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GLI SPAZI DELLE CITTA’- Una riflessione su Nuova Vita ai Mercati e Funding the Cooperative City

In occasione dell’articolo su Sopra Elevata ho parlato di spazi abbandonati, della volontà di dargli voce. La loro voce è la nostra poiché noi li abbiamo vissuti. Ma uno spazio anche quando è abitato può vivere comunque l’abbandono e, dentro di esso, anche chi vi si muove.

Uno è il luogo fisico, l’altro è quello sociale occupato dalle persone che abitano lo spazio. Sembra un gioco di parole ma questa unità ci definisce. In effetti questi due luoghi ne creano uno solo.

All’interno di questo legame uno dialoga con l’altro, uno è il riflesso dell’altro ma uno potrebbe non dialogare più con l’altro, come in qualsiasi relazione. La differenza è che un luogo non include una sola persona ma una comunità che può scegliere cosa farne. Una parte di questa comunità è formata da cittadini che si attivano in modo indipendente per ridare vita al luogo dell’abbandono. Associazioni, cooperative, singole iniziative, parliamo di persone con idee chiare su cosa sia il diritto di cittadinanza e quindi il dovere, desiderosi di dare risposte alle esigenze comuni senza attendere le istituzioni.

Durante la preparazione di Nuova Vita ai Mercati al primo interesse verso la struttura di due mercati rionali di Roma, il Mercato Metronio e il Mercato Pigneto, si è aggiunto, con molta facilità, quello verso chi ha proposte per restituire valore economico e sociale a luoghi apparentemente fuori dal tempo. Il confronto con altre realtà simili o uguali in città europee, mi ha posto una questione: è proprio vero che siano fuori dal tempo? E chi lo stabilisce? E cos’è il tempo se gli interessi di sfruttamento mirano a cancellarlo anziché recuperarlo per viverlo come presente? Altrove il recupero non ha posto domande si è stabilito da solo, a volte tutto è proseguito senza alcuna interruzione, nonostante in quei territori, come ovunque in Europa, siano presenti dei centri commerciali, ritenuti i diretti responsabili dell’abbandono dei mercati. Molte le proposte: dalla vendita di merci a Km0 a piccoli ristoranti che cucinano prodotti freschi del mercato, dal co-working all’apertura di attività artigianali (vedi video).

Perché quindi lasciare che il bellissimo Mercato Metronio (realizzato dall’ing. Riccardo Morandi nel 1956) ancora in studio e visitato regolarmente da tecnici stranieri, con una concezione di architettura ascendente, piena, che concilia il servizio con il gusto dello sguardo, scompaia nell’ennesimo travolgimento urbanistico? E, confrontato con esso, per quale motivo il Mercato Pigneto, rimasto incompleto e costruito in anni recenti, non ha avuto lo stesso desiderio di sguardo, di servizio, di impegno, di progetto architettonico anziché produrre una visione discendente dello spazio?

Una comunità si specchia in ciò che costruisce, non solo edifici ma prima di tutto idee, in come realizza i propri desideri, come risponde alle esigenze della popolazione. Una comunità è tale se ogni parte di essa collabora per il meglio. Per tutti ma soprattutto per chi è più debole. Io credo che in questi luoghi si legga molto della nostra società, qui si ravvisa quanto il divario tra esigenze del cittadino e istituzioni (qui chiuse in una unica definizione pur nella complessità) sia considerevole.

Lo ammetto, mi piacciono molto i mercati. Ogni volta che ci entro ricordo i colori, l’abbondanza di prodotti nostrani, le olive al cartoccio che mi comprava mia madre mentre passavamo tra i banchi chiacchierando con i venditori. Nei mercati prima o poi passano tutti, qui si sommano le aspettative economiche e sociali, un microcosmo in cui tutto si muove non solo per comprare ma anche per dialogare, persino per andare incontro alle difficoltà di molti (ci sono venditori che aiutano materialmente gli anziani in difficoltà, questo ho scoperto).

Il lavoro successivo sulle realtà associative, Funding the Cooperative City, ha spinto oltre la mia riflessione. Per mezzo di una open call indetta da Eutropian alcune associazioni italiane e di altre nazioni europee si sono incontrate, nella parte conclusiva del workshop a Roma, all’interno di un altro mercato, Mercato di Primavalle I, per raccontare le proprie esperienze e mettersi in relazione. Eravamo in una struttura anch’essa molto importante realizzata nel 1950 dalla prima donna architetto italiana, Elena Luzzatto; anche qui il recupero urge.

