuova dignità morale ed energia ad una metropoli affacciata su un mare a cui ha affidato la sua secolare saggezza giunta sin noi, una città creata e concepita per l’eternità.

David Murolo

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Itinerari Slow: il mais ottofile di Arcevia

…Andar per polenta…e la giornata prende un “sapore” diverso, speciale, di quelli che lasciano alla memoria qualcosa che non si vuole vada dimenticato. E la polenta diventa pretesto per riempirsi gli occhi oltre che la pancia, di immagini buone quelle per cui ti senti al posto giusto nel momento giusto. Complice la voglia di primavera, che è voglia di togliersi di dosso il freddo dell’inverno dalle ossa e il freddo dei pensieri cupi dall’anima, la domenica diventa sì il giorno della festa per aver scoperto e riscoperto un territorio di cui vuoi sentirti parte.

La polenta ha da sempre caratterizzato le diverse aree geografiche italiane: il mais, pianta arrivata attraverso il mare come migrante forzato su una nave e approdato sulle nostre terre, ha sfamato generazioni di poveri per cui sopravvivere era la priorità rispetto al vivere. Cibo per sfamarsi in epoche difficili da capire; ecco perché per i nostri vecchi ha il sapore di un pasto non importante, mentre per chi conosce queste vicende dai libri di storia, è un cibo ricercato per cui partire apposta.

Andar per polenta” nelle Marche vuol dire andare ad Arcevia e nei suoi castelli che davvero sono “in aria” come dice lo slogan che ti accoglie arrivando in paese, perché la loro visione li racchiude in una cornice da sogno, immersa in un’atmosfera sospesa nel tempo e nella realtà. La polenta di Arcevia è fatta con la pannocchia di mays ottofile che si coltiva in piccole fasce collinari e montane dell’Italia centrale. Così per non perdere questa tradizione culinaria, tempo fa si è messa a coltura questa tipologia di mais nella zona di Magnadorsa di Arcevia.

Il mais ottofile di Roccacontrada, l’antico nome del paese, ha un sapore delicato e gradevole che la rende adatta a qualsiasi condimento ma che predilige gli ingredienti della tradizione contadina come salsiccia, formaggio, selvaggina e pollame, ma dando spazio alla creatività delle cucine perché  prodotto versatile per gnocchi, cresce, dolci e altro. La polenta arceviese caratterizza queste domeniche intorno al tavolo, in cui si mettono in vetrina anche altre eccellenze delle nostre zone, dal formaggio di fossa alla mela rosa dei Sibillini.

Odori, sapori e visioni diventano così le pagine di un racconto che narra la storia, le tradizioni e la cura dei prodotti della terra da parte di chi è qui sempre vissuto, che a volte se ne è andato lontano ma che torna sempre volentieri, sensibile a un richiamo atavico. Sono pagine di una storia da salvaguardare, così  come per salvaguardare il suo mays,  Arcevia è entrata a far parte di un progetto attraverso la Rete Nazionale Slow Mays a cui aderiscono dieci regioni produttrici di mais e che rientra nei presidi dell’associazione Slow Food Italia per le eccellenze alimentari.

Arcevia e i Della Robbia

Anche Arcevia è un’eccellenza da tutelare: così difficile da gestire per la vastità e l’asprezza di un territorio fatto anche di boschi e montagne. Ma tra gli itinerari dei Della Robbia e i panorami sulle colline incoronate dai nove castelli murati, creano atmosfere serene dove tutto si ricompone e ritrova il proprio posto in un quadro d’insieme. Sì torniamo spesso a cercare la visione di quei castelli, che così, rimanendo “in aria”, permettono a noi di continuare a volare.

Morena De Donatis

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SU “LETTERE MERIDIANE” E LA DECOSTRUZIONE DELL’IMMAGINARIO CALABRO

Intervista semiseria di Francesco Bevilacqua a se stesso

Domanda.

Non vorrei sembrare irriverente, ma non Le sembra che definirsi “cercatore di luoghi perduti”, ormai nel pieno del XXI secolo, come fa Lei sul Suo sito, sia un po’ infantile, un po’ fantasy, o al massimo tardo-new-age? (L’intervistatore sogghigna per il colpo d’inizio, bene assestato).

Risposta.

Sono certo che se La accompagnassi, e poi la abbandonassi, in una valle della Sila o dell’Aspromonte (ma potrei dire anche del Pollino, dell’Orsomarso, della Catena Costiera, delle Serre … insomma di uno dei grandi massicci montuosi della Calabria), Lei verrebbe assalito dal panico. E se non avesse avvertito nessuno a casa, circa la Sua posizione, diventerebbe di sicuro cibo per lupi. Salvo che il suo telefonino non fosse scarico e che avesse campo (fatti entrambi improbabili) e che gli uomini del Soccorso Alpino, allertati magari da Sua moglie, non la trovassero prima dei lupi. Ah, giusto per non far torto ai lupi: loro non mangiano gli uomini, vivi. Tutt’al più un’addentatina al cadavere, solo se hanno tanta fame da sopportare la puzza umana.

