Articoli

CAMPUS UNIVERSITARI E RIGENERAZIONE URBANA

Cos’è un Campus universitario?

Campus, termine inizialmente utilizzato nei paesi anglosassoni a indicare un’area di pertinenza di edifici non solo per l’istruzione, ma anche di natura aziendale.

Nell’uso comune attuale si lega molto spesso alla compresenza di edifici multifunzionali e un’area aperta di connessione, attrezzata e riconoscibile; riferito alle università indica dunque un complesso di edifici articolati che oltre alle aule e laboratori comprendono sulla stessa area, il Campus appunto,  biblioteche , impianti sportivi, residenze universitarie, aree a verde. Riferirsi ad un Campus connota dunque una offerta didattica articolata e attenta alle esigenze di chi lo frequenta.

Uno dei primi Campus universitari in Italia viene considerato il complesso di edifici che formano l’Università della Calabria, costruiti a partire dal 1972 sulle colline di Arcavacata (Cosenza): al primo edificio polifunzionale progettato si aggiunsero in seguito edifici per altri dipartimenti, residenze per gli studenti, biblioteche, attrezzature sportive e sanitarie; il tutto immerso all’interno di aree a verde. Il Campus UniCal : lo spazio costruito risulta molto compatto e organizzato lungo un asse–strada di carattere esplicitamente urbano, un Campus-cittadella universitaria, costruita ex novo in piena campagna.

Rende – Cosenza – Università della Calabria – le funzioni del Campus

 

Attualmente è normale riferirsi a sedi universitarie premettendo il termine Campus; basta collegarsi ai siti istituzionali per rendersene conto: dalla IULM, alla BOCCONI.

Ma anche le università statali non sono da meno;  due a caso: Milano Bicocca o  Forlì .

Le sedi universitarie in particolare quelle non pubbliche tendono a divenire sempre più dei centri integrati di servizi da offrire, per attrarre e implementare le iscrizioni.

A differenza del contesto nord-americano dove è nato questo termine connotativo dell’offerta didattica universitaria, in Italia il Campus tende a diffondersi all’interno delle aree urbane anche di medio-piccole dimensioni ponendo dei problemi di organizzazione dei servizi generali.

All’aumento dei corsi di laurea e del numero di iscritti le grandi sedi universitarie delle città metropolitane tendono a diffondere sul territorio i dipartimenti e questo pone un problema di riorganizzazione urbana, di riuso di edifici pubblici e di rapporto tra questi e la città; In questi centri urbani la presenza universitaria assume grande importanza per il peso che assume e per i problemi che innesca, ma nel contempo costituisce una risorsa non solo economica per la presenza di migliaia di studenti, ma anche in termini di possibile rigenerazione urbana. Pensiamo solo a 3 dei molti casi elencabili:  LAquila, Urbino, Pavia.

Un caso di recente intervento ci introduce al tema del titolo: Forlì.

Il Campus Universitario di Forlì recentemente  completato con gli edifici aggiuntivi di servizio e nuove aule,  costituisce un caso emblematico per come si colloca ai margini di un centro storico, nell’area di prima espansione ottocentesca. Un progetto pubblico che si fa carico non solo della organizzazione integrata interna alla università, ma si pone anche come progetto di rigenerazione-riqualificazione urbana: questo concetto si lega alla possibilità di riutilizzare parti esistenti di tessuto urbano, generalmente sottoutilizzato, spesso degradato, per rigenerarlo con nuove funzioni e recupero di spazi, a favore di una fruizione complessiva al di là della specifica funzione ricollocata: può essere un scuola pensata per interagire con la città, edifici recuperati per ospitare incubatrici di impresa o co-working,  spazi per raggruppare interessi e scambi di relazione diversi in un luogo, ma anche aree aperte attrezzate per essere effettivamente usufruibili, per limitarsi ad un elenco molto limitato.

Il progetto del Campus Universitario di Forlì è stato realizzato a partire da un concorso internazionale in due fasi bandito nel 1998 vinto da Lamberto Rossi (capogruppo), Massimo Galletta, Roberto Lazzarini, Marco Tarabella, Paolo Zilli, con la consulenza in particolare di Giancarlo De Carlo, già autore delle residenze universitarie di Urbino.

Forlì, Ospedale Morgagni – 1939

L’interesse di questa realizzazione è concentrata nella riconversione dell’ex Ospedale Morgagni di Forlì – un complesso a padiglioni del primo Novecento al limite del centro storico. Oltre alla  riqualificazione e riutilizzo del patrimonio costruito, recuperando gli edifici più interessanti, ai progettisti si pone un ulteriore problema di carattere urbano da risolvere;  l’ex ospedale costruito ai primi del 1900, ampliato a partire dal 1937 ma poi definitivamente trasferito nel 2004 nel nuovo polo ospedaliero esterno, si collocava ai margini della città storica, tra il nucleo storico di Forlì e la successiva espansione e pur dotato di un vasto parco recintato,  era di fatto una cesura verso la nuova espansione nel corso del XX secolo: chiaramente una funzione ospedaliera non poteva tradursi in una organizzazione spaziale permeabile in grado di favorire l’interscambio tra aree urbane.

Le fasi evolutive del progetto del Campus di Forlì – da http://www.lr-a.eu/pages/archi_campus/forli/forli_1.htm

Il nucleo tipologico dell’impianto universitario (recupero di parti del vecchio ospedale e nuovi edifici connessi dai nuovi percorsi di distribuzione) si traduce nella rottura di questo isolamento. E sono proprio i nuovi percorsi distributivi che assumono una forte caratterizzazione architettonica, con la costruzione di un elemento anche simbolico denominato “trefolo”: tre percorsi-galleria che partendo dai vecchi padiglioni ristrutturati, attraversano il vecchio parco riqualificato distribuendo su un lato le nuove aule didattiche mentre sull’altro si affacciano sulle aree verdi.

Forlì: Schema funzionale: integrazione e connessione con la città. da http://www.lr-a.eu/pages/archi_campus/forli/forli_1.htm

 

Nei tre percorsi-corridoio, di fatto degli edifici-galleria sospesi dal terreno,  si collocano anche spazi di sosta e per lo studio, e intrecciandosi a vari livelli in quota lasciano libero e permeabile il piano del parco; la metafora architettonica del “trefolo” appunto, fili intrecciati, percorsi intrecciati: il Campus Universitario diviene un nuovo sistema aperto tra due parti di città e  un sistema di attraversamento, distribuzione di funzioni e sosta, laddove prima vi era un sistema spaziale chiuso.

