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L’avventurosa storia della cinematografia subacquea

Lo sguardo romantico dei pittori e memorialisti del Grand Tour intenti a mostrare immagini di popoli, luoghi, atmosfere e scoperte scientifiche da vita a partire da metà Ottocento ad un’economia culturale ed editoriale di massa in cui si sperimentano nuovi linguaggi artistici e modalità di riproduzione visiva per appagare la curiosità del pubblico e dei fautori di quella che sarà la rivoluzione industriale e tecnologica.

A marcare il rapporto tra le magnifiche incisioni e interpretazioni pittoriche entra ben presto in gioco l’uso della fotografia il cui principio di realtà influenza man mano l’arte, la scienza e entusiasma la società a partire dai ritratti e carte de visite.

Prima fotografia subacquea / William Thompson, 1856

La voglia di sperimentazione fotografica in applicazioni scientifiche e di reportage si fa ben presto strada e molti naturalisti come Darwin inizieranno ad usarla per catalogare la realtà. Tra questi vi era William Thompson a cui si deve la prima immagine subacquea della storia scattata a Weymouth Bay sul Canale della Manica. L’intento del naturalista era quello di capire quale impatto avesse la grande forza delle onde marine che si infrangevano sui moli del ponte della cittadina in modo da poter eseguire dei lavori di rinforzo adeguati. Per risolvere il problema si ingegnò realizzando uno scafandro in legno a tenuta stagna e vetro su una facciata che conteneva la fotocamera. Successivamente realizzò un sistema con treppiede e corde per immergere sino a 5 metri e mezzo la fotocamera e azionare l’otturatore dalla barca ancorata al fondo. Così dopo diversi tentativi per gestire in modo ottimale l’esposizione a lastre di vetro, nel 1856 ottenne la prima immagine che entrerà di diritto nella storia della fotografia subacquea.

A distanza di diversi anni nel 1893 il biologo marino Louis Boutan immergendosi con apposito scafandro a bolla per la respirazione costruì un prototipo di macchina fotografica anfibia (una Detektiv) realizzando un modello di fotocamera subacquea con flash a magnesio. La serie di scatti a Banyuls-sur-Mer e i successivi gli daranno fama e notorietà tanto che nel 1900 pubblica presso l’editore Sleicher  di Parigi il volume “La Photographie sous marine et les progrès de la photographie” aprendo la strada e l’interesse della collettività verso il genere fotografico subacqueo.

La photographie sous-marine et les progrès de la photographie / Louis Boutan

In quegli anni a partire dalla fotografia in movimento esordisce il Cinema che sin dalle sue primissime sequenze incontra il mondo sottomarino seppur in forma di ricostruzione e non ancora con riprese documentaristiche. Tra questi primi film segnaliamo l’incanto narrativo di un pioniere del cinema come Georges Méliès che in Visite sous-marine du Maine (1898), Le Royaume des fées (1903) e La Sirène (The Mermaid) (1904), Vingt mille lieues sous les mers (del 1907 seppur nel 1905 era già uscito negli Stati Uniti un 20,000 Leagues Under the Sea di Wallace McCutcheon), condensa vicende miti e favole del mondo marino  immettendole nell’immaginario collettivo del ‘900.

Trascorsi molti anni tra innumerevoli film e documentari prodotti tra le due guerre mondiali sulle coste siciliane un operatore cinematografico di operazioni belliche alla caduta del fascismo, trovandosi attrezzature subacquee in dotazione alla marina militare italiana pensò “di filmare le meraviglie che si celavano sotto la superficie del mare, ma ciò sarebbe stato possibile solo inventando uno strumento capace di proteggere sott’acqua la macchina da presa”. L’operatore era il Principe Francesco Alliata di Villafranca regista, produttore cinematografico e impresario illuminato alla cui intuizione si deve il primo documentario subacqueo della storia del cinema.

Per filmare quelle meraviglie individuate sotto la superficie marina delle Isole Eolie, il Principe pensò di chiamare Quintino di Napoli, Pietro Moncada e Renzo Avanzo amici appassionati all’impresa a cui si sarebbe aggiunto per un breve periodo anche Fosco Maraini.

Francesco Alliata e Quintino di Napoli fotografati da Fosco Maraini

Col loro aiuto e dopo molti tentativi, riuscirono a costruire una custodia stagna in ottone per la Arriflex 35mm e, sotto gli auspici di Roberto Rossellini dopo 45 giorni di riprese estive pari a 3.000 metri di pellicola, realizzarono “Cacciatori Sottomarini” (1946) documentario che rappresentava le prime emozionanti immagini girate nel mondo sommerso e svelava al mondo la magia delle Eolie autentiche. Il film ottenne un grande successo al Festival di Cannes del 1947 tanto da indurre il gruppo a fondare la casa di produzione Panaria Film.