Domanda.

Intendevo solo chiederLe se è credibile che esistano “luoghi perduti” nel bel mezzo dell’Europa civilizzata. Con i satelliti, le mappe di Google Heart, le carte topografiche, i GPS. E una regione turistica come la Calabria poi. (Con aria più accondiscendente, ma sempre compiaciuta).

Risposta.

Le piace la tisana di lamponi che Le ho offerto? Sa dove ho raccolto quelle essenze? Sulla Serra di Novacco, nel massiccio dell’Orsomarso, l’estate scorsa. Vede, da quelle parti passò solo un viaggiatore straniero. La zona era tropo isolata e selvaggia già all’epoca. Per la verità era un ufficiale delle truppe napoleoniche, Duret de Tavel, che, ai primi dell’Ottocento combatteva i “briganti” filo-borbonici. Aveva come scolte dei prezzolati del posto. Descrive la zona tra Mormanno ed Orsomarso come una landa orrida e desolata, immersa in foreste inestricabili, abitata solo da animali selvatici. E ancora oggi, da quelle parti non trovi quasi mai nessuno, se non qualche pazzo come me. Come vede le “Indie di quaggiù” di cui parlavano i gesuiti, tra il cinquecento e il seicento, a proposito del Sud Italia, esistono ancora. E la Calabria ne è piena.

Domanda.

E quello sarebbe un “luogo perduto”? (Incredulo).

Risposta.

Lei insiste con questa storia. E allora Le dirò che non c’è nulla di più “perduto”, sulla Terra, di ciò che ci sta vicino, sia che si tratti di persone, sia che si tratti di luoghi. La civiltà – come la chiama Lei – ci aliena dalle persone, nel senso che sostituisce la comunicazione e l’informazione alle relazioni. Ma nello stesso tempo ci estranea dai luoghi in cui abitiamo. Che si trasformano in semplici contenitori territoriali o, se vogliamo, in “non luoghi”, per dirla con Marc Augé (conosce?), spazi artificiali privi di valori storici, identitari e relazionali. Per cui, paradossalmente, il borgo e le cascate di Panetti, pur stando ad un quarto d’ora dall’abitato di Platania (un piccolo comune montano della Presila Catanzarese), sono luoghi perduti ancor più di una remota valle del bacino dell’Orinoco. Di quel luogo non sanno nulla nemmeno coloro che vi abitano vicino. Nel senso che non ne riconoscono l’identità, il valore. La foresta amazzonica, invece, crediamo di conoscerla tutti attraverso l’informazione artefatta e oleografica che ce ne fanno i mezzi di comunicazione di massa. Il conservare memoria di una civiltà, come lo intendeva Corrado Alvaro, è cosa esattamente opposta alla bulimia di informazione omologata e bugiarda che ci propina la civiltà, e che serve, viceversa, a deformare il passato, ad edulcorarlo e restituircelo come un puro bene di consumo. Ecco il senso del mio cercare luoghi perduti. Cerco di riconnettere le anime degli uomini con l’anima dei luoghi. Chiaro?

Pollino. Serra Ciavole. Ph F. Bevilacqua

Domanda.

Non proprio. L’anima dei luoghi? Non mi dica che anche Lei crede che i luoghi abbiano un’anima. Vede che c’è qualcosa di new-age nel Suo pensiero? Forse si riferisce al suo libretto dal titolo “Genius loci“? (Ostentatamente divertito).

Risposta.

In quel libretto, come lo chiama Lei, ho cercato di spiegare come dai filosofi presocratici, passando per il panpsichismo, l’ilozoismo, l’animismo di quasi tutti i popoli primitivi, Platone, Plotino, Virgilio, sino ad arrivare a Jung e ad Hillman e perfino ad architetti e pianificatori dei nostri giorni, si è sempre sostenuto che anche i luoghi hanno un’anima, per nulla dissimile a quella umana. Ovviamente non è un dogma, come quelli a cui ci ha abituati il pensiero cattolico: ognuno è libero di crederci o meno. Sta di fatto che riconoscere l’anima dei luoghi significa dare loro una dignità, capire quel che essi contano per le comunità che vi abitano, anzi, che fanno parte delle “comunità” e che, in quanto tali vanno rispettati. Enzo Bianchi, il priore della Comunità di Bose, dice che l’antico precetto evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso” non si riferisce solo agli uomini ma alla Terra intera, alle sue creature, ai singoli luoghi. E perfino Papa Francesco, nell’enciclica “Laudato si'” ci raccomanda di coltivare la nostra amicizia con Dio in un luogo geografico preciso, che è quello che ci ospita ed ha contribuito a formare la nostra identità. Capisce ora?

Domanda.

