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Operazione Arcevia – Comunità Esistenziale

Nel 1972 Italo Bartoletti nato a Palazzo di Arcevia, avvia una riflessione sui luoghi che conosce bene, studiando l’assetto economico e sociale del territorio, il periodo è quello degli anni sessanta. In quegli anni la collina marchigiana vivrà a suo modo e non solo ad Arcevia, il veloce sviluppo degli anni sessanta, l’identità economica prevalentemente agricola produrrà emigrazione che ben presto impoverirà l’intero territorio. Bartoletti individua in una situazione apparentemente sfavorevole, un elemento di positivo sviluppo, l’attività turistica, che solo dopo molti anni diverrà identitaria per una stupenda collina ricca di tradizioni e cultura. Il progetto viene affidato all’Architetto Ico Parisi che intelligentemente non ipotizza un semplice insediamento abitativo, punta invece su di un progetto di comunità culturale.

Quindi nell’estate 1972 parte “l’Operazione Arcevia“, Parisi pensa di coinvolgere pittori, scultori, musicisti, registi, critici d’arte, chiamati a progettare ambientazioni, percorsi, sollecitazioni, provocazioni intelligenti. Il progetto si avvale di personaggi quali Alberto Burri, Edgardo Mannucci, Pierre Restany, Cesar, Lucio Del Pezzo, Tilson, Valeriano Trubbiani, Aldo Clementi, aderiranno anche Tonino Guerra, Enrico Crispolti, Michelangelo Antonioni.

Il progetto prevede luoghi di residenza, laboratori, spazi per mostre, un teatro all’aperto con le relative infrastrutture. Nel 1976 fu esposto alla Biennale di Venezia, ne ho un ricordo personale alla presentazione del ricchissimo catalogo con l’orgoglio del compaesano consapevole. Nonostante la condivisione di molti di noi, il progetto non verrà mai completato. Le tracce rimaste sono la residenza privata San Settimio di Palazzo di Arcevia, il modello del teatro che fa bella mostra di se nelle sale della Fondazione Burri a Città di Castello e la composizione di Aldo Clementi “l’Orologio di Arcevia“.

Dall’alto a sx: Ico Parisi, Performance Fatima (1976), Modello di Teatro per Arcevia di Alberto Burri, Sopralluogo ad Arcevia degli artisti con J.R. Soto, Prima planimetria Operazione Arcevia

A questo proposito vorrei lanciare un invito allo studio di questa partitura, che è testimonianza di scrittura del contemporaneo, sarebbe bellissimo riascoltarla, magari nei luoghi che l’ha ispirata. Infine voglio complimentarmi per la competenza e la sensibilità dell’Assessore alla Cultura di Arcevia Laura Coppa, proprio lei ci ricorda queste pagine di storia del ‘900 e che con ArtCevia continua ottimamente a sviluppare le intuizioni dell’arte.

Stefano Schiavoni

 

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Itinerari Slow: il mais ottofile di Arcevia

…Andar per polenta…e la giornata prende un “sapore” diverso, speciale, di quelli che lasciano alla memoria qualcosa che non si vuole vada dimenticato. E la polenta diventa pretesto per riempirsi gli occhi oltre che la pancia, di immagini buone quelle per cui ti senti al posto giusto nel momento giusto. Complice la voglia di primavera, che è voglia di togliersi di dosso il freddo dell’inverno dalle ossa e il freddo dei pensieri cupi dall’anima, la domenica diventa sì il giorno della festa per aver scoperto e riscoperto un territorio di cui vuoi sentirti parte.

La polenta ha da sempre caratterizzato le diverse aree geografiche italiane: il mais, pianta arrivata attraverso il mare come migrante forzato su una nave e approdato sulle nostre terre, ha sfamato generazioni di poveri per cui sopravvivere era la priorità rispetto al vivere. Cibo per sfamarsi in epoche difficili da capire; ecco perché per i nostri vecchi ha il sapore di un pasto non importante, mentre per chi conosce queste vicende dai libri di storia, è un cibo ricercato per cui partire apposta.

Andar per polenta” nelle Marche vuol dire andare ad Arcevia e nei suoi castelli che davvero sono “in aria” come dice lo slogan che ti accoglie arrivando in paese, perché la loro visione li racchiude in una cornice da sogno, immersa in un’atmosfera sospesa nel tempo e nella realtà. La polenta di Arcevia è fatta con la pannocchia di mays ottofile che si coltiva in piccole fasce collinari e montane dell’Italia centrale. Così per non perdere questa tradizione culinaria, tempo fa si è messa a coltura questa tipologia di mais nella zona di Magnadorsa di Arcevia.

Il mais ottofile di Roccacontrada, l’antico nome del paese, ha un sapore delicato e gradevole che la rende adatta a qualsiasi condimento ma che predilige gli ingredienti della tradizione contadina come salsiccia, formaggio, selvaggina e pollame, ma dando spazio alla creatività delle cucine perché  prodotto versatile per gnocchi, cresce, dolci e altro. La polenta arceviese caratterizza queste domeniche intorno al tavolo, in cui si mettono in vetrina anche altre eccellenze delle nostre zone, dal formaggio di fossa alla mela rosa dei Sibillini.

Odori, sapori e visioni diventano così le pagine di un racconto che narra la storia, le tradizioni e la cura dei prodotti della terra da parte di chi è qui sempre vissuto, che a volte se ne è andato lontano ma che torna sempre volentieri, sensibile a un richiamo atavico. Sono pagine di una storia da salvaguardare, così  come per salvaguardare il suo mays,  Arcevia è entrata a far parte di un progetto attraverso la Rete Nazionale Slow Mays a cui aderiscono dieci regioni produttrici di mais e che rientra nei presidi dell’associazione Slow Food Italia per le eccellenze alimentari.

Arcevia e i Della Robbia

Anche Arcevia è un’eccellenza da tutelare: così difficile da gestire per la vastità e l’asprezza di un territorio fatto anche di boschi e montagne. Ma tra gli itinerari dei Della Robbia e i panorami sulle colline incoronate dai nove castelli murati, creano atmosfere serene dove tutto si ricompone e ritrova il proprio posto in un quadro d’insieme. Sì torniamo spesso a cercare la visione di quei castelli, che così, rimanendo “in aria”, permettono a noi di continuare a volare.

Morena De Donatis