La passione per il mare e per il cinema spinge i quattro a realizzare i primi documentari subacquei risolvendo in modo audace problematiche tecniche legate all’immersione con prototipi e apparecchiature appositamente realizzate. Tra queste citiamo la coraggiosa ripresa subacquea di Alliata dentro la “camera della morte” in  “Tonnara” (1947) su cui sono montati canti e suoni della tradizione registrati dal vivo, l’iposcopio che nel documentario  “Tra Scilla e Cariddi (1948) permise le riprese sottomarine nell’inseguire il pescespada dalla feluca, i pesi di piombo per la stabilizzazione, tubi ed erogatori per la respirazione, etc etc. Alliata e amici sperimenteranno per anni soluzioni diverse osservando anche quelle altrui come nel caso di Jacques-Yves Cousteau intento dal 1943 a realizzare primo tipo di equipaggiamento per lo Scuba diving e l’Aqua-lung, percorso che porterà alla prima messa a punto della Calypso-Phot (1957) la prima fotocamera subacquea standard che sarà poi prodotta in larga scala da Nikon col nome di Nikonos. Cousteau girerà nel 1956 “Il mondo del silenzio, vincendo nello stesso anno il primo premio al Festival di Cannes ed il Premio Oscar nella categoria documentari.

Nel corso di un decennio, fondamentale anche per l’opera di un altro maestro documentarista come Vittorio de Seta, la Panaria produsse altri magnifici documentari (Isole di Cenere e Bianche Eolie) fondamentali per il recupero delle tradizioni e per l’aspetto antropologico legato ad un mondo di suoni e di immagini oggi dissolto rimanendo per lungo tempo i soli capaci di penetrare il mare con  macchine da presa e attrezzature appositamente create. I quattro amici oltre a produrre film di valore come La Carrozza d’oro di Jean Renoir e Vulcano di William Dieterle (entrambi con Anna Magnani), furono anche i primi al mondo a fare le prime riprese subacquee in technicolor e a schermo panoramico con “Sesto continente” (1954), diretto da Folco Quilici ancora studente del Centro Sperimentale di Cinematografia, il quale inizierà negli anni successivi una grande operazione di divulgazione mediale legata a tematiche marine. La pionieristica avventura cinematografica subacquea era ormai matura per continuare a esplorare il mondo sommerso e ancora oggi affascinare milioni di spettatori.

Per un ulteriore approfondimento:

  • Il Mediterraneo era il mio regno: Memorie di un aristocratico siciliano” di Francesco Alliata, Neri Pozza Editore, 2015
  • “Le Eolie della Panaria Film 1946-1949” 2 vol. – a cura di Rita Cedrini, Edizioni del Centro Studi e Ricerche di Storia e Problemi Eoliani, 2002 Lipari
  • “La Sicilia tra Schermo e Storia” – a cura di Sebastiano Gesù, Giuseppe Maimone Editore, Catania, 2008

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Il viaggio musicale di Alan Lomax

“Non sapevo perché una vecchia registrazione sul campo fatta da Alan Lomax mi suonasse migliore, ma era così.” –  Bob Dylan –

Alan Lomax (1915-2002) etnomusicologo, antropologo  e produttore discografico è stato uno dei personaggi più importanti della musica del Novecento.

La sua fu una vita errabonda di incessante ricerca, cominciata già negli anni ‘30 quando in compagnia del padre, musicologo a sua volta, compì un lungo viaggio nel sud degli Stati Uniti per documentare con registrazioni sul campo, la cultura musicale dei discendenti degli schiavi deportati dall’Africa

Per più di dieci anni i Lomax (il cui cognome originario era Lomazzi, italiani emigrati in America), muniti solo di un registratore portatile a dischi d’alluminio del peso di un quintale, batterono gli  stati meridionali degli Stati Uniti.

Da questo grandioso lavoro per dimensioni e importanza culturale scaturì una poderosa raccolta di incisioni e registrazioni che confluirono nell’Archive of American Folk Song della Biblioteca del Congresso, con cui gli americani poterono conoscere il Blues, i work songs e spiritual, nonché ascoltare artisti altrimenti destinati all’oblio.

Pioniere della “storia orale”, Lomax realizzò tra l’altro una serie di interviste ai più grandi jazzisti e folksinger americani: Woody Guthrie, Lead Belly, Muddy Waters, Jelly Roll Morton.

Negli anni 40 la sua vicinanza  ad artisti politicamente schierati e la sua ostinazione nel raccogliere canzoni di afroamericani in prigione o di lavoratori in sciopero attirò su di lui l’attenzione dell’FBI per sospette attività antiamericane.