Beh, se lo dice anche il Papa! Ma questa storia dei luoghi come si lega al Suo amore per la Calabria? Lei si fregia di non viaggiare fuori dalla Calabria, di essere “uno stanziale errante”. E qui veniamo al Suo ultimo libro, “Lettere meridiane, cento libri per conoscere la Calabria“. Della Calabria se ne parla spesso sui media. La sua realtà, i suoi problemi, anche le sue bellezze sono tutto sommato conosciute? Perché ha scritto tanti libri, molti dei quali sulla Calabria: guide storico-naturalistiche ed escursionistiche ai parchi, libri fotografici, saggi sui viaggiatori, i descrittori, i narratori ed i paesaggi della Calabria? Ed ora anche quest’ultimo, nel quale addirittura sostiene che per conoscere la Calabria bisogna leggere almeno cento libri?

Risposta.

Perché della Calabria è nota la sua immagine stereotipa. E la mia mission come scrittore è decostruire l’immaginario calabro, che poi è frutto, soprattutto, di una auto-rappresentazione dei calabresi. Faccio qualche esempio. Chi erano e chi sono i calabresi? Bruzi uccisori (presunti tali) di Cristo, prima; briganti, poi; ‘ndranghetisti ora. Qual è il tipo del calabrese? Duro, spietato, pericoloso, permaloso, omertoso, indolente, assistito, rassegnato etc. Quali sono i caratteri del paesaggio calabro? Bellissime coste, ma col mare sporco, servizi inadeguati. Il tutto condito dal famoso “non finito calabro”. E le montagne? Una volta, un famoso alpinista mi disse: “Perché, in Calabria ci sono montagne?”

Domanda.

Ma come, le cose non stanno proprio così? (Sinceramente incredulo).

Risposta.

Lei è calabrese vero? E che sa della storia della Calabria? Della geografia, dell’antropologia, della letteratura, della filosofia? Ha mai letto Cassiodoro, Gioacchino da Fiore, Campanella, Telesio, Alvaro, Perri, La Cava, Repaci, De Angelis? Che sa dei Bruzi, della dominazione romana, delle colonie magnogreche, dei bizantini, dei normanni e via discorrendo? Come si può conoscere, comprendere la Calabria, con le sue ombre e le sue luci, col bello e col brutto, se non si indaga su quanto è accaduto nei secoli in questa regione? Come si possono esprimere giudizi? E questo vale per gli outsider, per i forestieri, ma anche per gli insider, i calabresi stessi.

Serre. Placanica. Ph F. Bevilacqua

Domanda.

Scusi, ma non vorrà negare che i calabresi hanno molti vizi e che anche a causa di questi vizi hanno martoriato il proprio territorio, i loro tesori d’arte e d’architettura? E, in fondo, hanno compromesso anche la loro reputazione?

 

Risposta.

Non lo nego affatto. Anzi lo affermo. Ma bisognerebbe chiedersi perché tutto questo è potuto accadere. Salvo che non se ne voglia fare una questione di razza: i calabresi sono fatti così, sono inferiori, sottosviluppati, brachicefali (con poco cervello insomma) come diceva Lombroso. Ma le teorie razziali sono state sconfessate dalla biologia e non sono più un buon alibi per liquidare i problemi senza ragionare.

Domanda.

E allora se non è per un fatto di indole, di carattere, di razza …, perché?

 

Risposta.

Le potrei rispondere con Carlo Levi (lui parlava dei lucani ma va bene anche per i calabresi), con Pier Paolo Pasolini, con Giuseppe Berto. Avevano capito che il perché sta nel complesso di inferiorità della civiltà contadina della Calabria (e del Sud) rispetto alla civiltà industriale del Nord. Dall’Unità in avanti non si è fatto altro che magnificare le sorti dell’Italia industrializzata e denigrare quelle dell’Italia contadina. Sicché i contadini calabresi hanno pensato che tutto ciò che rappresentava quella civiltà inferiore – costruzioni, arti, saperi, storie, paesaggi – non servisse a nulla, non valesse nulla. Ed hanno cominciato a considerarsi una razza inferiore, maledetta, negletta. Hanno dimenticato tutto di se stessi, della loro storia e del loro territorio. Ed hanno cominciato a svendere tutto al peggior offerente. Anche la dignità. A partire dalle classi dirigenti, ovviamente.

Orsomarso. Pressi del Crivo di Rosannita. Ph. F. Bevilacqua

Domanda.

Come spiega il successo inatteso di narratori calabresi come Carmine Abate, Mimmo Gangemi, Gioacchino Criaco, che, nei loro romanzi, raccontano una Calabria che per gran parte non si conosce?

 

Risposta.

Ecco, vede? Questa è la riprova che della Calabria, fuori dalla Calabria, non interessano solo le notizie di cronaca nera. Se la Calabria e i calabresi sono raccontati bene, se si parla di quel che fuori nessuno sa, se si offrono interpretazioni originali, la gente intelligente è interessata, vuol sapere. Qualche giorno fa un docente dell’Istituto Rosmini di Trento mi preannunciava che con un gruppo di studenti sarà in Aspromonte, a Bova, per conoscere dal vivo la realtà della minoranza ellenofona dell’Aspromonte. Ho commentato: finalmente, le Dolomiti vanno in Aspromonte. E, a tal proposito, mi permetta di aggiungere: mi fa un po’ ridere quando i calabresi propongono di far diventare un loro luogo, una loro zona patrimonio mondiale dell’umanità. Che pensino prima a renderlo patrimonio dei calabresi! La Dolomiti, prima di diventare sito Unesco erano patrimonio dei trentini, degli altoetesini, dei veneti.