Forlì Campus: il trefolo – percorso protetto – distribuzione, spazi di sosta e di studio – http://www.architetti.com/rigenerazione-sostenibile-il-campus-universitario-di-forli.html

Forlì ci introduce ad un altro caso molto simile per  dimensioni e caratteristiche urbane oltre che contemporaneo nella realizzazione, ma diverso per le risposte date in termini di architettura, collocazione e riorganizzazione anche urbana: il Campus universitario di Novara dell’Università del Piemonte Orientale.

Se a Forlì il recupero e la rigenerazione urbana utilizzava vecchi impianti ospedalieri a Novara il tema diventa il recupero del  sistema delle ex caserme; esse costituiscono tuttora in molti ambiti urbani un grande problema di riutilizzo di strutture edilizie di notevole ampiezza e in particolare quelle più antiche a ridosso dei centri storici delle medie città, risultando ormai inglobate all’interno di sistemi urbani più ampi, sono in attesa di soluzioni non facili da trovare sia in termini economici che funzionali, data la dimensione e in molti casi anche lo stato di degrado: un polo didattico, un Campus può essere una possibile soluzione laddove funzionalmente una caserma è già una specie di Campus di natura militare, già spazialmente disposto per servizi di vario genere, mensa, spazi aperti anche sportivi, istruzione anche se di natura non strettamente culturale.

Novara 1944 – Caserma Perrone

A cavallo degli anni tra il 1997 e il 2001 l’amministrazione comunale di Novara con un protocollo di intesa con l’università del Piemonte orientale ristrutturò a fini didattici per la facoltà di economia, 2 ali della grande corte centrale della ex caserma  Perrone: L’area occupa una posizione importante nella città di Novara ed è compresa tra il Centro e l’antica cerchia muraria dei bastioni ottocenteschi.

Non sarà ancora un vero Campus inteso nell’accezione attuale essendo ancora monofunzionale, ma indirizza la scelta di riconversione didattica dell’ intero sito della caserma verso il successivo progetto, ormai quasi tutto realizzato del nuovo Campus universitario di Novara.

Anche qui il problema da risolvere, ancor più che a  Forlì , deriva dalla natura militare del complesso della caserma, che è costituito dalla impenetrabilità e dalla cesura che crea tra  il centro storico di Novara e le aree contermini e di nuova espansione novecentesca della città.

Novara – l’area del Campus Universitario: di fronte tutto il lato sud dell’ex bastione è occupato da altre caserme in fase di dismissione; Un altro prossimo problema da risolvere. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/

Il concorso internazionale indetto nel 2004 vede vincitori un raggruppamento di progettisti: ODB architects, Lamberto Rossi Associati(capogruppo), Stefano Grioni, Roberto Cagnoni, Fabiano Trevisan,  Alberto Tricarico, Manens Intertecnica srl.

Il progetto prevede la suddivisione in 3 lotti funzionali , che rendono esplicite sia la stratificazione delle funzioni sia  il  grado di accesso e fruizione da parte della città: una parte  interna più didattica, una parte semipubblica e infine una terza parte direttamente usufruibile e interconnessa con la città.

Ad oggi sono conclusi i lavori dei primi 2 lotti, (nuove aule universitarie da un lato ed edifici di servizio all’università quali la mensa, la palestra e le residenze per studenti), mentre i lavori per il  terzo lotto (la parte più pubblica, Auditorium, Biblioteca ed edifici commerciali) partiranno in autunno essendo già stata espletata la gara per l’aggiudicazione.

Campus Novara e città – il progetto complessivo: le funzioni distribuite su tre strati dall’interno verso l’esterno. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/

Più che a un percorso rappresentativo e risolutivo, come a Forlì, qui è la natura e stratificazione delle funzioni dall’interno verso l’esterno, che operano per ottenere un utilizzo anche pubblico del Campus universitario.

Residenza per studenti fuori sede, Auditorium, Biblioteca ed edifici commerciali si affacciano lungo un nuovo percorso – piazza pedonale aperto e in continuità con i percorsi cittadini, tramite l’abbattimento del muro di recinzione della vecchia caserma.

Novara Campus permeabile. Nella parte in basso (sud) il nuovo percorso – piazza in continuità con la viabilità urbana. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/

Dunque un Campus aperto che innesca una rigenerazione urbana in un punto strategico di Novara.

Vi è ulteriore aspetto di carattere costruttivo-architettonico, che riguarda in particolar modo il rapporto tra i nuovi edifici e quelli esistenti in recupero all’interno di un’area con forti vincoli ambientali-architettonici .

In particolare l’edificio delle nuove aule didattiche lungo oltre 120 metri per 18 metri a luce completamente libera senza pilastri intermedi, che completa la grande corte con il terzo lato mancante è interessante per le soluzioni adottate: E’ un edificio che richiedeva una esecuzione con tecnologie non tradizionali, ma con tecniche che permettessero una compressione dei tempi esecutivi e un abbattimento delle emissioni e dei rumori: scartato il calcestruzzo per ragioni di pesantezza e spessori di soletta (data la notevole luce dell’edificio) si è optato per l’acciaio.

Lato nord-ovest delle nuove aule – http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

L’edificio è costruito quasi interamente a secco, per cui tolti i getti di fondazione tutto quello che è fuori terra è sostanzialmente prefabbricato fuori opera e montato  in cantiere con operazioni di assemblaggio.

Il sottotetto in costruzione completamento libero da pilastri interni e finito con le aule e il corridoio centrale. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

Nello stesso tempo essendo l’area protetta da vincoli, veniva richiesto un aspetto che ricostituisse volumetricamente la terza ala mancante della grande corte ottocentesca e con aperture che si rifacessero alla tipologia di quelle degli edifici originali recuperati.

Il pannello-tipo di facciata in GRC montato a secco e Il lato nord a confronto con la retrostante residenza universitaria. – http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

Le pareti perimetrali  sono di fatto una copia delle facciate della caserma esistente. Ciò che dà modernità e attualità costruttiva è avere prodotto queste facciate non con mattoni sul posto ma con grandi pannelli di GRC (calcestruzzo fibro rinforzato e colorato in pasta) di 5,40 ml di altezza per 2,40 ml di larghezza modulari  prodotti con uno stampo in vetroresina: una tecnologia presa in prestito dalla cantieristica navale.

Il pannello si manifesta in quanto tale poiché i giunti sono ben visibili, e rendono evidente la datazione moderna di questa ricostruzione, senza dissimularla.

