Articoli

, , ,

Urbino: il Rinascimento dei Laurana nel libro Storie della Vrana

A Urbino il 21 dicembre 2017 alle ore 15.00 nella Sala degli Incisori del Collegio Raffaello (Piazza della Repubblica), Vittorio Sgarbi, Maria Rosaria Valazzi e Alessandro Marchi presenteranno il libro “Storie della Vrana” di David Alberto Murolo. Il volume presente nelle principali biblioteche di settore, tratta le vicende ambientate fra il Quattrocento al Seicento di quattro grandi personaggi originari di un antico borgo dalmata, che hanno rappresentato momenti fondamentali per l’identità artistica e culturale dell’Adriatico e dell’intero Mediterraneo. La pubblicazione offre un’inedita ricerca storica e biografica  su Luciano Laurana, Francesco Laurana, Giovanni Vrana e Yusuf Maskovic, personaggi il cui operato ha avuto riflessi significativi sulla cultura delle Marche e della Serenissima.

In particolare, l’Architetto umanista Luciano Laurana [video] ebbe un ruolo importante nella costruzione del Palazzo Ducale di Urbino,  oltre che per il  rifacimento delle Rocche di Senigallia e Pesaro contribuendo allo sviluppo del Rinascimento. Il libro accolto alla sua prima presentazione pubblica dal Comune di Urbino, ha il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Croata in Italia, del Consiglio Regionale delle Marche e del Consiglio Regionale del Veneto, del Comune di Senigallia con la partecipazione dell’Associazione Culturale Territori Sensibili.

Attraverso il volume si scopre inoltre la caratura di Francesco Laurana [video], il quale produsse un nuovo stile nella scultura umanistica attraverso dei celebri busti, come quello di Battista Sforza,  moglie di Federico da Montefeltro. I lavori dell’artista dalmata oggi si trovano nei musei di tutto il mondo. Interessanti anche le storie di Giovanni Vrana, Ammiraglio della flotta veneta nella Battaglia di Lepanto e Yusuf Maskovic ammiraglio della flotta ottomana a Creta, ultimo avamposto veneto nel XVII sec. Due figure simili per le umili origini, e contrapposti a distanza di un secolo uno dall’altro, nella lunga guerra tra Venezia e Istanbul.

David Alberto Murolo recupera storie che un secolo dopo l’altro narrano di destini incrociati, opposti e paralleli, segnati dall’arte e dalla fede, dall’ambizione e dal potere, da commerci e battaglie, da avventure e idee che ancora oggi testimoniano delle sorti di civiltà diverse, accomunate da un solo mare.

,

DA VELAZQUEZ AD OBAMA: IL SELFIE COME FORMA D’ARTE

Può un selfie essere un’opera d’arte?

Una mostra alla Saatchi Gallery di Londra – From Selfie to Self-Expression– in collaborazione con la Huawei, esplora fino al 30 maggio 2017 la storia dell’autoritratto dai grandi maestri come Velazquez, Rembrandt, Van Gogh, Frida Kalo, Picasso, agli artisti contemporanei come Juno Calypso fino agli scatti effettuati dagli smartphone di illustri e noti personaggi attuali come Kim Kardashian, Tom Cruise e Barak Obama.

La Mostra esplora la storia del selfie allargandosi al nostro rapporto con l’auto- rappresentazione artistica derivata dall’utilizzo della fotocamera dei moderni telefoni cellulari.

Selfie at Saatchi Gallery London: dall’alto a sx : Velazquez, Frida Kalo, Barak Obama, ambienti della mostra.

Nigel Hurst, curatore e amministratore delegato presso la Galleria Saatchi, ha dichiarato: “Per secoli abbiamo condiviso le immagini di noi stessi; ora lo facciamo a livello di massa. Ma ora anche noi abbiamo i mezzi tecnici attraverso gli smartphone che tutti portiamo in giro con noi, in realtà non solo documentare noi stessi, ma documentare quelli intorno a noi, documentare il mondo, documentare ciò che abbiamo trovato degno di nota, ciò che troviamo bello come più come di una cosa esperienziale, così forse siamo ad un punto di svolta, forse possiamo guardare verso l’interno e verso l’esterno allo stesso tempo.”