Domanda.

Posso capire. Ma si tratterà certamente di un viaggio, diciamo, folkloristico. In cerca solo di capre e tarantelle. Una gita scolastica come tante …

 

Risposta.

Tutt’altro. I ragazzi del Rosmini hanno studiato a lungo sui libri e su Internet quella realtà. Ed hanno capito che non è per nulla immobile. Non è un museo en plein air. Non è solo vecchi pastori che risalgono il greto delle fiumare con piccoli branchi di capre. A parte l’accoglienza diffusa nelle case del centro storico, per visitatori consapevoli, che da Bova si sta irradiando anche in altri paesi della zona, a parte “Paleariza“, il festival di ento-musica ed altro che si tiene d’estate, di recente, ad esempio, una cinquantina di pastori/e si sono consorziati per produrre e commercializzare i loro formaggi con tecniche innovative ma sempre partendo dalla tradizione. Ed è stato anche creato un marchio – “Cangiari” (che in dialetto significa “cambiare”) del Gruppo Cooperativo GOEL, che produce tessuti realizzati nei tanti vecchi telai sparsi nei paesi grecanici e li utilizza sino a farne abiti sartoriali. Ovviamente, tutto questo non è che un esempio. Non c’è ideazione senza identità, come dice Umberto Galimberti. Il futuro ha un cuore antico, titola un bel libro di Carlo Levi.

Aspromonte. Rocche di S. Pietro. Ph F. Bevilacqua.

Domanda.

E in “Lettere meridiane”, Lei sostiene queste … cose bislacche?

 

Risposta.

Queste e molte altre. Come l’idea che il lungo sonno della tradizione, l’oblio della civiltà contadina ha prodotto una malattia che chiamo “amnesia dei luoghi” e che questa ha gettato l’intera popolazione calabrese in una sorta di “coma topografico”. Come la proposta introdurre nella Costituzione un “diritto alla nostalgia”, non come sentimento immobilizzante ma come desiderio di riconoscersi, finalmente, in un paese, come scrive Cesare Pavese, in un villaggio vivente nella memoria, come dice Ernesto De Martino. Come l’intuizione di Rilke, secondo cui si nasce solo provvisoriamente in un luogo, ma solo dopo tanto tempo vi si rinasce, ogni giorno più definitivamente.

Francesco Bevilacqua

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UNESCO CROAZIA: IL PATRIMONIO IMMATERIALE

Dopo aver descritto nel precedente articolo gli 8 siti croati Patrimonio dell’Umanità, prosegue il nostro percorso alla scoperta dei 14 tutelati come patrimonio culturale immateriale, vere e proprie meraviglie della tradizione culturale.

1) La Processione della Croce sull’isola di Hvar

Da oltre cinque secoli gli abitanti dell’isola di Hvar, la più soleggiata della Croazia, si celebrano la Settimana Santa e la Pasqua con l’originale processione “Dietro la Croce” (Za Križen), un’espressione d’identità religiosa e culturale unica nel suo genere nata a seguito ad un evento straordinario accaduto nel 1510 quando da una piccola croce nella città di Hvar fuoriuscirono delle lacrime di sangue. Alla stessa ora, nella notte tra il Giovedì e il Venerdì Santo, dalle sei chiese parrocchiali di Jelsa, Pitve, Vrisnik, Svirče, Vrbanj e Vrboska partono sei processioni che in otto ore si snodano su 22 chilometri. Guidata a piedi scalzi dal križonoša il portatore della croce prescelto la processione raduna numerosi credenti provenienti da tutta l’isola e da varie parti d’Europa.

La Processione della Croce sull’isola di Hvar

2) Il canto tradizionale “ojkanje

Coniato dal musicologo e compositore Antun Dobronic il termine “Ojkanje” indica una tipologia di canto tremante e profondo  tipica dall’entroterra dalmata in cui ogni canzone dura quanto il respiro dei principali cantanti. Il canto tradizionale ojkanje si pensa sia probabilmente legato ad uno strato illirico nella musica seppur i testi delle canzoni abbracciano una varietà di argomenti da amore ai temi sociali attuali e politici.

Il canto tradizionale ojkanje

3) Il canto a due voci e la scala istriana

La scala istriana (esafonica, non temperata) è un caratteristico modo di suonare e cantare a due voci tipico dell’Istria e del litorale Croato (Quarnaro) la cui base tonale sta in una serie di suoni non temperati. Le due linee che la compongono si muovono su intervalli di terza (costa) e di sesta (centro dell’Istria). I generi includono le forme ad intervalli stretti del Kanat e Tarankanje, tecniche di tono nasale , la variazione e l’improvvisazione, la conclusione al unisono o all’ottava mentre gli strumenti includono sopele ciaramelle, zampogne , flauti , e Tambura liuti.