Il lato nord affacciato sui padiglioni storici con la hall di ingresso e il corrispondente lato sud con il ponte di collegamento con la futura biblioteca-auditorium e la piazza urbana – http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

Un’aula interna con la struttura metallica in vista e gli spazi distributivi. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

La testata est delle nuove aule con i collegamenti verso gli edifici storici – http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

Anche il nuovo edificio della mensa e aula studio, ripete gli stilemi linguistici imposti dalla conservazione ambientale-architettonica e utilizza le stesse tecnologie di montaggio a secco. A differenza di Forlì il rapporto con gli edifici recuperati, che hanno peraltro una presenza dimensionale preponderante,  ha indirizzato le scelte linguistiche e tipologiche, verso un maggiore amalgama complessivo degli edifici: dai volumi, alle coperture, ai colori. Ciò che distingue la lettura tra nuovo e conservazione è la dichiarata modernità costruttiva dove in particolare la struttura metallica esprime se stessa; laddove vi sono elementi di facciata, anche se ripetono modanature e disegno dell’esistente,  dichiarano come sono stati costruiti e assemblati.

Mensa e aula studio: un edificio a struttura interamente metallica contenuto tra il vecchio muro di cinta restaurato e un nuovo muro interno tipologicamente simile al muro di cinta. http://www.odb.it/portfolio_page/campus-universitario/ – foto Paolo Simonetti

Il rapporto tra moderno e preesistenze si manifesta per  punti in tutti gli edifici, anche quelli recuperati : laddove possibile si sono ripristinate le vecchie capriate  e strutture di controventamento in acciaio, elementi tipologici delle finestre, i colori originali, modanature e cornici delle pareti. Ma gli elementi funzionali di nuova presenza manifestano la loro essenza costruttiva permettendone una lettura per differenza rispetto al recupero.

Paolo Simonetti

,

Senigallia: Osservare Stenopeico 2017

La significativa esperienza dei fotografi stenopeici senigalliesi del 2016 intitolata Memorie di Luce svoltasi in Cadore grazie al supporto della Magnifica Comunità con i comuni di Zoppè, San Vito, Santo Stefano, viene riproposta a Senigallia dal 17 Maggio al 24 Giugno 2017 con un nuovo e ricco programma tematico rinsaldando così la collaborazione e i legami d’amicizia con la comunità cadorina.

Si inizia con la mostra di Marco Mandolini e Maurizio Pasquini alla Biblioteca Antonelliana dal 17 al 24 maggio. Il 20 maggio iniziano i workshop al foro annonario, parteciperanno esponenti del gruppo F7 e di Only Polaroid tra cui  Fabio Corinaldesi. Sabato 20 maggio alle ore 18,00 alla presenza delle autorità cittadine e del Cadore, si inaugureranno le mostre Osservare Stenopeico al piano nobile della Rocca Roveresca curate dal Musinf, Paolo Simonetti, Alberto Polonara, Massimo Marchini, Stefano Schiavoni.

Il 21 maggio in Piazza Garibaldi, nel loggiato dell’antica Filanda si effettueranno workshop sulle antiche tecniche di stampa, con scenografie allestite da Massimo Marchini e Pietro Del Bianco. Parteciperanno modelli in costumi ottocenteschi curati da “Estetica dell’Effimero“.

Dal 24 Maggio 30 maggio alla Biblioteca Antonelliana espone il gruppo Only Polaroid. Sempre alla biblioteca dal 31 maggio al 7 Giugno, esporranno Patrizia Lo Conte e Alfonso Napolitano.

PER INFORMAZIONI DETTAGLIATE:

PROGRAMMA 2017

WORKSHOP ANTICHE TECNICHE

Com’era , dov’era – oppure come non era e dove non era..

Slogan in cui è costretta la comunicazione che tende a semplificare, a dare risposte immediate a bisogni a volte urgenti e immediati, ma la cui soluzione è di natura più complessa.

Lo slogan Com’era , dov’era  sembra sia stato coniato già a Venezia attorno al 1902-1903 in occasione della ricostruzione del Campanile di Piazza S. Marco dopo il suo crollo. Venezia appunto, una forma Urbis e un concentrato di spazi ed edifici di così alta qualità da sembrare “immutabili” nel tempo.

I migliori architetti e uomini del tempo non erano tutti d’accordo a cominciare da Otto Wagner, il grande architetto viennese per finire a Giosuè Carducci.

Il campanile ricostruito sarà alla fine una copia praticamente identica, per quanto falsa dell’originale. Forse si poteva anche non ricostruire o costruirne un altro in posizione diversa. Immagini dell’epoca dimostrano che la forma urbis di Venezia in particolare di quella piazza non è affatto sconvolta. Un’occasione mancata ?

Venezia non si è costruita compiuta e immutabile in un attimo ma bensì in più di dieci secoli di storia, con stratificazioni linguistiche, tecnologiche, demolizioni e rifacimenti, le più svariate ma sempre attinenti alle varie epoche: al posto di un’architettura gotica se le necessità lo richiedevano non si esitava e a ricostruire con uno “stile” barocco; attenzione “stile” non inteso come ricopertura di uno scheletro costruttivo, bensì inteso come risultato dell’applicazione di tecnologie e sistemi costruttivi attinenti al proprio tempo. Solo uno sguardo distratto non percepisce queste differenze e queste sostituzioni; occorre fare uno sforzo di conoscenza.

In ogni caso è un dovere porsi il problema della preservazione e conservazione del monumento, ma quando dovesse sparire cosa si fa?

Un episodio interessante tra i tanti, fortunatamente senza vittime, che conferma un dibattito che non è solo dei nostri giorni e che nel corso del secolo scorso ha avuto modo di declinarsi in svariate occasioni: le ricostruzioni post belliche in Italia ma anche all’estero e le grandi calamità naturali che in Italia per la maggior parte sono costituite dalla sequenza cadenzata dei Terremoti oltre ai disastri provocati dall’uomo (ricordiamo tra tutti il Vajont e il Gleno). Ogni occasione ha però assunto una propria particolarità nelle motivazioni e risposte date nel merito della ricostruzione.

Le cronache recenti del Terremoto, ormai tre casi di notevole intensità, distruzione materiale e tributo in vite umane nell’arco degli ultimi 7 anni (Aquila, Emilia e ancora Marche Umbria e alto Lazio), riporta al centro dell’attenzione il problema della ricostruzione, il dove e il come, in una maniera ben più drammatica dell’episodio Veneziano.

Dov’era com’era  torna dunque prepotentemente attuale.

E’ un tema che riguarda da vicino anche l’architettura, intesa come quella professione specifica che deve prefigurare lo spazio che verrà costruito: dare risposte in termini di fattibilità, assieme ad altre competenze tecniche e specialistiche, ma soprattutto pensare e tradurre in progetto un possibile spazio artificiale da costruire o ricostruire e che accoglierà (riaccoglierà) la vita delle persone.