Viviamo in tempi molto poco comunitari risultato di un ripiegamento sul personale, su cosa serve nella contingenza perdendo la visione del futuro. Quelle associazioni e cooperative (e rimando al video per conoscerle poiché alcune sono impegnate da decenni con risultati talvolta straordinari) sono prima di tutto persone che non accettano questo stato di cose, rispondono a esigenze quotidiane, tentano di costruire attraverso il recupero, guardano al futuro passando per il presente e con un occhio attento verso il passato. Si mettono in gioco, come si dice, tra difficoltà economiche, di mantenimento degli spazi, di relazioni con le istituzioni, di ore spese a inserire sé stessi e i propri desideri dentro quelli di altri.

Tra tanti incontri uno mi ha colpito particolarmente, quello con una persona che non ho incontrato direttamente ma attraverso un racconto. Durante il sopralluogo al Mercato Metronio io e Federico Greco siamo entrati in una stanza. Una vecchia scrivania, un telefono nero a disco, una stufa elettrica impolverata e poi vecchie schede sui passaggi di merci. Era l’ufficio dell’Ispettore Annonario che dal 1957 al 1997 gestiva e monitorava le regole del mercato, un uomo, secondo i racconti, che tutti stimavano. Per questo hanno scelto di conservare tutto come lui lo ha lasciato.

Mi piace immaginarlo arrivare ogni giorno salutando tutti, prendendo con loro il caffè, a volte forse discutendo animatamente e altre dialogando senza problemi. Mi piace pensare che ogni cosa passa attraverso le persone e quello che possono dare, anche solo facendo il lavoro che ci si aspetta.

Mi piace pensare, e qui mi aggancio direttamente con l’articolo su Sopra Elevata, al NOI. Chiamatela utopia, nulla in contrario, tanto più che quest’anno ricorre il 500° anniversario della pubblicazione di Utopia di Tommaso Moro, una lettura consigliatissima.

Una città può essere il miglior modo di vivere insieme, persino con i problemi che essa comporta perché ogni problema ha una risposta, bisogna solo volerla dare.

Questo io posso scrivere non essendo esperta di urbanistica, di architettura, di associazionismo, di tutto quello che possono fare e fanno coloro che sanno nel preciso cosa vuol dire. Lo scrivo nello stesso modo in cui mi approccio a ogni lavoro, che sia di mia iniziativa o commissionato: raccontare ogni cosa attraverso le emozioni con la massima semplicità che riesco a trovare, sottraendo ogni complessità alla difficoltà di fruizione.

So fare solo questo ed è bellissimo poterlo fare, quando ci riesco ovviamente.

Emanuela Liverani

Homeward Bound – Sulla strada di casa

“Homeward Bound – Sulla strada di casa” è un film sperimentale appena uscito nelle sale italiane, la sua trama costruisce un progetto sociale realizzato a costo zero con alcuni ragazzi adolescenti che vivono presso l’Hotel House di Porto Recanati, un enorme e isolato grattacielo/ghetto (16 piani, 480 appartamenti) dove vivono circa 2000 persone provenienti da più di 40 paesi differenti.Di questi circa 450 sono minori. Più del 90% della popolazione residente è di nazionalità straniera.

Poster Homeward BoundSotto la guida dei registi Giorgio Cingolani e Claudio Gaetani i protagonisti del film hanno compiuto un percorso formativo attraverso la partecipazione ad un laboratorio di cinema gratuito (iniziato a novembre del 2013 per più di 30 incontri ufficiali) svolto da docenti e professionisti del settore in cui hanno affinato le loro competenze cinematografiche e hanno messo a punto il loro progetto di realizzazione. Alla fine di questo lavoro sono stati elaborati una serie di racconti che hanno dato vita ad un lungometraggio che ha già avuto numerosi riconoscimenti in diversi festival nazionali.

Un lavoro sperimentale girato in condizioni abbastanza complesse con riprese fatte nell’arco di un anno, che racconta le storie di questi adolescenti tra realtà e finzione: le storie, le narrazioni in varie forme drammaturgiche e i racconti che costruiscono la trama del film sono legati intimamente alle esperienze dei ragazzi che attraverso il film raccontano se stessi e la loro ricerca difficile e frammentata di un’identità.

Un film necessario, di questi tempi.

Maggiori info su film e proiezioni: www.giorgiocingolani.com