Il canto a due voci e la scala istriana

4) Il canto della Klapa  in Dalmazia

l canto della Klapa (compagnia, amici) è un tipico canto polifonico senza l’accompagnamento di strumenti musicali. Il canto a più parti e a cappella fa parte della tradizione orale ed è una forma semplice e libera di fare musica insieme esibendosi in semicerchio stretto. Il leader di ogni gruppo di klapa è il primo tenore, seguito da diversi tenori, baritoni e voci basse così da raggiungere la migliore miscela possibile di voci per interpretare diversi stati d’animo durante l’esecuzione. Gli argomenti delle canzoni klape riguardano temi amorosi, situazioni di vita e la società.

Il canto della Klapa in Dalmazia

5) Il canto e la musica strumentale tradizionale “Bećarac” nella Croazia orientale

Bećarac e’ una melodia vocale e vocale-strumentale con orchestra Tambura, popolare in Slavonia, Baranja e Srijeme. Il testo è allegro e gioioso ed è ricco di allegorie e metafore. Il nome deriva dalla parola turca Baqara , che in uso della lingua croata denota un giovane scapolo, fidanzato, single. Il Bećarac viene cantato per lo più a matrimoni e altre occasioni importanti di vita.

Il canto e la musica strumentale tradizionale Bećarac nella Croazia orientale

6) Lo scampanatore: la Rassegna annuale degli scampanatori Kastav

Durante il Carnevale e fino al mercoledì delle Ceneri, a Kastav gruppi di uomini, gli Zvoncari, visitando vari villaggi danno vita ad una processione attraverso percorsi tradizionali. Dotati di campane e travestiti con un mantello di montone rovesciato con maschere e copricapi che simboleggiano la fertilità e la vegetazione, suonano muovendosi in modi diversi e ben studiati per dar vita ad un antico rituale che invoca la fertilità a fine dell’inverno.

La Rassegna annuale degli scampanatori a Kastav

7) Il “nijemo kolo” (danza silenziosa in cerchio), tipico della Dalmazia interna

Il ballo in silenzio tipico delle zone dell’entroterra dalmata (Dalmatinska zagora) si esegue in circolo chiuso tra uomini e donne con passi e  figure, spesso vigorose e impressionanti che riflettono lo stato d’animo e il desiderio dei partecipanti. Nijemo Kolo trasmessa di generazione in generazione è tradizionalmente eseguita durante il carnevale, fiere, feste e matrimoni ed era una modalità per giovani donne e uomini di incontrarsi e conoscersi l’un l’altro ma anche un modo per distinguere le varie identità e appartenenze da villaggio all’altro.

Nijemo kolo

8) Il torneo cavalleresco Sinjska Alka a Sinj

La Sinjska Alka è un torneo cavalleresco che si tiene ogni anno a Sinj, fin dall’anno 1717 che vede cavalieri su cavalli al galoppo lungo un perimetro delineato, puntare con la lancia un anello di ferro appeso a una corda. Il nome del torneo deriva dalla parola anello, una parola di origine turca , che riflette lo scambio culturale tra due civiltà diverse. Le regole del torneo, sono state codificate e l’intera comunità contribuisce a conservare e restaurare le armi , l’abbigliamento e le attrezzature per sostenere il mantenimento della tradizione. Durante il torneo si tengono anche cerimonie religiose, incontri sociali, feste private e in pubblico.

Il torneo cavalleresco Sinjska Alka a Sinj

9) La manifattura di merletti in Croazia

In passato in Croazia, il merletto non era riservato a classi aristocratiche e religiose ma veniva lavorato dalle mani delle donne residenti nelle zone rurali per l’abbigliamento tradizionale e l’arredamento. Questa tradizione è continuata ed è possibile ritrovarla in tre centri principali: Lepoglava nello Zagorje croato con merletto a fuselli, il merletto decorativo di Pag fatto ad ago e quello di Hvar prodotto grazie alla sapienza dei monaci benedettini con il filo estratto dalla pianta di agave.

La manifattura di merletti in Croazia

10) La tradizionale manifattura di giocattoli di legno nello Zagorje croato

la regione dello Zagorje croato ha una lunga storia legata alla produzione tradizionale di giocattoli in legno che ha origine nel XIX secolo nei villaggi di Laz, Stubica, Tugonica ed a Marija Bistric. Qui di generazione in generazione si tramandano più di centoventi modelli di giocattoli diversi  fatti a mano da uomini e dipinti da donne. Pezzi unici dipinti con colori naturali ricorrenti come il rosso, il giallo e il blu raffiguranti ornamenti floreali e geometrici.

La tradizionale manifattura di giocattoli di legno nello Zagorje croato

11) La Processione di Primavera a Ljelje/Kraljice (Regine) da Gorjani

La Processione delle Regine si tiene ogni anno in Primavera durante la Pentecoste nel villaggio di Gorjani  in Slavonia. La processione è composta da ragazze di Gorjana che visitano il villaggio ed eseguono un rituale che consiste di particolari canzoni e danze con le spade. I partecipanti dividono in regine e re: una parte impersonano re armati di spade e cappelli decorati con fiori e l’altra parte sono regine che portano sulle loro teste ghirlande bianche come delle spose. La festa si basa su danze popolari effettuate di casa in casa accompagnate da musicisti ed è un momento simbolico e fiero del suo popolo che ha la possibilità di mostrare la bellezza e l’eleganza delle sue giovani ragazze.