Gli slogan potrebbero andare bene nella fase immediata del dramma per esprimere una reazione, per infondere coraggio, ma sono pur sempre affermazioni semplici di fronte a  problemi ben più complessi.

Ricostruiamo esattamente tutto quello che è crollato? Ricostruiamo solo le parti più rappresentative di un tessuto antico? Una piazza o alcune vie con gli edifici dalle antiche facciate prospicienti? Ricostruiamo un singolo monumento? Qualcosa che gli assomiglia, cioè qualcosa di pittoresco? Non facciamo niente di tutto ciò e ricostruiamo in un altro luogo? Ma anche altrove, come e cosa ricostruiamo?

MEMORIA

E’ il fulcro su cui ruotano tutti  discorsi.

Chi vive in un luogo e in quel luogo ha intessuto le relazioni che hanno permeato la propria vita, acquisisce un’immagine di questi luoghi non tanto fisica quanto mentale, cioè non restituibile con una fotografia, ma restituibile attraverso tutti i sensi.

E’ un’immagine che si forma nella fisicità di quegli spazi, ma anche formata dai suoni, dagli odori, dal caldo e dal freddo, dal senso di protezione o meno di quegli spazi. Ma sono soprattutto le relazioni sociali intessute in quegli spazi che creano il senso di appartenenza ad un luogo e ad una comunità, perché quelle relazioni si sono svolte lì e gli spazi erano autentici.

Quando questo spazio che contiene l’immagine o più immagini sparisce o si deteriora all’improvviso a causa di un evento traumatico, allora è il ricordo che lavora alla ricomposizione di quella immagine.

Sono rimasto molto colpito leggendo le interviste dei superstiti del Vajont ad anni di distanza a ricostruzione avvenuta, per cui alcuni ricordavano Longarone come una cittadina con i portici, quando a Longarone non ve n’erano affatto se non un grande terrazzo prospiciente una piazza: evidentemente il ricordo qui ha cercato di ricostruire pezzi sconnessi dell’esistenza prima dell’evento traumatico, un’esperienza di portici frequentati in un altro luogo e ricomposti in un unico luogo-ricordo

Longarone prima del disastro

 

Longarone dopo il disastro

La memoria potrebbe essere definita come la maniera in cui nel momento presente si percepisce un’immagine del passato basata su tracce rimaste impresse nella nostra mente.

Se la memoria lavora alla ricomposizione dell’immagine, la coscienza di ciò che è accaduto e la percezione della frattura con il passato portano a immagini diverse anche all’interno di una stessa comunità. Si può rimanere fortemente ancorati in un processo di continuità con il passato e quindi ricostruire pietra su pietra, come è stato ad esempio in Friuli dopo il sisma del 1976, oppure una ricostruzione sullo stesso luogo con forme diverse (la ricostruzione di Longarone), può infine portare all’abbandono dei luoghi e a un trasferimento (Valle del Belice).

Come era e dov’era non riesce ad essere un protocollo applicabile in senso generale, nemmeno dove si decide di recuperare integralmente, perché questo recupero presupporrebbe il recupero integrale della identità architettonica e spaziale che vorrebbe dire recupero della identità costruttiva, distributiva e materica: non è possibile farlo se non per singoli spazi-monumenti con uno sforzo notevole (investimento e tecniche di restauro), giustificabile in virtù del valore culturale, simbolico e monumentale.

In ogni caso lo spazio complessivo sarà diverso, gli spazi di relazione ed emotivi non saranno più quelli di prima.

L’intervento di ricostruzione evidenzia sempre una frattura tra le aspettative del ricordo e la concreta realizzazione.

Il piano di ricostruzione di Palmi a seguito di un terremoto distruttivo – 1783

PREVENZIONE.

Cosa significa? In Italia oltre il 70% del patrimonio edilizio non è in grado di resistere ai terremoti che potrebbero colpirlo.  Oltre 120 miliardi di Euro (147 esposti in una recente trasmissione televisiva) spesi negli ultimi 50 anni per la sola ricostruzione dopo gli eventi succedutesi.
Stiamo parlando di un patrimonio edilizio di  monumenti, nuclei di città storiche, ma soprattutto stiamo parlando di abitazioni per lo più private.

Le risorse:

in media negli ultimi anni sono stati spesi 4 miliardi di Euro per ogni anno per la ricostruzione, il che vuole anche dire che questa cifra è il costo annuo per la mancata prevenzione.

Quindi le risorse se si sono trovate dopo il terremoto le si possono trovare anche prima, dato che costituiscono un continuum nel bilancio pubblico e con la certezza che un altro terremoto ci sarà e che si continuerà a spendere in ogni caso lasciando immutato il problema.

Certo ci vuole un drastico cambiamento di obiettivi.

Come fare? Esistono già molte proposte maturate in questi ultimi anni. Proposte che non trattano tanto le metodologie tecniche già mature, ma piuttosto tendono a mettere a fuoco  progetti e interventi per accelerare scelte di carattere preventivo coinvolgendo soprattutto chi quel patrimonio edilizio lo utilizza, per la maggior parte proprietari privati.

Per quanto possa sembrare strano si dimentica in fretta l’emergenza (solo chi l’ha subita direttamente ne resta segnato), e chi non è stato toccato  tende a sentire l’evento come lontano nel tempo e nello spazio.

E’ proprio su questa inconsapevolezza che occorre agire.

Adeguamento strutturale:

come è stato per le scelte energetiche  ormai ineluttabili a causa delle ricadute sulla nostra vita quotidiana (costi, inquinamento, salute) e del pianeta che abitiamo, a maggior ragione occorre reindirizzare scelte e risorse anche private sul tema della prevenzione al sisma.

Ad esempio, esattamente come si è fatto per i temi del risparmio energetico e delle tecnologie pulite,  si punta al tema delle detrazioni fiscali, agli incentivi. Sono stati messi a punto detrazioni fiscali nelle ultime leggi di stabilità per l’adeguamento strutturale delle  strutture edilizie private nelle zona a rischio sisma, da sommare alla riqualificazione energetica.

Ma non sembrano funzionare: il privato che investe vuole un ritorno economico a breve e investire in risanamento strutturale non dà nessun ritorno economico visibile. In  mancanza della percezione del rischio e quindi dello stimolo ad agire, sarebbe più efficace, anche se può sembrare vessatorio, rendere obbligatorio l’adeguamento strutturale in occasione di un adeguamento energetico, per cui devono essere interventi contemporanei per non perdere tutti requisiti alla detrazione fiscale (allora non si farà né l’uno, né l’altro?) oppure accompagnare l’intervento con prestiti agevolati (Cassa depositi e prestiti).