Il clima suggeriva di allontanarsi per un po’. Finì a Londra, dove riuscì a trovare un contratto con la BBC per la realizzazione di una serie di incisioni discografiche e trasmissioni radio sulle musiche popolari europee.

In realtà scopo fondamentale del viaggio di Lomax era la creazione della Columbia World Library, ovvero realizzare una collana discografica che contenesse le musiche folk di tutto il mondo in una trentina o quarantina di long playing.

Prima tappa fu la Spagna dove, aiutato da numerosi studiosi e nonostante la sua  avversione per la dittatura Franchista, realizzò centinaia di registrazioni che confluiranno in Folk Music of Spain, 11 LP per l’etichetta Westminster di New York.  I risultati di questa prima ricerca europea sulla musica tradizionale spagnola fu usata abbondantemente da Miles Davis e Gil Evans per il capolavoro “Sketches of Spain”.

L’esperienza spagnola fu importante anche perché è qui che Lomax, per la prima volta, incomincia a fotografare con regolarità i cantori e musicisti che si esibiscono per lui, i paesaggi, la gente comune, l’architettura.

Ed è sulle basi di queste premesse che Lomax, nel 1953 si prepara alla tappa successiva: l’Italia.

Il suo viaggio nel bel paese durò circa sette mesi, a bordo di un furgone Volkswagen, grazie al quale battè in lungo e in largo la penisola realizzando più di duemila registrazioni e scattando migliaia di indimenticabili fotografie.

In Italia, Lomax trova la collaborazione preziosa dell’etnomusicologo reggino Diego Carpitella, all’epoca assistente alla direzione del Centro Nazionale di Studi sulla Musica Popolare di Roma, ricercatore del corpus sonoro e musicale tradizionale del Salento con Ernesto De Martino e per lunghi anni docente di Etnomusicologia alla Sapienza.

Diego Carpitella, lo aiutò a  districarsi nelle sterminate e frammentate realtà locali calabresi tra Scilla, Melia, Palmi, Bagnara, Cardeto, Giffone, Mammola, Cinquefrondi, Vibo Marina, Nicastro registrando circa 130 brani. Ma il viaggio continuò dalla Sicilia al Piemonte, dalla Lombardia, all’Abruzzo, dalla Liguria al Salento, dal Friuli al Veneto, alla ricerca dei suoni della musica popolare, ed alla fine i pezzi raccolti furono oltre tremila.

Lomax registrò e conobbe migliaia di cantanti e musicisti che, durante i momenti di festa e di lavoro, tramandavano una tradizione secolare, aggiungendo tarantelle e zampogne a quell’immenso archivio, fatto di anni di ricerca e passione. Il risultato delle ricerche italiane si può ascoltare  in due dischi intitolati “World Library of Folk” and “Primitive Music”.

Se si vuole invece un resoconto completo di quell’incredibile viaggio, allora bisogna leggere “L’anno più felice della mia vita”, edizioni il Saggiatore. Il libro, il cui titolo è tratto da una citazione in ricordo del periodo italiano trascorso da Lomax, contiene una lunga testimonianza della figlia Anna Lomax Wood e una presentazione di Martin Scorsese. Il volume ricostruisce quello straordinario esercizio di conoscenza, sbalordimento e rivelazione che accompagnarono quel viaggio, come conferma la figlia nel ricordo dei tumultuosi momenti vissuti al seguito del padre: «Alan non si stancò mai di ripetere che il paesaggio sonoro che aveva scoperto in Italia era il più ricco, il più sorprendente vario e originale da lui mai incontrato, e fu sempre molto fiero delle sue registrazioni. (…) so che lavorare con gli italiani, a ogni livello, lo aveva divertito molto: gli erano piaciuti l’acume intellettuale, il senso del tragico e del comico, l’ironia e la capacità di superare ogni ostacolo che aveva trovato in tanti amici- cantanti, musicisti, ricercatori come lui.»

Il libro è una splendida testimonianza dell’Italia del dopoguerra, un documento unico che ritrae un paese in cui la musica popolare era una parte fondamentale della vita quotidiana come si evince da oltre duecento fotografie, commentate dalle parole e dalla sensibilità dello stesso Lomax tratte dai suoi saggi, dai taccuini di viaggio e dalle trasmissioni radiofoniche condotte alla BBC.

I paesaggi, i villaggi, i volti e i corpi segnati dalla povertà ma di umile eleganza e fierezza compongono un autentico reportage sull’Italia rurale degli anni Cinquanta, un mondo che solo pochi anni più tardi verrà cancellato dal boom economico, dalle nuove ondate migratorie interne.