La Processione di Primavera a Ljelje Kraljice da Gorjani

12) La Festa di San Biagio, Patrono di Dubrovnik

San Biagio, era vescovo in Armenia, fu torturato e ucciso al tempo dell’imperatore Diocleziano e divenne protettore di Dubrovnik nel X secolo. La leggenda racconta che fosse apparso nel sonno ad un certo Stojko, parroco della cattedrale per avvisarlo di un imminente attacco della flotta veneta permettendo così alla città di salvarsi. A seguito di questo evento, il Senato proclamò San Biagio protettore della Citta di Dubrovnik. La festività di San Biagio, si celebra il 3 Febbraio di ogni anno ed è un avvenimento famoso per la grande partecipazione popolare vestita con pittoreschi costumi, per i numerosi eventi e spettacoli e per la superba processione con le reliquie del Santo per le vie della città.

Festa San Biagio, Dubrovnik

13) I biscotti allo zenzero nella Croazia settentrionale

L’arte nella produzione del pan di zenzero apparse in alcuni monasteri europei durante il Medioevo, e quando giunse in Croazia divenne un vero e proprio mestiere che richiede abilità e velocità. Gli artigiani che producono anche miele e candele usano la stessa ricetta che comprende farina, zucchero, acqua e bicarbonato di sodio a cui vanno aggiunte le spezie. Ogni artigiano decora il proprio prodotto in modo speciale utilizzando anche fotografie, piccoli specchi e testi in rilievo. Il motivo più comune del pan di zenzero è il cuore e spesso lo si prepara per il matrimonio.

I biscotti allo zenzero nella Croazia settentrionale

14) La Dieta Mediterranea

La Dieta Mediterranea diventata simbolo UNESCO si fonda nel rispetto per il territorio e la biodiversità e promuove l’interazione sociale, poiché definisce un insieme di prodotti alimentari comuni che stanno alla base dei costumi sociali e delle festività di molte comunità del Mediterraneo. È con queste motivazioni che, nel novembre 2010, la Dieta Mediterranea è stata riconosciuta dall’UNESCO Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Un patrimonio che riunisce le abitudini alimentari dei popoli del bacino del Mar Mediterraneo (Italia, Spagna, Grecia, Marocco, Portogallo, Croazia e Cipro), consolidate nel corso dei secoli e rimaste pressoché immutate fino agli anni Cinquanta, e che va ben oltre una semplice lista di alimenti ma riguarda la cultura di vita, le pratiche sociali, tradizionali e agricole.

La Dieta Mediterranea

La Repubblica di Croazia ha inoltre inviato al Centro per il Patrimonio dell’Umanità (WHC) un elenco di beni culturali e naturali ad oggi “in lista d’attesa” tra cui:

  • Il Complesso episcopale di Zara
  • Il limes croato di Varaždin, la “Tvrđa” di Osijek
  • Ll’ampliamento del Palazzo di Diocleziano ed il centro storico di Spalato
  • Lubenice sull’isola di Cres
  • Il borgo e castello Veliki Tabor
  • Il nucleo storico-urbanistico di Ston (Stagno) con Mali Ston (Stagno piccolo)
  • il borgo di Motovun (Montona)
  • L’eremo di Blaca
  • Le vigne di Primošten
  • La città di Korčula
  • Infine, insieme all’Italia, la Croazia ha recentemente chiesto il riconoscimento per le Mura e fortificazioni venete.

Tonka Kukin

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I TESORI UNESCO DELLA CROAZIA

Crocevia tra il Nord-Est europeo e il Mediterraneo, la Croazia in proporzione alla sua superficie, vanta il maggior numero di beni culturali posti sotto l’egida dell’UNESCO l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

Con 8 siti Patrimonio dell’Umanità e 14 tutelati come patrimonio culturale immateriale, la Croazia vi attende per un viaggio entusiasmante tra tesori d’arte, capolavori della natura e meraviglie della tradizione culturale.

1) La città vecchia di Dubrovnik

Perla dell’Adriatico”, incastonata tra il mare e ai piedi del Monte Srđ, Dubrovnik/Ragusa narra attraverso le sue fortificazioni di cinta e il suo pregevole impianto urbanistico e architettonico le vicende di potente città e repubblica marinara. Nonostante le numerose avversità storiche e naturali, Dubrovnik è riuscita a conservare la sua forte identità culturale frutto della fioritura scientifica, commerciale e artistica del passato ravvisabile nei suoi palazzi nobiliari, nei tanti conventi, nelle sue chiese gotiche, rinascimentali e barocche e nelle sue opere difensive e urbanistiche che ne fanno una location preferita di molti film e fiction mondiali di successo.