Altre proposte ruotano attorno alla istituzione di una polizza assicurativa obbligatoria come già avviene in altri paesi europei , ma così oltre che a percepirla come una ulteriore tassa sulla casa si torna a non attivare una prevenzione ma a trovare strumenti finanziari ancora una volta per ricostruire e non per prevenire.

Certo tutti questi meccanismi diventerebbero operativi se accompagnati da una presa di coscienza collettiva, forse la cosa più efficacie per prevenire: la sottostima del rischio è diffusa perché si percepisce l’evento come una cosa forse probabile, ma lontana nel tempo.

Certamente un lavoro va fatto per mantenere una memoria collettiva degli eventi, ma non è che questo sia un tema politico di successo; come per gli investimenti privati che non hanno riscontro economico immediato, investire su questa tema, politicamente non porta vantaggi immediati.

C’è ancora un gran lavoro da fare per trovare i meccanismi corretti ed efficaci, ma c’è anche da meditare sul fatto che le responsabilità sono un po’ diffuse tra cittadini, amministratori a vario titolo e organi politici di più alto livello.

La conoscenza del territorio:

da un punto di vista sismico è stata acquisita in questi ultimi anni dai nostri geologici e ricercatori e permetterebbe una mappatura del territorio per microzone, strumento indispensabile da porre al centro di una corretta zonizzazione e pianificazione territoriale; deve essere ulteriormente finanziata. Se ne parla da tempo, ma ancora oggi il Consiglio Nazionale dei Geologi denuncia una mancanza di coordinamento per portare a termine il progetto di mappatura di dettaglio, mancanza cronica dei fondi per farlo, carenza di personale, in sostanza una sottovalutazione permanente di questa priorità da parte della pubblica amministrazione. In tutti i comuni a rischio sismico perlomeno del livello 1 e 2 occorrerebbe affiancare nell’ufficio tecnico il geologo. La relazione geologica che accompagna un nuovo progetto ad oggi è obbligatoria, ma chi la guarda? Non è certo competente l’ufficio protocollo del singolo comune! Occorre assumere personale, occorre investire, occorre rendersi conto dell’importanza che ha.

Qui il discorso della conoscenza geologica si salda anche ad altri fenomeni dovuti al dissesto idrogeologico e del conseguente malcostume nell’uso del territorio: dal dopoguerra in particolare si è continuato a costruire in aree a rischio frane, alluvioni, creando e allargando ulteriormente le aree dissestate.

RICOSTRUZIONE

La priorità prima è salvare vite umane, ma subito dopo decidere tempi e modi per ridare un futuro possibile a chi ha subito. Abbiamo assistito nel corso dei vari eventi ad approcci i più disparati e con esiti contrastanti.

Il come, il dove, il quando ricostruire, esigono risposte immediate laddove si tratta di ricostituire beni primari alla vita dell’uomo.

E un bene primario è lo spazio costruito per abitare, lavorare, per la vita sociale, cioè il tessuto costruito delle città, dei paesi, dei borghi, che comprende anche lo spazio antropizzato che li circonda, i percorsi, gli spazi del lavoro e dell’incontro, l’utilizzo agricolo degli spazi aperti, i manufatti di servizio di questi ultimi, e non ultimo il rapporto che si crea tra tutto lo spazio antropizzato e lo spazio naturale non interessato dallo sfruttamento dell’uomo, quest’ultimo spazio divenuto sempre più importante nella nostra epoca per la volontà di protezione che riveste.

Qui veramente si apre un campo vasto e diviso sulle soluzioni da adottare. Premesso che ormai si sta consolidando una giusta posizione che non permette lo sradicamento delle comunità rispetto al luogo in cui hanno vissuto, ma di più, le stesse comunità non dovrebbero nemmeno essere divise nel momento dell’emergenza, quando occorre sistemarle durante la prima accoglienza, con il rischio che questa prima accoglienza si protragga ben oltre e diventi un fatto permanente.

Cosa ricostruire?

Le case, anche e soprattutto quelle antiche, non erano adatte a resistere. Vanno ricostruite finte, cioè che sembrino simili al passato ma inevitabilmente con tecniche costruttive e distributive aggiornate, quindi senza identità costruttiva, ma solo di facciata? Poi ci sono i monumenti il cui valore sta nella loro testimonianza di opera d’arte autentica e molto spesso di simbolo e testimonianza; soprattutto qui non possiamo barare: o si ripristina in anastilosi (pezzo originario per pezzo originario) e solo quello che è recuperabile oppure non è proponibile con le attuali teorie del restauro.

Un esempio limite recente, duramente contestato da molti, è il recupero di ciò che rimaneva del Castello di Matrera in Spagna: un manifesto, che giudico riuscito, di ciò che implica la volontà di perpetuare in sicurezza un segno e una memoria collettiva: da una parte la legislazione spagnola che vieta qualsiasi mimesi nell’approccio della conservazione dei monumenti, dall’altro uno specifico progetto di architettura: il volume bianco aggiunto per motivi strutturali ha un valore simbolico per ricostituire il volume perso, appunto un’immagine della memoria e non è in cemento (come ho letto in molte recensioni negative e mal informate) ma in mattoni e intonaco di calce monocroma. Certo fa discutere ed è giusto che sia così.

Castello di Matrera in Spagna prima dell’intervento di recupero

 

Castello di Matrera in Spagna dopo l’intervento di recupero

 

Occorrerà dunque valutare caso per caso, e in mancanza di un protocollo preventivo questo caso per caso sarà la vera sfida da affrontare.

La situazione particolare dell’appennino è diversa ad esempio da quella del Friuli 1976 o dell’Emilia:  se anche qui ci sono molti i borghi ormai semi abbandonati (fatto comunque comune a tutta l’Italia) e cittadine che si rianimano solo nel periodo delle ferie estive, il crinale appenninico si trova in una situazione di relativo isolamento rispetto alle aree maggiormente attrezzate: collegamenti difficili e Il lavoro, quello che crea comunità proiettata verso il futuro, che sta altrove. Non per questo non si può tentare di  immaginare future condizioni possibili di esistenza: in questi luoghi è già avvenuto un terremoto silenzioso, un cambiamento epocale che li ha  trasformati, resi vuoti e apparentemente inservibili a ospitare la vita di una comunità viva; luoghi che hanno già subito, o stanno subendo un irreversibile abbandono.

Cosa facciamo di queste strutture ? Abbiamo un progetto non tanto per il recupero, quanto per ridare la vita, rianimarle, riabilitarle? Il costo è sostenibile?