Lomax ebbe la fortuna di arrivare un attimo prima che questi cambiamenti snaturassero per sempre l’antica anima rurale di un paese dove, come racconta lui stesso, «le giovani donne non hanno il permesso di uscire con i ragazzi, di danzare con loro, di sedersi con loro in salotto e neanche di parlarci per strada, le ragazze, tutte, cantano durante il lavoro. Tutte le canzoni sono d’amore e le loro voci squillanti, alte, si sentono da lontano, attraverso gli oliveti, e dicono ai ragazzi che passano di lì: siamo qui, stiamo pensando a voi».

Cinquefrondi (Calabria): ballo dei giganti, suonatori e danzatrici di tarantella, accompagnamento dei giganti (1953) – fonte http://www.culturalequity.org/

Il ricercatore avverte l’importanza delle sue scoperte, rimane colpito dalla diversità della musica e dal virtuosismo dei musicisti tanto da paragonare la sua esperienza a quella di un uomo del rinascimento davanti ai tesori sepolti dell’antichità classica. Ai tempi Lomax offrì la sua ricerca alla RAI, proponendo la creazione di piccole radio locali che sul modello americano trasmettessero musica locale, ma l’emittente nazionale rifiutò preferendo investire sul modello sanremese. Successivamente le sue tracce furono usate ampiamente da Pasolini nel suo Decamerone, che però non ne citò la provenienza.

Dell’Italia Lomax scrive ancora nel suo diario di viaggio «La maggior parte degli italiani – non importa chi siano o come vivano – ha una passione per l’estetica – scriveva il ricercatore nel suo diario – Magari hanno soltanto una collina rocciosa e le mani nude per lavorare, ma su quella collina costruiranno una casa o un intero paese le cui linee si armonizzano perfettamente con il contesto. Allo stesso modo una comunità può avere una tradizione limitata soltanto a una o due melodie, ma sa esattamente come debbano essere cantate».

E’ una passione fortissima quella che spinge Lomax a continuare il suo vagabondaggio nonostante numerose disavventure (quasi tutti i taccuini del ricercatore vennero rubati alla fine del viaggio), regalandoci magnifiche suggestioni come le lamentatrici dai capelli bianchi come in un “Mississipi blues” mediterraneo, i mulattieri di Montepertuso, i cantori delle solfatare, i lavoratori delle vigne che cantano “con le bocche macchiate di viola, non di santi ma di belle ragazze”, i pescatori “schiavi di galea vestiti di stracci che si passano la rete di mano in mano” che cantano mentre i tonni finiscono nella mattanza; i fieri contadini di Cinquefrondi e di Mammola suonatori di sincopate tarantelle per “le donne che con felicità ed orgoglio danzano all’aperto”. Come fosse l’ultimo dei romantici pionieri del Grand-tour, Lomax con meticolosa accortezza e con un sistema di classificazione musicale, riprese suoni e sentimenti antichi sul suo Magnecord PT-6 per interi mesi.

Calabria: canto alla tonnara, canto e zampogna, suonatore di ciaramella o pipita (1953) – fonte http://www.culturalequity.org/

Ricordando il suo incontro con Alan il regista italiano, Vittorio De Seta, gli chiese di poter utilizzare una sua registrazione per un film-documentario, che stava girando, sulla pesca del pescespada nello stretto di Messina, [video] e in seguito scrisse: “E ‘stato un tempo mitico. Nessuno di noi sospettava che quel mondo fatto di musica, canzoni, la povertà, la gioia, la disperazione,  la violenza, l’ingiustizia, l’amore, il dialetto e la poesia, formata nel corso dei millenni, sarebbe stato spazzato via in un paio di anni …

E’ grazie anche a De Seta che il lavoro di Lomax compie un ulteriore salto in avanti,  e diventa un autentico saggio antropologico dove vengono messe in risalto le relazioni tra musica, lavoro e cultura: i suoni costituiscono il mezzo che permette l’organizzazione del lavoro, del tempo, delle tecniche e dei comportamenti.

L’espressione sui volti di questi cantori è tesa e dolorosa. Non sembrano cantare, ma gridare e lamentarsi come abbandonati a un’angoscia che dà tormento. Le ciglia sono aggrottate. i muscoli facciali sono tesi all’altezza degli zigomi, il volto e il collo sono arrossati per la tensione, le vene e i muscoli del collo sono in rilievo, come se invece di cantare stessero sollevando dei pesi. Possono intonare i loro accordi solo urlando così: quando chiesi loro di ripetere un verso a bassa voce, l’armonia andò in pezzi e non riuscirono a ricordare la melodia”.

Così si legge nelle annotazioni di Lomax, che evocano immagini suggestive rurali affrescate in quegli anni da Rocco Scotellaro ne “I contadini del Sud”, immagini e suoni di un passato che si era mantenuto inalterato fino a quel momento, quasi mitico, prima che tutto venisse trasformato dal progresso economico omologante e dalle grandi emigrazioni.

maggiori info: The Association for Cultural Equity (ACE) fondata da Alan Lomax