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2) Gli “stećci” – lapidi tombali medievali

Scolpiti su pietra calcarea dalla seconda metà del XII fino al  XV secolo, gli “stećci” (singolare: stećak) sono delle pietre tombali di forma rettangolare che possono trovarsi sia in posizione orizzontale che eretti. Decorati con scritte, motivi geometrici, immagini simboliche raffiguranti elementi naturali, animali, tornei cavallereschi, arcaici balli in cerchio e il famoso uomo con la mano destra alzata, gli stećci sono prevalentemente diffusi tra la Bosnia Erzegovina e la Croazia sul cui territorio si trovano oltre 4 mila stele disseminate tra le necropoli di Velika e Mala Crljivica, Cista Velika e Dubravka/S. Barbara, Konavle a sud est del Paese.

Gli Stećci

Gli Stećci

3) Il centro storico di Trogir

Trogir (Traù) è uno straordinario esempio di continuità urbana. La pianta ortogonale delle vie di questo centro abitato, ancora oggi visibile, risale all’età ellenistico-romana e nel tempo il suo nucleo è stato impreziosito con molti edifici e fortificazioni che non ne hanno alterato l’aspetto originario. Circondata dal mare, con porte di accesso, torri e chiese romaniche che si alternano ad edifici rinascimentali e barocchi del periodo veneziano, la cittadina conserva nella Cattedrale romanica di San Lorenzo  pregevoli opere d’arte come il portale d’ingresso attribuito al maestro Radovan (1240) e la cappella funeraria del vescovo Giovanni Orsini (1467), realizzata da Niccolò di Giovanni e Andrea Alessi col contributo di Ivan Duknović.

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4) il Palazzo di Diocleziano e la Spalato medievale

Costruito in riva al mare tra il 293 e il 305 dC. combinando elementi di grande villa imperiale fortificata, il palazzo di Diocleziano è uno dei monumenti romani più preservati del mondo il cui nucleo originario è ancora oggi abitato. All’interno delle sue alte mura, circondate da torrioni quadrati, si aprono quattro porte (La Porta Aurea, la Porta Argentea, la Porta Bronzea e la Porta Ferrea) che permettono di ripercorrere le antiche vie principali (cardo e decumanus), e giungere al Peristilio. In quest’ultimo spazio si trovavano tre templi e il vestibolo, un luogo che ancora oggi offre un emozionante colpo d’occhio nella sua  originaria funzione di scenografia per le cerimonie ufficiali. Il mausoleo dell’imperatore a pianta circolare è oggi la Cattedrale di S. Doimo che conserva notevoli opere d’arte tra cui un altare di Juraj Dalmatinac (Giorgio di Matteo il Dalmata).

Spalato: Peristilio e Riva

Spalato: Peristilio e Riva

5) Il complesso paleocristiano della Basilica Eufrasiana di Poreč

Il complesso episcopale della Basilica Eufrasiana nel centro storico di Parenzo prende il nome dal vescovo Eufrasio il quale, a metà del VI secolo, decise di ricostruirla ed abbellirla con splendidi mosaici paragonabili a quelli ravennati. La basilica, l’atrio, il battistero e il palazzo vescovile sono un eccellente esempio d’architettura sacra per lo straordinario connubio di elementi architettonici classicistici e bizantini.

Parenzo: Complesso monumentale della Basilica Eufrasiana

Parenzo: Complesso monumentale della Basilica Eufrasiana

 

6) La Cattedrale di San Giacomo di Šibenik

Eretta tra il 1431 ed il 1535 la Cattedrale di San Giacomo di Šibenik, è il risultato delle commistioni artistiche tra la Dalmazia e l’Italia tra il  XV e XVI nell’operato di tre architetti: Francesco di Giacomo, Juraj Dalmatinac e Niccolò di Giovanni Fiorentino.  Il risultato è un insieme di pietra armonico, nobilitato da un metodo costruttivo innovativo, da interni eleganti e dalla famosa decorazione delle pareti esterne con 71 teste scolpite da Giorgio di Matteo che rappresentano uno studio di tipi umani ispirato alla popolazione cittadina nel XV secolo.

Sebenico: la Cattedrale di San Giacomo

Sebenico: la Cattedrale di San Giacomo

 

7) Il Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice (Plitvička jezera)

Immerso nel complesso montuoso di Lička Plješivica, il Parco Nazionale si presenta come un grandioso fenomeno architettonico naturale, grazie ad acque che scorrendo nel corso di migliaia di anni sopra il calcare e gesso hanno formato dighe naturali su cui poggiano una serie di bellissimi laghi, grotte e cascate. Tutto intorno al sistema dei laghi si è avvolti da una natura incontaminata, ricca di fitti boschi abitati da orsi, lupi e da diverse specie animali e vegetali molto rare.

Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice

Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice

 

8) La Piana Starigradsko polje a Hvar

Altro gioiello Unesco lo troviamo nella Piana di Stari Grad nell’isola di Hvar con i suoi vigneti e oliveti che sono rimasti “praticamente inalterati nel tempo”, presentandosi oggi così com’erano al tempo dalle prime colonizzazioni degli antichi greci di Paros nel IV sec ac.. La fertile piana rappresenta una rara testimonianza del sistema geometrico di divisione del terreno utilizzato nell’antichità con le sue particelle (chora) ben delineate dai muri a secco e registrate dai proprietari che intagliavano sulla pietra il loro nome.  Di  pregio  anche  il  sistema  di  raccolta  delle  acque  piovane  e  dei  serbatoi che unito alla sapiente e sostenibile coltivazione  ne fanno il paesaggio greco antico meglio conservato dell’intero bacino del Mediterraneo.

La Piana di Starigradsko polje a Hvar

La Piana di Starigradsko polje a Hvar

Questi otto siti imperdibili vi aspettano in tutto il loro splendore insieme al buon cibo e le tradizioni tipiche.

Tonka Kukin

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Sguardi dal Perù

Una terra ricca di ritrovamenti archeologici, misteri e luoghi incantati, un mondo a parte che va dal Pacifico attraverso le Ande e giunge alla foresta Amazzonica. Una nazione ideale per gli appassionati di fotografia e viaggi grazie ad un ambiente unico ad alta biodiversità, abitato da molti popoli tribali incontattati minacciati oggi da compagnie petrolifere internazionali.

Affascinato da racconti di viaggio e immagini emozionanti apparse su riviste specializzate, verso la fine di settembre 2016 decido di partire per il Perù e partecipare ad un workshop fotografico a Nauta, una città nella parte nord orientale della Regione di Loreto nel Perù Amazzonico che sorge a breve distanza dal Río Marañón un importante affluente dell’Amazzonia superiore.

Dopo un lungo viaggio, giunto a destinazione l’impatto emotivo con l’ambiente viene filtrato attraverso il lavoro fotografico al ritmo di circa cento scatti al giorno relativi alla vita che si svolge lungo il fiume che scorre nei pressi della città, su cui transitano grosse barche colme di merci da distribuire nei mercati e in cui la popolazione fa il bagno e lava i panni.

Bambini lungo il Río Marañón di Giorgio Bianchi

Bambini lungo il Río Marañón di Giorgio Bianchi

Canoa lungo il Río Marañón di Giorgio Bianchi

Canoa lungo il Río Marañón di Giorgio Bianchi

Il tour fotografico appare allo stesso tempo difficoltoso, a causa delle alte temperature e l’umidità, che entusiasmante nell’assimilare uno stile di vita e tradizioni dal carattere tribale.

Queste due connotazioni fisiche ed emotive si sono manifestate durante la navigazione sul fiume durata oltre cinque ore a bordo di una piccola barchetta per raggiungere un villaggio costruito su palafitte in cui ho avvertito lo spaesamento e il fascino quasi onirico nel vedere nuotare delfini rosa, farfalle di tutti i colori, pappagalli, aironi e altri animali immersi nella lussureggiante vegetazione.

Per i successivi due giorni entriamo in contatto con gli abitanti del villaggio che ci accolgono all’interno della comunità facendoci sentire parte della loro grande famiglia. E sono proprio loro a svegliarci prima dell’alba dopo aver trascorso la notte su amache per accompagnarci a fotografare luoghi e ambienti con colori così intensi come non mi era mai capitato di vedere.

Colori veri come la sua gente, semplice e sincera che ha rispetto per gli altri senza dover fingere o rappresentarsi nello spazio che li circonda.

Dopo questa esperienza ci siamo trasferiti nella zona nord occidentale del Perù a visitare il  Villaggio degli Urarinas, un gruppo indigeno della amazzonia peruviana, che vive presso i fiumi Chambira, Urituyacu, e Corrientes. Questa società semi-mobile di cacciatori e coltivatori dalla fede sciamanica è oggi sempre più minacciata e messa in fuga per la volontà di attuare prospezioni petrolifere che causano deforestazione e conseguente perdita di ambiente ad altissima biodiversità.

Fotografiamo con discrezione donne tutte vestite di rosso che si dilettavano a fare ventagli ed altri oggetti di artigianato mentre gli uomini si preparavano alla caccia nella foresta.

Una popolazione libera, a contatto vero e armonico con la natura.

Trasporto passeggeri sul Río Marañón di Giorgio Bianchi

Risció sotto la pioggia di Giorgio Bianchi

Risció sotto la pioggia di Giorgio Bianchi

Di ritorno, navigando di notte con una torcia accesa per evitare i molti tronchi trasportati dal fiume, guardavo l’enorme cielo stellato con una lucentezza da noi invisibile e sentivo l’anima della natura impossessarsi di noi. Giunti nuovamente a Nauta abbiamo completato il nostro lavoro mentre fuori diluviava e i bambini giocavano inseguendosi sotto la pioggia.

Non dimenticherò mai i loro sguardi intensi e pieni di felicità nonostante la povertà e la difficoltà della loro vita.

Un viaggio indimenticabile per chi vuol ritrovare se stesso in contesti paesaggistici unici al mondo e storie di culture millenarie.

Giorgio Bianchi