Torniamo un attimo a cosa sta succedendo all’Aquila: ho letto alcune interessanti considerazioni del prof. Calafati economista dei sistemi territoriali al Gran Sasso Science Institute (Gssi).

Nel merito della ricostruzione in atto: Calafati osserva che: “…Il terremoto è arrivato in un momento molto difficile per L’Aquila…la deindustrializzazione… l’università era in una fase di stallo. Ma L’Aquila non era una di quelle città del Sud con l’economia allo sbando, aveva un reddito procapite stabile. Per questo poteva essere più libera di costruire il proprio futuro...”

Poi il terremoto. Proprio dall’università poteva ripartire il rilancio : “…L’Aquila deve diventare una città residenziale per i suoi 24 mila studenti iscritti e non per i 4 mila che oggi frequentano. Deve interpretare il modello tedesco o quello inglese con la frequenza al 90%. Nessuna città italiana è riuscita a fare questo. È possibile facendo delle scelte che rendano attraente la città agli studenti: corsi innovativi e qualità della vita. L’Aquila è prossima a Roma, ha i laboratori del Gran Sasso, ha il profilo di città della conoscenza.…”

Ancora Calafati: “…L’Aquila ha un grande centro storico e lì l’emergenza della conservazione è ovvia.  Poi c’è una larga parte del sistema  insediativo, disastroso prima del terremoto, sul quale si potevano fare delle inserzioni molto innovative… A tutt’oggi L’Aquila non ha un piano regolatore nuovo dopo il terremoto. Quello vigente è di decenni fa e assegna edilizia per 100 mila abitanti. Era già sovradimensionato all’epoca. Il primo problema è mettersi con attenzione a decidere che città fisica si vuole. Il punto di partenza della riflessione però deve essere nazionale, visto che la ricostruzione la paga l’Italia…” .

L’Aquila – 1575

Georg Frisch, urbanista ed ex coordinatore per la ricostruzione dell’Aquila, descrive in modo simile che all’Aquila “…si stanno ricostruendo gli edifici anche degli 1950-60 adottando il criterio del dov’era, com’era e riproducendo quartieri che si sarebbe potuto migliorare….purtroppo non si è ragionato in termini urbanistici…” (vedi)

Un’occasione persa in riferimento al futuro: cosa ne sarà del centro storico restaurato ma vuoto di vita; forse un museo all’aperto? Forse una città in declino? In ogni caso per completare questa ricostruzione ci vorranno almeno altri dieci anni. Possiamo aspettare?

E’ evidente che “come ricostruire” diventa parte del progetto tutto da fare e ancora da avviare della prevenzione: sapere quali sono le priorità future, i problemi da risolvere in un dato territorio, oltre il fatto contingente del sisma, permette da subito, di avviare la fase di ricostruzione nella direzione di un progetto complessivo già chiarito.

Occorre dire che almeno dopo l’ultimo evento, si sono cominciati a sentire discorsi e propositi  istituzionali un po’ diversi rispetto al passato. Il Progetto CASAITALIA costituisce un discorso sostanzialmente nuovo per l’impegno di spesa previsto e per la tempistica che si ammette di lunga durata, generazionale. 100 miliardi da spendere su 30 anni: oltre 3 miliardi all’anno è una cifra che si avvicina al “costo” di 4 miliardi annui sostenuto sinora per non fare niente in prevenzione.

Questo impegno è stato formalizzato consultando le proposte di istituzioni come l’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica), le scuole politecniche e personalità come Renzo Piano, per limitarsi alle evidenze, ma è un tam tam di analisi e proposte, anche variegate, che ormai da tempo vengono dalle  componenti culturali e tecniche della società civile che ormai è un delitto non ascoltare.

In particolare il documento dell’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) datato 6 settembre 2016, raccoglie una serie di proposte che possono essere un punto di partenza anche terminologico innovativo.

Il documento individua tre nuclei su cui lavorare:

1) conservazione attiva.

Individua un motivo (i motivi) per cui mantenere un ruolo alla rete dei  centri storici minori ed è la conservazione dei valori duraturi che questi centri esprimono; questo recupero deve però essere accompagnato da una “.:.riflessione immediata e strategica sul futuro dei centri colpiti dal sisma per identificare azioni praticabili in grado di consolidare economie fragili ma persistenti e prefigurare nuove direzioni di sviluppo: turismo culturale e ambientale, nuove economie della cultura, consolidamento delle vocazioni agro-forestali ed eno-gastronomiche…”

2) sicurezza urbana diffusa.

Un lavoro che deve fare la pianificazione urbanistica  è quello di affrontare lo “spaesamento” generato da eventi di questo genere e lo deve prevedere già nella fase di prevenzione prevedendo una Struttura urbana primaria : questa struttura primaria ha il compito di “…garantire la permanenza della riconoscibilità identitaria urbana, ma anche la precisa definizione degli spazi e dei manufatti che devono svolgere una funzione primaria di sicurezza…” . Sono edifici pubblici resi realmente sicuri che possono essere utilizzati come ricoveri temporanei (ricordiamoci delle scuole, e delle case per gli studenti, che continuano a crollare al primo scossone!), ma sono anche spazi aperti attrezzati che normalmente sono spazi collettivi del borgo, della cittadina.

Questi spazi aperti sono contigui al tessuto storico costruito e costituito normalmente da case plurifamiliari strettamente connesse le une alle altre; aggregati edilizi che devono essere messi in condizioni di sicurezza per garantire la massima agibilità degli spazi aperti. Quindi il tessuto in via di recupero non può esser più trattato come fatto finora con interventi singoli al livello della singola unità, ma deve essere considerato come aggregato unico : individuare unità minime di intervento per dare maggiore garanzia di stabilità strutturale, economie di scala, puntando anche ad una diversa possibile domanda-offerta immobiliare. In questi termini il recupero “…deve perciò prescindere dai requisiti soggettivi dei proprietari in quanto partecipa al consolidamento della “struttura urbana primaria”…immaginare l’acquisizione al patrimonio pubblico, nel caso di proprietari inadempienti…o di eccessivo frazionamento” .

3) conoscere per programmare la sicurezza.

Razionalizzazione, consultabilità delle banche dati e costruzione di una informatizzazione georeferenziata di tutti i dati sensibili relativi al costruito.

Sensibilizzazione degli abitanti almeno nelle prime due fasce di pericolosità sismica per attivare la diagnosi degli edifici: conoscere con precisione la resistenza delle case in cui abitiamo in  relazione all’area in cui siamo e programmare come agevolare fiscalmente questa campagna diagnostica fino anche a condurla direttamente da parte dello stato come quota parte dell’investimento sulla prevenzione: questo avrebbe il doppio vantaggio di costruire una conoscenza di dettaglio del patrimonio edilizio (banca dati georeferenziata) e di agevolare la adozione (finalmente) del fascicolo del fabbricato in mano al privato.