La mostra rende evidente l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, trasponendo “in formato social media” antichi maestri su schermi interattivi, digitali e generati dagli utenti in cui gli spettatori, che parteciperanno ad un concorso tematico, sono liberi di esprimere il “mi piace” anche da uno smartphone adiacente.

Un’esplorazione innovativa, surreale, iperreale e convincente del auto-rappresentativo, un’indagine sulle tante dimensioni del selfie: il mostruoso, il banale, il pericoloso, il famoso, gli artefatti… una prima mostra che giocando sulla proliferazione di immagini tenta una riflessione sulla moda che conta oltre un milione di selfie scattati ogni giorno.

Il folklore immaginario dei Penguin Cafè Orchestra

Era il 1976 quando Brian Eno produsse e pubblicò Music from the Penguin Cafe  per la sua Obscure Records, un album denso di musiche di un “folkore immaginario” suonate da un ensemble errante di orchestrali guidati dalle eclettiche partiture del chitarrista Simon Jeffes. Un suono armonioso e gentile ricco di una grande varietà di strumenti della tradizione fra, ukulele, banjo, mandolini, harmonium, violini e violoncelli, ottoni e percussioni che danno vita ad una colonna sonora intima, esotica, visionaria, un pò elettrica e un pò acustica, divertente e fantasiosa, che alterna pezzi di folk, rock, classica in un mix dal sound unico, inclassificabile e inconfondibile.

Come faranno per strade diverse Jon Hassell, Peter Gabriel, Eno-Byrne, Paul Simon, Ryuichi Sakamoto, questo ampliato e formidabile “quartetto da camera”  accolse altre musiche dal mondo inserendovi degli elementi timbrici ed armonici capaci di creare uno straniamento culturale musicale non totalmente assimilabile ad un genere o tradizione.

Nel succedersi e nell’avvicendarsi di molti musicisti, nel 1981 arriva Penguin Cafè il secondo album che rappresenta un capolavoro surreale di sensibilità melodica, dall’essenziale e labile minimalismo di grande abilità acustica e rigore esecutivo. Seguono la suadente e perfetta fusion etnica orchestrale di Broadcasting from Home (1984), il capolavoro di equilibrismo stilistico Signs of Life (1987), When In Rome  fondamentale album live registrato alla Royal Festival Hall nel 1987, Still Life (1990) album di accompagnamento al balletto omonimo coreografato da David Bintley.

Infine nel 1993 esce Union Cafè e nel 1995 il riassuntivo  Concert Program che presentano nuovi pezzi arrangiati e modulati in lunghezza e profondità orchestrale e che molti di noi hanno potuto apprezzare nel 1991 in un lungo mese di concerti a Bologna, nello spazio dell’ ex carcere di S. Giovanni al Monte. Nella piazza vicino al carcere una porta di metallo con un disegno stilizzato di un tavolo e due sedie diverrà il simbolo dell’orchestra [riprodotta nell’album Brief History]  e da quei concerti scaturirà la raffinata e sognante Silver Star of Bologna.

Il posto di Simon Jeffes, scomparso nel 1997, è stato preso dal figlio Arthur, che dopo anni di rifacimenti e concerti commemorativi è riuscito a compiere un nuovo sforzo discografico riprendendo il discorso da dove il padre aveva lasciato. Disponibile dal 5 maggio 2017 per l’etichetta Erased Tapes Records, The Imperfect Sea [anteprima] è il nuovo album dei Penguin Cafè che riprendono e rinnovano forme musicali e atmosfere e suggestioni tipiche della stravagante Orchestra.

Un nuovo pinguino continua a viaggiare alla scoperta di nuovi territori musicali e stati d’animo in quel “mare di imperfezioni”, che riflettono l’idea che la bellezza può essere trovata accettando il Kaos che la vita propone.

,

Mi ricordo Predrag Matvejević, Maestro del Mediterraneo.

Il 2 febbraio è scomparso Predrag Matvejević, aveva 84 anni.