Non ultimo ripensare anche alla frammentazione dei processi autorizzativi attuali in Italia, in capo a molteplici “uffici” separati e non comunicanti: la coerenza di integrità dei manufatti rimane un obiettivo primario da raggiungere attraverso una coerenza e interdisciplinarietà delle competenze che devono giudicare/approvare un atto edilizio.

NON SOLO TERREMOTI

Rimarrebbe una considerazione da fare sullo scelte di sviluppo generale del patrimonio edilizio italiano, sul consumo di suolo e sull’impatto in riferimento alla sostenibilità complessiva; si riallaccia prepotentemente alla necessità del recupero  come progetto futuro dello sviluppo edilizio in Italia,  a partire dall’enorme persistenza di strutture non utilizzate.

prendiamo le cifre Istat 2011:

  • totale abitazioni 28.863.604 – abitazioni occupate 24.141.324 (83% circa) non occupate (17% circa).
  • aumento della popolazione tra censimento 2001 e 2011 : 4,3% dovuto essenzialmente a popolazione straniera. Tolto l’aumento di popolazione straniera le nascite si sono dimezzate e le classi da 0 a 30 anni sono il 50% di quelle tra 30 e 65 anni. Alla prossima rilevazione statistica avremo una diminuzione probabile del 7-10%, e il gap tra aumento popolazione e non occupazione del costruito aumenterà ancora
  • Aumento delle abitazioni tra i due censimenti : 5,8%. (1,4% in più rispetto all’aumento di popolazione).

Il paese fantasma di Craco in Basilicata

Servono  nuove  abitazioni ?

L’invenduto è già enorme allo stato attuale e nello stesso tempo abbiamo piani regolatori che prevedono espansioni complessive per almeno altri 6 milioni di vani, che oltre a essere inutili produrranno un ulteriore consumo di suolo con le conseguenze sulla sostenibilità ben note. (da consultare il recente applicativo SOIL MONITOR realizzato dall’Università di Napoli Federico II e dal CNR, (http://www.soilmonitor.it/); un altro tassello alla conoscenza integrata descritta prima.

Il recupero oggi è l’unica prospettiva progettuale, Una Grande opera pubblica, alternativa di certo al ponte sullo Stretto di Messina, una vera occasione economica e di rilancio occupazionale, ma soprattutto di rigenerazione sia delle aree a rischio, sia delle città metropolitane.

Su questi ultimi temi non conosco iniziative politiche e proposte di legge conseguenti.

Paolo Simonetti

,

Memorie di Luce sul Cadore

Memorie di Luce è un progetto che nasce grazie alla collaborazione tra territori ed enti che li rappresentano,  il Cadore e la sua Magnifica Comunità con i Comuni di Zoppè, San Vito, Santo Stefano ed il Comune di Senigallia con il suo Musinf. Tre mostre, un laboratorio stenopeico ed un concerto, hanno animato l’estate cadorina, i protagonisti: Michelangelo Guzzonato, Massimo Marchini, Alberto Polonara, Paolo Tarsi, oltre alle immagini dell’Archivio fotografico Danieli. A corredo documentativo del tutto, i due cataloghi editi da @rtLine per la nuova Collana Editoriale Territori Sensibili [sfoglia]. Senigallia con l’intensa attività del Museo Comunale, costantemente rivolta a sviluppare la sua storica scuola ed a tessere fattivi rapporti collaborativi, si conferma così la Città della Fotografia con iniziative rivolte alla documentazione della ricerca artistica contemporanea.

Presentazione della Mostra a Senigallia

Presentazione della Mostra a Senigallia

Il progetto ha alcune motivazioni in apparenza semplici: osservare oggi i luoghi della montagna dolomitica, renderli liberi soggetti nelle immagini dei nostri fotografi, raccontare alcuni brani di storia utilizzando materiali e documenti della memoria. Complice di tutto ciò l’antica amicizia con Paolo Simonetti architetto, uomo di montagna, ma soprattutto zoppedino doc. Durante una delle camminate attorno il paese, con lo sguardo rivolto alla magnificità del Monte Pelmo ed il contributo dei numerosi ricordi di trascorsi artistici comuni, nasce l’idea appena abbozzata con i suoi possibili sviluppi e l’immediato via ai lavori.

L’altra fondamentale complicità si è realizzata con una persona preparata e sensibile, abile amministratore pubblico, il Sindaco e Presidente della Magnifica Comunità di Cadore Renzo Bortolot. Le iniziative si sono articolate come scrive in catalogo lo stesso Presidente, in un percorso che attraversa l’intero Cadore – dal Comelico all’Oltremonti, passando per la Val Boite – e che ha avuto come filo conduttore l’osservazione fotografica in tempi e con tecniche diverse del bellissimo paesaggio Dolomitico, Patrimonio Unesco. Una possibilità anche per approfondire e completare la storia della fotografia in Cadore – a partire dai fratelli Riva di Calalzo che già dal 1857 al 1859 furono a Vienna ad apprendere l’arte fotografica, ma soprattutto dai numerosi e poco conosciuti archivi degli storici fotografi locali come Enrico e Luciano Danieli.

Interno Mostra Osservare Stenopeico

Interno Mostra Osservare Stenopeico

San Vito di Cadore è stata la sede scelta per il racconto fotografico “Cattedrali di Pietra” [sfoglia] di Michelangelo Guzzonato, l’autore accompagna l’osservatore attraverso un reale percorso in quota, si comprendono i grandi spazi e la sensazione del limite che le Dolomiti offrono a chi le percorre. L’imponenza delle forme e gli infiniti particolari sono resi in modo perfetto nella scelta delle inquadrature, Il bianco e nero come sigla poetica caratterizza il lavoro di Guzzonato che diviene composizione grafica come a sviluppare una ricerca del tutto personale, nella tradizione che ha segnato negli anni la scuola di fotografia di Senigallia. La sequenza fotografica è stata una felice scoperta anche per Carlo Emanuele Bugatti che dirige con maestria il Museo d’Arte Moderna e della Fotografia della città adriatica, nel suo intervento in catalogo ricorda come anche Alejandra Matiz Presidente della Fondazione dedicata al noto fotografo, rimase favorevolmente colpita da queste immagini, sottolineandone le particolari qualità e curando l’acquisizione della serie per gli archivi della stessa Fondazione.

La mostra “I Danieli Fotografi in Santo Stefano di Cadore” fornisce l’indispensabile materiale per una corretta riflessione storica del territorio, presentando una importante rassegna di immagini ricostruttiva di una identità sociale, economica e culturale dell’intera Val Comelico. Due generazioni di fotografi, Ieronino Enrico Danieli iniziò la sua formazione professionale negli studi fotografici in Germania dove nacque nel 1916, fu un pioniere dell’immagine turistica, attraverso le sue foto panoramiche delle montagne e dei paesi, trasferite in numerose edizioni in bianco e nero prima e poi a colori, divenne artefice della comunicazione pubblicitaria di Santo Stefano e dell’intero Comelico. Il fotografo cadorino collaborò con il Gazzettino e L’Amico del Popolo documentando articoli e corrispondenze, importante il suo lavoro durante l’occupazione tedesca nel secondo conflitto mondiale. Il primogenito Luciano seguì le orme paterne, il suo lavoro documenta la crescita dei luoghi e degli edifici storici religiosi e civili fornendo di essi una lettura personale e creativa, utilizzò in prevalenza il Bianco e nero.

Con Osservare Stenopeico, iniziativa realizzata a Zoppè di Cadore, si è voluta fornire una lettura laboratoriale del fare fotografia oggi, il termine Stenopeico dal greco stenòs (stretto) opaios (foro), ci consegna già una iniziale chiave di lettura. L’utilizzo della Camera Obscura o Camera Ottica diviene poi indispensabile per il fissaggio permanente dell’immagine oltre la semplice osservazione e possibile riproduzione grafica, corrispondente alla nascita della fotografia come la intendiamo oggi. L’operazione diviene utile a sperimentare il principio ottico che sta alla base non solo della fotografia, ma anche ad indagare il modo in cui osserviamo ciò che ci circonda. Massimo Marchini scrive in catalogo che la fotografia è stata inventata perché c’era l’esigenza che lo fosse; infatti se ripercorriamo tutte le vicende precedenti l’invenzione di Daguerre (1839 circa) possiamo notare come la grande moltitudine degli artisti rinascimentali (e prima di loro altri, addietro  fino al V secolo a. c. con il filosofo cinese Mo-Ti) che usavano lo Stenoscopio e la Camera Obscura, si fossero posti il problema di come rendere stabili quelle immagini perfette che si formavano capovolte ed invertite nella parte opposta allo stenoscopio. Dovremmo attendere le intuizioni di alcuni scienziati che verso la fine del XVIII secolo, con i loro esperimenti, si accorsero di alcune sostanze, tra le quali i Sali d’argento, sensibili alla luce. Una lunga ed articolata storia,  ma all’inizio  osservare ciò che ci interessa attraverso un foro, indipendentemente dall’utilizzo, è l’origine di quello che abbiamo sempre definito inquadratura dell’immagine.

Mostra Osservare Stenopeico

Mostra Osservare Stenopeico

Si introduce così un percorso che diviene scelta, riflessione, studio, prefiguriamo ciò che forse realizzeremo oppure sarà la nostra immaginazione a realizzarle quelle immagini e dobbiamo anche considerare il caso che è sempre presente. L’esperienza diretta e la storia ci forniscono innumerevoli esempi di capolavori assoluti o di pensieri rimasti tali, ma l’unicità del momento è per tutti, l’importante è esserne consapevoli. Il laboratorio stenopeico che si è realizzato a Zoppè di Cadore ad opera di Massimo Marchini e Alberto Polonara ha avvicinato alle origini del fare fotografia chi, camminando per le vie del paese, ha incontrato le varie camere obscure poste ad osservazione dello scorcio particolare o dell’intero magnifico paesaggio montano. Gli stessi strumenti ottici progettati e costruiti con sapiente artigianalità da Paolo Simonetti, sono stati collocati con la partecipazione degli abitanti e la collaborazione di esperti ebanisti come Merino Matiuzzi, divenendo installazione artistica partecipata ed una sorta di consapevole osservazione collettiva. Il laboratorio aperto alla partecipazione di tutti, ha prodotto numerose immagini a sviluppo immediato con pellicola Fuji, le conseguenti stampe digitali  in bianco e nero e a colori curate con grande esperienza e professione da Alberto Polonara, hanno consentito di saggiare le infinite possibilità pratiche esistenti nella realizzazione di una immagine riprodotta tra tecnica e tecnologia oggi. Le fotografie ottenute con internegativi e stampa Van Dyke a contatto, hanno rappresentato poi una vera e propria performance all’interno dell’attività laboratoriale realizzata.

Laboratorio Stenopeico

Laboratorio Stenopeico

Ripresa Stenopeica

Ripresa Stenopeica

Laboratorio Stenopeico

Laboratorio Stenopeico

 

 

 

 

 

 

 

 

L’esposizione curata sempre dall’Architetto Simonetti, ricostruisce l’evento con le immagini originali dei maestri Marchini e Polonara, quelle realizzate dal numeroso pubblico e l’integrazione di tavole informative sulla storia e le tecniche stenopeiche, oltre all’esposizione di alcune antiche macchine messe a disposizione dagli archivi di alcuni storici fotografi locali. Nella nostra esperienza quotidiana la sensibilizzazione visiva si completa sempre con quella sonora, agli stimoli dell’immagine uniamo e manteniamo ben memorizzati i suoni legati alle varie occasioni. Partendo da questa riflessione è stato invitato il maestro Paolo Tarsi a dedicare una sua composizione musicale all’’evento, nasce così “Music of darkness and light“, omaggio concertistico eseguito dal vivo dall’autore all’apertura dei laboratori ed in registrazione, diffuso successivamente nello spazio espositivo all’interno della stanza ottica appositamente allestita e dalla quale è stato possibile ammirare in modo suggestivo, parte del magnifico paesaggio montano attorno Zoppè. L’estate 2016 in Cadore ha avuto come protagonista assoluta la fotografia, la sua storia, le tecniche ed il fare contemporaneo, ma la protagonista, neanche tanto nascosta, è stata la creatività, un potenziale da esprimere con alcune possibilità realizzative.

L’esperienza e le immagini che rimarranno in memoria o fisicamente negli archivi, speriamo possano rappresentare una traccia per ipotetici futuri progetti di lettura consapevole, dedicati ad un frammento di territorio del nostro bellissimo paese, dove è ancora possibile vivere momenti di assoluta unicità.

Pellicola a sviluppo immediato con Stenopeica

Pellicola a sviluppo immediato con Stenopeica

Pellicola a sviluppo-immediato su macchina stenopeica

Pellicola a sviluppo-immediato su macchina stenopeica