Un amico, un maestro che ho ammirato e a cui devo tanto.

Il suo sguardo vispo, la pacatezza della parola accompagnata a profonde riflessioni “geopoetiche” sullo sviluppo equilibrato ed armonico dei Paesi del Mediterraneo, hanno inciso sul nostro tempo ed affascinato studiosi e persone di tutto il mondo.

Ci incontrammo la prima volta nel giugno del 1998 durante un convegno sulle “Città del Mediterraneo” tenutosi all’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Fu un lungo e inatteso incontro, ricco di stimoli e riflessioni per chi come me lottava contro la perdita di identità e legame a territori resi indifferenti da uno sviluppo non sostenibile, alienati da sistemi mafiosi e degrado politico.

La comune passione per il mare con le sue civiltà stratificate nei secoli, la letteratura odeporica, le commistioni artistiche tra le sponde e una profonda voglia di cambiamento di prospettiva sociale e culturale misero le basi per un’amicizia di lunga durata.

Nel tempo ebbi modo di conoscere il pensiero di un raffinato e colto cosmopolita, profondo e “fulmineo” nel narrare le ragioni della possibile convivenza come arricchimento sociale. Integrazione e scambio di conoscenze su cui basare prospettive di lungo periodo, elementi ripercorsi poeticamente nel suo Breviario Mediterraneo, testo di rara potenza evocativa in continuità ideale con quella del grande storico Fernand Braudel.

L’attualità delle sue opere, oltre all’immenso valore letterario è ravvisabile nello scarto tra il Mediterraneo e la modernità, nel conflitto tra immigrazione, appartenenza e realtà, un pericolo su cui Predrag ha più volte tentato di scuotere una politica che nel tempo, visti i recenti drammi europei e mondiali, ha continuato ad alzare muri; una politica incapace di ascolto e attenzione consapevole nel far fronte ai reali fabbisogni delle civiltà e nell’integrazione delle molteplici culture che si affacciano alle sponde mediterranee.

Negli anni a venire ci incontrammo diverse volte nella sua casa romana per osservare vecchie e nuove fotografie di paesi delle varie sponde con le loro tradizioni e architetture. Altre volte, in lunghi caffè, discutevamo spesso di antichi cartografi e portolani, usanze marinare, riti e gastronomie in un dialogo ricco di domande apparentememte curiose come la sua richiesta di capire le diverse modalità di panificare e consacrare il pane nelle regioni del Sud-Italia.

Comprendo adesso quanto di quei discorsi fossero parte integrante delle sue opere, del suo modo di pensarsi europeista in costante tensione verso le tante troppe fratture e divisioni dei Paesi a nord dell’Unione Europea con quelli mediterranei.

Amante della sua Croazia, cittadino italiano onorario, Predrag Matvejević, a seguito dell’accorata proposta di candidatura al Nobel per la letteratura nel 2016 lanciata da Claudio Magris e altre illustri personalità, ci ha lasciato in una triste stanza di un ospedale psichiatrico di Zagabria. Alla fine di ottobre dello scorso anno, avevo sentito la moglie al telefono che, col garbo che la contraddistingue, mi raccontò delle condizioni travagliate di Pedrag e il lungo silenzio mediatico degli ultimi anni. Gli promisi una visita che immaginavo di fare in questi giorni…

Mi dispiace non averlo potuto rivedere, dopo aver navigato per alcuni tratti di vita come compagni di viaggio tra la terraferma e il mare.

Rilanciamo allora il suo pensiero che come un buon vento viene ad indicarci oggi più che mai la direzione per continuare con forza a tracciare le linee di demarcazione su quel portolano geografico e sociale euromediterraneo in continuo mutamento. Ricominciamo nuovamente dai contorni delle coste e dalle vie che li attraversano per meglio conoscere il carattere degli abitanti, rimanendo vigili sui pericoli e le minacce di un mondo non sostenibile, offrendo approdi sicuri ai nuovi arrivati e quindi nuove opportunità di pace e prosperità per tutti noi.

Grazie Predrag, “nostro“ Maestro del Mediterraneo.

David Murolo, 3 febbraio 2017